GELOSIA. Anna Achmàtova, Nikolaj Gumilev

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Insegna del cabaret di Pietroburgo “Al cane randagio

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Pietroburgo, 1 febbraio 1914

Amore mio,

ti aspetto al solito caffé vicino al caminetto, dopo le 22. Ho l’abito nero, il fiore arancio nella scollatura, un soffice rossetto viola e il profumo che ami. Porta i sigari che sai e, se arrivi prima di me, ordina due vodke doppie. E la musica, naturalmente, appena un poco, quella che basta. Stasera fa molto freddo. Stasera voglio ubriacarmi.

Vieni presto, amore. Cosa inventare in queste interminabili ore che ci separano? Guarderò trepidante la luna gonfia che si sta affacciando proprio adesso sulla Nevà. Le chiederò di essere indulgente con noi, di sfoggiare tutto il suo repertorio di malìe. Ho voglia di te da impazzire. Scrivere ciò che provo per te, in questo momento, è profanare l’amore. Le mie labbra si protendono verso il mio principe, che mi sta raggiungendo in tutta fretta, al galoppo sul suo cavallo nero… mi sta raggiungendo al Cane randagio, dopo le 22, vicino al caminetto, e noi insieme ci ubriacheremo, ci sussurreremo tutte le parole più intime e sensuali che sappiamo solo noi e nessun altro, piccoli frammenti di parole, come piccoli morsi, sussurri e bisbigli che fanno rabbrividire l’orecchio e il sangue per quel loro suono così carezzevole e quel tiepido fiato vicino vicino, e dopo tu mi colmerai col tuo calore di animale e riverserai in me tutto te stesso.

Sento quel piacere doloroso che prova il mio grembo quando è in attesa di riceverti. Mi attorciglierò attorno al tuo corpo come un serpente. Il tuo sguardo, che sia inerme e inquietante. Come la prima volta.

Anna

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Tankùz, 2 aprile 1913

Anna Andreevna,

il tuo biglietto mi ha raggiunto ieri, dopo due mesi di traversate per continenti e per mari, nel villaggio di Tankuz, nel cuore della Somalia, dove servo il mio zar. Riceverai la mia risposta, se sarò fortunato, fra altri due mesi. E così ne saranno passati quattro esatti dalla sera in cui, un fiore d’arancio nella scollatura, mio bell’uccello da preda, mi avresti aspettato davanti a due vodke doppie, nera e flessuosa, al Cane Randagio, il nostro caffé.

Un invito paradossale e feroce, non è vero, Anna? Ti sarai compiaciuta a scriverlo, da gran dama del libero amore quale sei, immaginando me a leggerlo nell’afa delle savane. «Ci sussurreremo tutte le parole più intime e sensuali che sappiamo solo noi e nessun altro…». Se mi avessi veramente amato, avresti scritto una lettera lunga e struggente, piena della tua attesa per me, non questo biglietto provocante, che non poteva arrivare in tempo. Ricordi cos’hai scritto, un giorno: «Non lascerò il mio compagno dissoluto e tenero…»?

Ma chi è, ora, il tuo tenero e dissoluto compagno? Posso pensare di esserlo io, Nikolaj, che in uno sperduto villaggio africano legge il tuo invito amoroso DUE MESI DOPO? O non è forse più plausibile, Anna Andreevna, insidiosa, piccola vipera, che tu abbia sbagliato busta e io, invece di ricevere la solita letterina familiare e affettuosa, mi ritrovi fra le mani questo messaggio ardente per il tuo «dissoluto compagno» di oggi, per il tuo VERO AMANTE che, nel caffé che era nostro, ti bisbiglia adesso le mie stesse parole e tu gli rispondi con la voce di chi non può resistere un secondo di più – gli parli nella bocca, gli mordi l’orecchio, gli sfiori il ginocchio, gli tiri la testa a te, lo divori di baci – come hai fatto con me? Non è forse lui, che aspetti nelle sere invernali, mentre la luna splende sulla Nevà «col suo repertorio di malìe»? Non è forse lui che desideri da impazzire? Ti vedo, che muovi su e giù il ventre, ti sento, mentre il sudore mi scende dal collo, che gli graffi la schiena e le mani: forse per un attimo ti traverso la mente e ridete di Nikolaj. «E se in questo momento – sussurri – scopasse una negra?».

«Scrivere ciò che provo per te adesso è profanare l’amore»: è il crimine, Anna Andreevna, di cui ti sei macchiata in tutte le tue poesie d’amore, da quella puttana di lusso che hai sempre voluto essere fin dall’inizio della tua strepitosa carriera. Le leggende di cui già ti circondi raccontano che Vjaceslav il magnifico, il nostro caro amico Ivanov, il pontefice del simbolismo russo, dopo aver udito per la prima volta una tua poesia, si alzò, ti baciò la mano e disse: «Anna Andreevna, mi congratulo e vi saluto: questi versi sono un avvenimento per la poesia russa».

Ma io c’ero, quel giorno, nella famosa «torre» di Ivanov e lui non pronunciò quelle parole. Scosse il capo perplesso. Aveva capito, Anna, che tu eri solo un pavone che faceva la ruota delle sue passioni nella lingua della poesia, e così profanavi passione e poesia, facendo merce dell’una e dell’altra.

Leggendoti, si respira l’odore dei corpi che si cercano nel buio. Io li conosco, questi ardori notturni: quante volte ci siamo amati così, senza prendere fiato, con furia, lasciando sparsi nelle stanze tutti gli indumenti, quasi strappandoceli perché non potevamo più resistere a non essere nudi, uno nelle braccia dell’altra? Anzi, lo ricordi, appena ci vedevamo, ci afferrava una sorta di vergogna nell’essere lì, in mezzo agli altri, vestiti, mentre le tue cosce desideravano stringermi il cazzo e io scoppiavo di passione, non potendo denudarti davanti a tutti e possederti senza esitare. Tutto questo doveva restare nostro: IL NOSTRO SEGRETO.

Qui, in Africa, le donne non mancano: sono alte, tranquille e maestose nella loro pelle nera: hanno cosce grandi, sesso e capezzoli scuri. Pur avendole scopate, per noia o per bisogno, non riesco a desiderarle.

«Di nuovo egli toccò le mie ginocchia / con mano che quasi non tremava».

Come puoi raccontare il nostro primo incontro in versi così chiari senza sentirti una prostituta, senza essere consapevole che ogni parola che scrivi è il tradimento di quel giorno d’amore? Mi vergogno di averti baciata: quel luogo era proibito a qualsiasi parola.

No, il mio sguardo non sarà né inerme né inquietante: solo accusatorio. Se è vero che la poesia allude sempre al segreto, la tua poesia questo segreto lo sciala in modo indecente. E, invece di cantare l’enigma dell’eros, tu lo descrivi da odalisca. Per questo ti odio, e non posso che odiare quanto creammo insieme in poesia: il piccolo acmeismo. Che senso aveva restringere lo sguardo sui dettagli, contrarre l’orizzonte, rinunciare al lusso delle parole? Siamo stati poveri ragionieri della poesia, ma io e Mandel’stam ci siamo pentiti subito e siamo fuggiti, abbiamo fatto delle parole i nostri destrieri affannosi e traballanti, la nostra sintassi energica e scandalosa. E i miei versi sono diventati forti, cattivi, allegri: hanno ucciso uomini ed elefanti, sono morti di sete nel deserto, di freddo sul bordo dei ghiacci, non hanno avuto nessuna paura.

Tu, invece, hai sempre coltivato, pazientemente, il tuo petit jardin senza mai sporcarlo con quartine che non fossero raggelate e limpide, come quadretti di genere. Usuraia delle emozioni, Anna Andreevna: ecco cosa sei stata. Sklowskij aveva ragione: la tua poesia è solo «un raggio di luce penetrato in una stanza buia». Io la conosco quella stanza: non è forse la squallida cameretta di un albergo a ore? Perchè mi hai tradito? Perchè mi hai costretto a scriverti una lettera così penosa? Mi vergogno da morire. Non volevo dire nulla di quanto ti ho detto. Non è vero nulla. Ho voluto solo ferirti. Perdonami, Annuska! Sono geloso di te alla follia e la tua poesia è straordinaria. E’ solo che soffro come un cane e non riesco a dimenticarti.

Brucio di te, in questo caldo africano, come vorrei che bruciassi tu, nel gelo russo: e mi illudo ancora, nonostante sia impossibile, che questo biglietto d’amore sia stato spedito da Anna a Nikolaj perché Nikolaj raggiunga Anna al più presto, divorando continenti con gli stivali dalle mille leghe, galoppando notti e giorni su un cavallo nero… e adoro ancora la tua bocca e le tue mani e bacio i tuoi piedi nudi, che danzano scalzi nella piccola stanza riscaldata dal camino, al Cane Randagio, mentre la pelliccia giace, con il frustino, sul sofà verde e io, con piccoli baci, ti tolgo dalle labbra il rossetto, ti strappo dalla scollatura il fiore, metto la mia bocca lì, dove comincia il tuo seno, e le tue parole mi entrano nelle orecchie, la tua pelle bianca mi acceca, mi fa perdere i sensi…

Ti prego, amore – parlami, parlami ancora e perdonami!

Tuo Nikolaj

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I poeti Anna Achmàtova e Nikolaj Gumilev si incontrano nel 1903. Lei ha quattordici anni e lui diciassette. Sei anni dopo si sposano. Successivamente Gumilev si allontana dalla Russia per lunghi soggiorni in Somalia e Abissinia. Nel 1910 Anna e Nikolaj, insieme a Gorodeckij, Ivanov e Mandel’stam, fondano l’Acmeismo, una corrente poetica che intende liberare la parola poetica dalla «foresta dei simboli». Nel 1913 Gumilev torna in Africa a capo di una spedizione organizzata dall’Accademia delle Scienze di Pietroburgo. Si separa da Anna l’anno successivo. Accusato di attività controrivoluzionarie, sarà fucilato dai bolscevichi il 25 agosto 1921, all’età di trentacinque anni.

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