Non tornare è la grazia

di Marco Ercolani

La vita è come una leggenda. Non importa quanto sia lunga, ma quanto sia bene narrata.

Seneca

Vorrei sempre essere altrove, dove non sono, nel luogo da cui sono appena fuggito.

Thomas Bernhard

Prima pausa

Vuotarono il pozzo. Cercarono. Niente. Soltanto pietre.

La piccola Persefone, si dice, portò tutto con sé sottoterra.

Giannis Ritsos

Non tornare è la grazia.

Navi naufragate, armi a picco, fine.

Ma io torno dove non è logico approdare,

nell’antro sacro, fitto di ombre,

sulla volta sirene e ciclopi,

non resta del mio viaggio

che voci e tuoni e ossa:

un fumo di nave,

un’ansia di remi,

il vento asciutto sui sassi.

Non diventerò il re che i nemici aspettano,

non sarò il morto predestinato del regno di Cama.

Approdo nell’antro prima del porto,

tra rami e muschi.

Lei mi guarda, nata ora, l’aria solo nostra,

ovunque odore di resine e d’acqua,

si muove, la accarezzo, leggo

la sua estasi.

*

In sogno mi inseguivano, coltelli snudati e fiamme accese,

poi tutto spariva:

ero uno fra i tanti, nella piazza vuota e nera,

osservatore di ceneri spente, di architetture crollate.

Non tornare è l’unica grazia.

A Cama sanno che il re è arrivato.

Quindi non verrò. Non ancora.

Hanno galoppato per giorni i messaggeri

e i nemici, avvisati, sorvegliano la reggia,

affilano le lame.

Io studio la grotta come prima di essere guerriero

scrutavo il volo degli uccelli. Osservo

code di sirene, prue di navi, ninfe.

Quando regnavo

spiavo segreti flebili, di cui ho perso il ricordo.

Ora il segreto è mio.

*

Una cosa imperfetta

è una forma di perfezione che esige amore.

origina metamorfosi

metamorfosi, come l’acqua nel fiume,

mai identica, fluisce libera, cerca i suoi argini,

Non cerca non celle ma morbidi muri

A Cama non salirò, i nemici non mi vedranno.

Lei, ninfa, resta. I rami sfiorano l’acqua.

Non navigo più. Da me

non verrà il segnale di altre rotte.

Il mio viaggio è finito.

Non ho né salvato né ucciso.

*

Sculture, disegni, pitture, non le vedo, sono qui dele evoca la mente, una curva della mente, il mondo fluttua da sempre, le pietre sono fluide, ogni pensiero trapassa un mondo mai chiuso, forato da buchi, crepe, terrazze, mai chiuso, ti incalza, ti avvolge, non guardi gli orrori, li senti presenti, sei loro da sempre, sfingi, minotauri, chimere, centauri, fra veglia e sonno, il dito premuto sulla soglia dell’antro, al centro del cieco rombo dell’acqua, non so per quanto tempo evito il caos.

La reggia è lontana dalla grotta,

come la morte da me.

Non offrirò alla storia il racconto di un re giustiziato.

*

Dopo aver terminato le loro opere o compiuto i loro viaggi, lasciano il paesaggio terremotato: acque che portano cadaveri, rami divelti, carcasse di uccelli, navi fracassate Cosa fa, chi viene dopo? Può distruggere ancora? Difficile, dopo il gesto che ha messo tutto a sconquasso. Eppure si deve. Si fa arte per come lo consente il mondo: si lavora a ciò che è dentro, a ciò che è fuori, attenti a ricucire strappi, seppellire morti, salvare esseri quasi sommersi.

Io sono un re di cui vorrei si dimenticasse il nome.

Ma lo prometto: riordinerò il paesaggio infranto.

*

L’immagine più bella

è alle nostre spalle.

La bellezza non è diamante fermo

ma fogliame che sfugge,

luce che si dimentica,

specchio dove vedere un altro viso

come quando, rapiti per amore,

torniamo a noi trasformati,

in un mistero nitido, senza dèi.

Non possiede illusioni, quel mistero,

ma una realtà nuova dove rifrangersi.

Teste di sirene e di ciclopi, alba dopo alba.

Non ero l’unico re.

Tutti i prìncipi dell’arcipelago sono partiti con me,

chi per possedere e depredare isole,

chi per salvare popoli.

Ma tutti dialogarono con dei simulacri,

pietre trasparenti infilate in chissà quale grotta,

da cui sempre si sentiranno gridare

non consolati

i naufraghi,

noi.

*

Bisogna sentire dopo

Chi sente trema, non centra il bersaglio, nasce e rinasce. L’opera ha un solo traguardo: essere anonima.

Più è anonima, più grande è l’artista che ha operato escludendosi, disponendo le pietre dei templi come un servo silenzioso.

Chi riempie l’otre di tutto il suo vino non sarà mai ubriaco: è superbo e stupido, vittima del principio e della fine di se stesso. Si sazia guastando la sua opera. La presenza di sassi enormi da scolpire incute rispetto e paura, impedisce all’artista di dominare la scena. Se fossi uno scultore, mi piacerebbe che alla mia scultura restasse addosso il gusto del sonno, il sapore del buio, quel segreto sonnambulo che nessuno scalpello saprebbe mostrare.

*

Se un uomo morisse mentre cerca di raggiungere delle terre nuove, troverei nuove parole per lui. Non sarei, con il mio silenzio, complice del suo. Chi narra una storia non dice cose né vere né false: racconta come un uccello che vola sopra un picco disegni la traiettoria del suo volo.

Ieri, in sogno, ho visto un’iscrizione in una lingua sconosciuta. Avrei voluto copiare quelle parole ma non avevo né papiro né inchiostro: poi, immaginandone il contenuto, ho pianto. Sono condannato a sedere in una grotta a guardare ombre di naufraghi. semivivo. Vedo il mondo attraverso vite di marinai, principi e re, vite altrui che passano dentro il mio sonno come un soffio di correnti remote.

*

Cosa hanno lasciato gli altri eroi?

Di loro nessuno disse niente

perché nessuna voce testimoniò niente.

Qualcuno, al ritorno, ha trovato una morte violenta.

Chi nulla.

Chi è rimasto a metà viaggio,

minacciato da orche e balene.

Io, approdato, non torno.

La mia famiglia è tutta qui:

l’aria nella pietra,

questo odore di mucosa e di pelle.

Lei chiude gli occhi.

Tramortita dall’estasi, chiede le mie dita.

E il resto del mondo, grave sogno denso di giorni,

scompare:

a rimanere viva è, senza passato e futuro,

questa carezza, nel presente così viva

da essere e non essere

il miraggio che è, non mortale

ninfa.

*

Sopravvissuto a ogni istante.

Non essere morto: avere visto morire.

Gli uccelli, sopra la nave,

mandavano strida?

Stavo ritornando, ma chi avrebbe voluto

che accadesse realmente?

Gli uccelli mi stormivano addosso,

bloccavano lo scafo con artigli potenti.

Poi arrivò un vento di ghiaccio, li disperse,

bloccò le lacrime.

Ripresi la rotta ma non avrei voluto.

Dentro quella nube fitta si fosse rovesciata la nave

sarei stato felice.

Sognavo di ripartire smettendo di ritornare.

*

Tutte le stanze della reggia erano specchi.

I miei nemici, annichiliti dal riflesso,

fuggivano via, vedendo mille simulacri di me.

Questo sognavo. Ma quando accadrà realmente,

riprenderò possesso del mio regno.

Nessun nemico mi aspetterà: tutti, confusi,

seguiranno le mie ombre.

Ma non desidero quel momento.

Esistono altre immagini del ritorno.

Aspetto.

*

Non un pensiero errante

di un viaggio non terminabile,

né un sopra né un sotto né un alto né un basso,

ma la vertigine

tutto pura aria, vertigine senza fondo:

nell’impossibilità di ogni fondamento

continuiamo a fondare noi stessi

in sogno.

Nella grotta non si vacilla: si guardano

i rami oscillare perché il vento esiste.

Dove manca il vento

è assente ogni vita: resta il sasso sordo,

la testa ribattuta sul muro,

la pietra

senza di noi.

*

Morire dentro le mura? Laggiù?

Questo il finale che mi attende?

E poi, che io sia il re è tutto da dimostrare.

Non esistono più regni ma solo favole

che tramandano destini di eroi.

Non tornare

ma potere tornare:

quel lungo brivido sottopelle.

La reggia di Cama: nessun mondo ulteriore.

-Tornerai, ma non sarai riconosciuto.

-Tornerai, ma sarai l’unico senza maschera.

Che aspettino. La pausa, nel viaggio, dura millenni.

Io non sono più quel re. Scomparso, non voglio apparire.

Aspetto, a tornare, che tutti

scordino la mia esistenza.

Che i volti dei nemici fissino la mia assenza

scrutando l’orizzonte, estenuati.

*

Potrei arrivare

con un esercito che li sgominerà

potrei

non arrivare mai.

Ma lei mi accarezza ora.

Dentro le sue dita nulla esiste più,

nulla,

del mio lungo mondo oscuro.

*

Il pensiero esiste alla temperatura della sua creazione.

Si è sempre detto che, se fossi tornato, loro mi avrebbero ucciso per regnare al mio posto:loro, così abituati alla mia assenza, dopo le mille notti e i mille giorni del mio lunghissimo viaggio; loro, ormai, così carichi d’odio da non volermi più vivo, nella reggia, a comandare e a disporre.

Il pensiero esiste alla temperatura della sua distruzione.

Per me i mostri non erano isole o balene o naufragi, non le follie della eterna guerra per mare, ma quell’orrore che mi aspettava: loro, silenziosi, acquattati nell’ombra, le mani strette sui coltelli. Dovevo tornare solo perché avessero l’occasione di uccidermi? Mi ero salvato dagli squali e dai tifoni per morire in questo modo esatto, sanguinoso, veloce?

No. Arrivato, cammino in silenzio. Mi salva la passeggiata segreta fra porto e casa, senza nessuno ad acclamarmi, quelle brevi ore gentili, il vicolo dove camminare solo e libero, senza armatura e senza regno, la morte fisicamente distante, per pochi giorni ancora re, ancora vivo e lontano, nelle narici l’odore dell’acqua, nelle dita il morbido pulsare del suo del suo pube, gioia rubata al destino tracciato, gioia labile e chiara.

*

Ci supplicò che non pronunciassimo più il suo nome

e si fermò sull’isola dove lo facemmo approdare.

Sarebbe vissuto lì, disse.

Non poteva sopportare i volti di chi lo avrebbe rivisto.

Li amava tutti e non voleva lo guardassero come un estraneo.

Preferiva diventare

colui che non sarebbe tornato

colui che si piange morto.

Osservo ancora il mare sinistro.

Mi preparo a essere lui.

Piccole meduse salgono dall’acqua.

Ma l’antro mi possiede, l’odore mi avvolge.

*

So dove molti dei miei compagni sono approdati.

Nessuno verrà qui, dicevano,

o se verrà sarà subito vittima del sonno

e dormirà sapendo di essere ritornato,

sognando la terra chiara, prediletta,

dove l’aria scorre felice.

So del sonno dove smetto di sapere

se il corpo che mi accarezza sia reale

o se lì inizia il suo fantasma.

La testa si regge male sul collo.

Vorrei essere aria.

Con la luce del giorno

i nocchieri lasciano il timone alla deriva.

Guardando dal fondo della nostra forma

vedremo varianti del mare:

niente onde o coste o scie di uccelli sopra lo scoglio,

mentre naufraghiamo in un bianco senz’acqua,

non sapendo, amando

non sapere.

Ma io arriverò, un giorno, a Cama.

*

E se uno dei prìncipi tornasse ora?

Gli abiti fradici, guarda le porte senza nessuna maschera.

Le porte si apriranno tutte insieme nella piazza abbagliata dove la luce lo attende e tutti gli uomini, in tutta la piazza, vorranno sapere perché non lo abbiamo sepolto (ma già lo sanno, già lo sappiamo: voleva soltanto il mare e così lo facemmo scivolare nei flutti mesi fa: il tonfo dell’acqua ci parlò in un attimo di tutta la sua vita, siderale e terrena).

Sapere quali dita mi sfiorano ha forse un senso? Se fosse solo un rifugio della mente, questa grotta sarebbe meno reale? L’aria lenta, il vento dolce, gli odori unici.

Come re, fui sospinto in mare armato di sicurezze e di navi. Come naufrago, torno guardando mani rugose che sarebbe bello sentire mie.

Almeno mi si sciogliesse il ghiaccio dalle unghie…

*

Le parole inventano l’antro

e lo rendono vero,

la vera carezza separa dall’abisso,

l’odore dolce fugge per sempre la morte.

L’antro delle ninfe

Seconda pausa

E gli uomini vanno generando statue.

Georgos Seferis

**

Sordi e muti a cantare, circondati da alberi

con statue arcaiche e sfingi sottili:

attendere il sole del buio

l’ineluttabile luce fra le dita.

Ecco molti dei miei compagni,

persi in isole senza nome,

dove il vetro dei palazzi, nel buio, era arcipelago di specchi.

I superstiti torneranno, ma da quale regno?

E con quali correnti?

A picco, l’erba delle rive.

Ma dal ponte di una nave

potranno vedere le rive del fiume senza rischiare la vita?

Sono verdi i giunchi? E perché riflettono l’abisso?

È proprio questo il mare?

Nel mio sonno giungono dalle onde

messaggeri con vesti asciutte

e fra le loro dita crepita sempre la sabbia di viaggi dissolti

nel fumo di altre onde…

*

Partiti per conquistare regni e città,

siamo tornati per seppellire prìncipi insepolti.

Li abbiamo trovati e sotterrati.

Nuvole nel cielo? Nessuna.

Una scia rosso-oro saliva dai boschi.

Siamo tornati con i nostri volti.

Dal fondo della nostra ombra

sono fango gli occhi.

Nere tele, i muri.

Ma un nuovo inizio socchiude

porte sottili,

maschere mai esistite.

Ritrovo primitive carezze

fisso allibito il vello scuro.

Orfeo smette di fischiare ai vogatori.

*

Da re, resto nella grotta.

Resto dove desidero.

Qui non viaggio e non torno, né guerriero né principe.

Lascio che le parole mi arrivino alla bocca,

che le dita non cessino di sfiorarmi,

che la ninfa mi scorra fra le gambe.

L’aria ha movimenti segreti

l’odore dell’acqua mi inebria come un suono.

*

Mentre la nave oscilla e il sonno si avvicina resto sveglio.

Le sirene potrebbero, invisibili, cantare,

l’aria scossa da brevi sussulti.

Ma io non sento musica,

non subisco sortilegi.

Meno che venti

questi sono fruscii,

una smorfia sulle bocche

dei marinai addormentati.

Se dormissi anch’io, sentirei.

Ma sono scie di suoni, abbasso le palpebre

senza dormire.

Dovrò essere sentinella

del loro canto futuro,

sentinella

del presente silenzio.

*

La grotta: mio luogo reale,

dopo interminabili rotte.

Ora sono dove voglio essere.

Non nella reggia, non in mare aperto.

Qui. Sotto una volta. Con questo odore

denso e lieve

di erbe e d’acqua,

desiderando muovere le dita

nel corpo che mi attende.

Il suo odore persiste in me. La ninfa

un giorno fuggirà, senza essere lontana.

*

Nell’universo della paura ci sono re che tornano e re che sono uccisi.

Io, durante il viaggio, ero sereno.

Di notte deliravo, ma il delirare non è solo uno smarrirsi ma un lento costruirsi, come quando si scavano strati su strati e per un attimo alcune voci sotterrate riemergono e quelle dominanti restano mute. Oggi, al riparo nella grotta, parlo per le stesse ragioni per le quali il pellegrino cammina: gioia di essere in nuove terre, non desiderio di possederle. Per il tempo in cui dura questo mio narrare la mano non trema più, gli elementi si calmano, il mondo smette di franare. Vivo scavando buio, disimparando regole vuote. Parlo non come un cieco ma come un quasi cieco potrebbe parlare della luce vista. Prima trovo le parole, poi comincio a sognarle: i sogni sono la memoria del futuro. Detesto che siano interpretabili da persone sane e sicure. Non ho mai voluto essere altro che un sognatore inguaribile: chi mi parlava della vita comune, della caccia, dei viaggi per mare, mi annoiava, mi lasciava confuso. Però, essendo re, in quella spedizione di re sono dovuto partire.

*

Degli uomini viaggiano insieme per giorni, nella testa il racconto che pensano di fare al termine del cammino, la vista offuscata, i crampi allo stomaco, il sangue alla bocca, la sete, la fame. Ogni tanto, guardandosi, emettono suoni incomprensibili, come per illudersi che ricordano ancora: ma non sanno più cosa dire alla fine del viaggio. Sono partiti per perdere il loro nome, diventare altri corpi e altre menti, sparire come si sparisce in un luogo capovolto, dove le radici degli alberi sono esposte al vento. E, se ritornano, non possono dire niente di ciò che è accaduto. Erano in due e tornavano al galoppo verso la reggia. Per venti notti e venti giorni galopparono fra rovi e rocce; il ventre dei cavalli, ferito dallo sforzo, lasciava tracce di sangue. Neppure per un attimo aprirono la bocca per bere: forse pensavano che l’acqua potesse spegnere le loro voci. Ansimanti, arrivarono. Balbettavano sillabe incomprensibili. Qual’era la notizia da trasmettere, il segreto da svelare? Nulla li conduceva qui. Io mi alzai e dissi: «Comunque, devono parlare. Che riposino dopo». Erano troppo stanchi, gli abiti impolverati, le facce cianotiche, la vertigine nelle orecchie. Fu loro permesso che alloggiassero nelle stanze, che dormissero. E accadde. Nello spazio di un minuto morirono bisbigliando: «Non c’è più tempo».

Mi sveglio all’improvviso e con un senso di pace guardo la volta della mia grotta, dove nessuno è ancora tornato, neppure io.

*

Perché siamo partiti? Cosa volevano davvero i re e gli equipaggi dei re? Depredare popoli, occupare terre? In nome di quale volontà ci siamo mossi con le nostre navi?

Ma ormai sono tornato e intendo vivere solo. Vivere soli tutta la vita è coraggioso e saggio, anche se il prezzo da pagare causa dolore. Ma il dolore trasforma la mente in teatro e ciò che sembra una catastrofe diventa una delicata architettura ritmica, una forma speciale di danza. Qui, dentro questa grotta, so di essere uno spettatore a margine dello spettacolo, uno che sta in teatro con gli occhi bendati: qualche volta mi arriva il significato secondario di qualche parola, di qualche musica, e divento ansioso perché capisco che era proprio questo il significato principale: partire, causare morti, naufragi, tempeste, e poi tornare, felici di essere soli.

Oggi sono più consapevole di ieri di essere vicino al centro del mondo, all’asse potente della ruota, ma quella continua a girare e la mia vicinanza non aggiunge e non toglie niente, è un attimo tantalico che neppure ha più la qualità del supplizio.

*

Un soldato apriva la porta, sollevava la lancia, mi indicava ai suoi compagni. Ma dietro di lui non c’era nessuno. Lo vidi solo, stupito. Di colpo, senza preavviso, mi si inginocchiò davanti e mi chiese perdono. «Non ero io ad accusarti. Non io! Non io!». Piangeva e sudava. Io vidi che attorno a lui tutti i muri e tutti i colori erano crollati. Distinguevo un cavallo, due teste, una scheggia di muro, e dei bruni mescolati, confusi. Forse tutte le immagini di tutti i ricordi appaiono così, smembrate, polverizzate, dissolte, e solo parlando a voce alta le si può ricomporre, ricucire in un disegno. Ma, mentre si ricuce il disegno, ne sopraggiunge un altro, e un altro ancora, e tutto cambia di nuovo, e dell’arazzo originale rimane solo una traccia di fumo nel cortile polveroso, e lame spezzate, che non rispecchiano più nulla.

Come oggi, sotto questa volta, guardo una traccia remota di corpi che non esistono. Ma la mia mano, dentro un corpo che palpita, è.

*

Sono un re che non smetterà di tornare.

Un re che non è mai ritornato.

Viaggiando per vedere dèi ulteriori in terre ulteriori

ho sentito un vento dal mare, un suono di vele.

Vele, non sudari. Nave viva.

Ora sono qui, questo antro è la mia nave, qui

tutto è possibile.

Nella grotta temperata convoco gli spiriti:

devo tornare a Cama o riprendere il mare?

L’insonnia delle bufere e la carezza della ninfa:

le pareti opposte del mio unico specchio.

Ulisse, Fausto Melotti

Terza pausa

Siamo o non siamo nulla ma potremmo

essere. Uomini? Chiudo il libro

sotto questa perturbante luce.

Lucetta Frisa

**

Quando ero in mare, lasciavo liberi i pensieri

perché domani potevo non esistere più.

Ma qui, gli odori dolci, l’aria morbida, le anfore colme,

sono quasi felice.

Non avrei voglia che nulla accadesse ancora.

Solo respirare. Il respiro è intimo.

Quando l’aria scorre liberamente nelle narici

contagia tutto il corpo che, leggero,

non distingue fra veglia e sonno.

Parlarmi oggi di guerre o congiure

sarebbe offendere le mie orecechie

con una lingua barbara e vuota.

Molti i morti che ricordo, alcuni uccisi da me.

Ciò che mi resta addosso è un greve odore di sangue.

Nessuna acqua lo lava.

Nudo, sento quell’odore nella pelle e nei muscoli,

come se nulla di me mai lasciasse

i luoghi dove in qualche inutile guerra

è stato versato.

Io, in quelle battaglie,

c’ero.

*

La reggia no.

Preparino l’ennesimo tradimento senza di me.

Otto mesi fa sette guerrieri mi spinsero a partire.

Ricordo le loro ombre sulla testa di lei.

La regina non voleva, osava appena guardarmi.

Non ricordo che quelle ombre.

Lei ha perso nome e senso.

I re sono pure maschere.

In ogni ora del viaggio,

secondo il suono del vento e la forma delle isole,

mi sono dissolto, mi sono plasmato.

*

Se l’aria che respiro fosse l’aria che respiri

nel folto del bosco non ci sarebbe

universo più vasto e felice

dono segreto accordato alle mani

nessun vento sarebbe così alto

fra le erbe della terra nessun soffio

così fresco da invocare labbra e mani vive

le parole come cera calda

modellata nella lingua arcaica fuggita dalla pietra

nuova musica nel palmo delle mani

musica salda

nell’antro

se l’aria che respiro fosse l’aria che respiri

armonia tornerebbe, aria celeste

sopra il precipizio,

aria in cui muoversi insieme,

i corpi liberi da inutili vesti,

la mia mano lenta

fra le tue cosce.

*

Gettare grida di sgomento e descrivere lo sgomento

lo sgomento pianto.

Essere come l’ombra del sole sul muro.

Oggi esserci,

domani tornare ombra o luce o muro.

Ma mentre andavo, isola dopo isola, inutilmente re,

c’era solo mare opaco, nei miei occhi, e niente a dirmi

se la via fosse giusta, se da quelle onde

passasse il mio giusto sapere.

Le nuvole mutano sempre,

non come le pietre, troppo lente a cambiare,

o gli immutabili deliri.

Descrivere la vita in piena luce:

noia, sonno, andature.

I paesaggi risplendono, nascosti dalla densa e costante nebbia.

Anche ora, a pochi metri dalla stretta fessura rocciosa,

nell’acqua non vedo mai le onde

ma le mani dei compagni.

*

Mentre ero nella nave

la più interna delle voci

assentiva, vagamente,

al mare illimitato.

E io mi chiedevo:

sono pesce fra le onde?

sono strumento dell’acqua?

sono portavoce?

E mi chiedevo ancora:

come trattenere un uomo, qui,

se non conficcando nelle rocce il suo destino,

limite oscuro di quell’illimitato mare?

*

Oscillo,

ma per l’ultima volta.

La terra, vicinissima, chiama.

Fine della nave, remi dissolti.

Erba dell’antro

dove giacerò innominato e muto,

tuo naufrago, tuo servo dormiente.

L’aria è un dio

quando mi carezzi il petto

e tu la dea di quel dio

i piedi toccano la pietra

respirami dentro

spalancami nella tua pelle

senza di te morirei

chiudiamo fuori dalla grotta i morti

hanno smesso di amarsi

spogliamoci

restiamo nudi

immortali.

*

Tornerò quando ad aspettarmi

non ci saranno sette guerrieri

solo ombre e nessuna regina

potrà ricordarmi o lama di nemico

trafiggermi.

Il tempo lentamente toglie terra alla terra,

finché resteranno precipizi.

Nessuna nave nel porto.

Nessuna sirena fra le rocce.

Un’aria dolce, rovine di colonne.

Armi sotterrate. Ossa verso Cariddi.

Tornerò a Cama

senza dèi senza scie

senza le dita della ninfa senza l’odore dei morti

e regnerò.

Attraverso la valle dell’ombra profonda

Verrai con me dolce ragazza

di John Clare

Verrai con me dolce ragazza

dimmi ragazza verrai con me

attraverso la valle dell’ombra profonda

della notte e della sua tenebra

dove l’orma ha perduto la strada

dove il sole dimentica il giorno

dove né vita né luce si vedono

dolce ragazza verrai con me…»

Da INVITO ALL’ETERNO di John Clare

**

William Wordsworth, William Blake, Percy Bhysse Shelley, John Clare, Samuel Taylor Coleridge, John Keats, Elizabeth Barrett Browning, Gerard Manley Hopkins

ATTRAVERSO LA VALLE DELL’OMBRA PROFONDA

Quaderrno di poesia inglese del XIX Secolo

con testi originali a fronte

a cura di Lucetta Frisa

Prefazione di Silvio Raffo

“Scoprendo per caso (tutte le cose più stimolanti sembra avvengano per caso) le poesie del più trascurato (in Italia) poeta del Romanticismo inglese John Clare, ho intrapreso un vagabondaggio tra i versi di quella grande poesia anglosassone alla quale questo bipolare apparteneva (da Wordsworth, Blake, Coleridge, Keats, Shelley, Barrett Browning, fino a Hopkins). Chi, meglio dei romantnci, mostra o descrive uno spirito perturbato? E chi, fra loro, può dirsi completamente sano di mente? Ma forse i sani di mente raramente possiedono la grazia della poesia. Anche in questo caso, di definito non c’è nulla.

Lucetta Frisa

Due sonetti

di Alfonso Guida

Da Sonetti dell’evasione punita

La ronda dei carcerati, Vincent Van Gogh

Lo psichiatra

Si limita a capire, spiega, spezza

come in una morgue, fuochi e dettagli,

punti e intralci di una mappa strategica,

non salva, non vince contro la morte.

È una preghiera a suo modo, la mano

che tira i dadi, cifre improvvisando,

tiene a galla alternanze, andirivieni,

teoremi, tenta una lingua, delimita.

Fa ombra dove il raggio colpisce a saetta,

toglie i chiodi, allenta le fissità,

rende neutri gli specchi e i meccanismi

di proiezione. Definisce gli echi,

soccorre le unioni in preda al degrado,

toglie il continuum sacro, non guarisce.

**

Postpsichiatria

E non è cadere, non più, radice

di precipizio, casa muta e lotta

del silenzio, dio parola in parola,

ciclostile inceppato, né le antenne

si associano a segnali, una radura,

pietra di fiume, cronache vergate

per penitenze. La vita è di un giunco

di palude. E le mani sono strette

di sangue tra le nebbie. E il grido amaro

resta quieto come morto, una stuoia

sulle acque, un rifiuto di superficie.

Vaga in un limite la mente, enumera,

concatena, si ascolta e si distingue,

le ore è un chiedere a tamburo chi è assente.

Gli amanti divisi

di Marceline Desbordes-Valmore

(traduzione di Lucetta Frisa)

Il segreto

Nella folla, Olivier, più non cogliermi di sorpresa:

stammi vicino, ma parlami senza parole

la tua voce ha toni che mi fanno trasalire

non mostrare un amore che non posso ricambiare,

altri occhi, oltre i tuoi, mi vedono arrossire.

Cercarsi, intravedersi, non è già dirsi tutto?

Non domandarmi più con un sorriso triste

i fiori che danzando trattengo mio malgrado

quando il cuore li chiede, li sento sul mio petto

e negli occhi si legge che li ho colti per te.

Quando fuggirò via, tròvati sul mio passaggio

la nostra ora di domani, i fiori del corsetto

alla fine del giorno ti darò tutto questo:

ma poiché non c’è amore se il cuore è troppo saggio

conserva il mio segreto perché io t’amo tanto.

**

Gli amanti divisi

Non scrivere. Sono triste e vorrei spegnermi

senza di te le belle estati non hanno stelle

chiuse ho le braccia che non ti raggiungono.

Se bussi al mio cuore busserai a una tomba.

Non scrivere!

Non scrivere, impariamo a morire a noi stessi.

Solo a Dio, solo a te, dovrai chiedere se t’amavo

nel fondo della tua assenza ascoltare che m’ami

è ascoltare il cielo senza mai salirci.

Non scrivere!

Non scrivere, ti temo e temo la memoria

che conserva la tua voce che mi chiama sovente

mai mostrare l’acqua a chi non può dissetarsi

una scrittura amata è un ritratto vivente.

Non scrivere!

Non scrivere le dolci parole che leggere non oso

sembra che la tua voce le sparga sul mio petto

le vedo risplendere attraverso il tuo sorriso

sembra che imprimano un bacio sul mio cuore.

Non scrivere!

**

La sincera

In vendita è il mio cuore

vuoi comperarlo?

Vuoi comperarlo

senza discutere?

D’acciaio Dio l’ha fatto

che tu renderai tenero;

d’acciaio Dio l’ha fatto

per un solo amante!

Il prezzo lo decido io :

lo vorresti conoscere?

Il prezzo lo decido io:

non esserne sorpreso.

Il tuo cuore è ancora tuo?

Dammelo ! Sarai mio padrone

il tuo cuore è ancora tuo?

E’ per pagare il mio?

Se più non ti appartiene,

ho un solo desiderio;

se più non ti appartiene

non c’è più nulla da dire.

Via il mio scivolerà

chiuso alla vita

via il mio scivolerà

e solo Dio l’avrà!

Perché per i nostri amori

rapida scorre la vita,

perché per i nostri amori

i giorni son troppo pochi.

L’anima deve scorrere

come un’acqua limpida

l’anima deve scorrere

amare e poi morire.

Marceline Desbordes-Valmore

Da oscuro a oscuro

di Antonio Pibiri

Antonio Pibiri

Radi e irti peli sullo specchio del lago

somigliano a un falso giuramento.

Gravante nembo nerissimo dal cielo

minaccia rovina, lo punta.

Il falco sacro che vira e sormonta

è mirabile incomprensione per noi.

Ai figli di Orizzonte è bastato poco

da palpebre che chiuse filtrano

spezzare in aria dove incrocia

nuvola e falco una fiala di luce

nell’ordine reticolare

(Highland Lake, Turchia)

Volcanic landscape

**

L’ orologio si porta avanti con il lavoro del tempo,

cantieri sigillati, gli operai siedono

al tavolo, la paga gli si eccita in tasca.

Ferocia e irridenza.

Sanno solo scherzare dalla paura.

Attraverso l’eritema che pulsa sul viso

il bambino agita ai vetri le smorfie.

Un tosaerbe rumina dietro la rete metallica

e fiori oscillano da culmini gioielli d’ipnosi

in solitudine quanto i fratelli alpini.

Chi tiene il conto dei gradini, chi le rampe

in discesa perdutamente?

Come nessuno ristà nel barlume del principio

che pure a volte da macchie di ginepro

e boscaglia sfila una collana di daini, il selvatico

ci invade la strada, l’assetto oculare,

un silenzio dietro l’altro taglia il campo…

Oh la luce regina ai pini, luce regina all’albero

gli siedi troneggiante accanto.

I nostri nomi antichi di pietà si guardano

e scivolano per il verso, da oscuro

a oscuro

(Come riconoscere l’Eternità)

Mimmo Paladino

**

Che fai tu qui, sola, in piena ombra

piccola tra questi edifici di basso impero.

Gli inverni newyorkesi sono rigidi, impietosi

a volte, dovresti saperlo. Non rispondi.

Tu non puoi parlare. Sciocco che sono! Poi capii…

La bambina con mani sui fianchi

La bambina con l’aria minacciosa

non stava lì, scultorea, o per sfida

piuttosto cavalcarlo il folle Toro di bronzo

nella piazza tra Broadway e Morris Street

giacere e congiungersi col bestione magari

crescere, crescere più in fretta

a prematura specie, immergersi

nella stessa vasca di fonderia dove

maschi adulti estraggono i vitelli

dove volume d’affari immenso

e piedini sulla groppa del cornuto

verso i piani più alti la propulsione

come su un tappeto volante

come sul plantare di un dio

(Da un corno all’altro di Re Mida)

Il Toro di Wall Street

Motivetti

di Mia Lecomte

MOTIVETTI

Sombras imaginarias

vienen por el camino imaginario

entonando canciones imaginarias

a la muerte del sol imaginario

Nicanor Parra

1 – Auto-Jodler: del Maloja e le sue bestie

La famiglia in macchina tra le montagne

sul passo l’unica salvezza è cantare

tri oc andaven a bev, tri oc andaven a bev

tri oc andaven a bev, andaven a bev a la fonte del re

la conta sublima la nausea sui tornanti

preghiera assetata che sale

cuatr oc andaven a bev, cuatr oc andaven a bev

per scendere

cuatr oc, tri oc, du oc, un oc, un uchin un uchet

non si placa

quella mano sulla fronte mentre vomitavi

in folle l’oca algebrica all’assalto del re

La mamma rilancia con altri animali

un éléphant se balançait

sur une toile d’araignée

troppo grossi e non possono che crescere

in prima carneossa sul precipizio

Alla fine i tre laghi oltre

inesprimibile la luce dai finestrini

un kilomètre à pied, ça use ça use

domani saremo là sopra

deux kilomètres à pied, ça use les souliers

e se non tornassimo più

**

Il passo del Maloja

2 – Waltz for Debby

Al nonno che parlava l’altra lingua

devo ancora la scioltezza del mio valzer

les belles dames font comme ça

et puis encore comme ça

allacciati gli arrivavo appena in vita

un due tre un due tre

mio fratello seduto al pianoforte

ainsi font, font, font,

trois p’tits tours et puis s’en vont

Era dritto senza fede

i libri prediletti dentro al cuoio

gli occhiali in bachelite

inforcando adagio il nostro tempo

prête-moi ta plume

pour écrire un mot

prima del mio nome

il nonno metteva sempre la petite

**

3 – Brasil ‘66

Sono nata quell’anno cruciale

ma in un piccolo nord

il mio vero paese esplodeva

quando a giugno si atterrava sull’isola

olha que coisa mais linda

mais cheia de graça

era lì col suo vento

un’ingiustificata intimità

eu mesmo mentindo devo argumentar

que isto é bossa-nova, isto é muito natural

Le passeggiate a riva

sono andate tutte lungo la sua lingua

chega de saudade

a realidade é que

sem ela não há paz

eppure solo per cantare

quel che sentivo appartenermi

tristeza não tem fim

felicidade sim

il resto l’ho inventato

come una tiritera seriamente

e pa e pe

é pau é pedra

eu fin du camin

é o fim do caminho

Con te quell’invenzione per un poco

tesoro

mi è stata anche destino

a promessa de vida

no teu coração

**

4 – Begin the beguine

All’asilo dichiarò di volermi sposare

Biondo braghe corte

La mamma: una faccia da tedesco

Il primo batticuore

I fall in love too easily

I fall in love to fast

Lo invitai a una festicciola

durante il film

gli poggiai tenera la testa sulla spalla

l’intenzione di formalizzare la promessa

tú siempre me respondes

quizás, quizás, quizás

o più precisamente:

Non sono mica il tuo cuscino!

Il primo cuore infranto

per poi indovinare

mi sono innamorata di te

perché non avevo niente da fare

più consapevole dei platonici pretesti

ardori ad uso di scritture

il giorno volevo qualcuno da incontrare

la notte volevo qualcosa da sognare

Ma è dovuto passare molto tempo.

Finita quella festa

gli occhi gonfi di lacrime seguii

le sue due orecchie a sventola

sparire in ascensore

every time we say goodbye, I die a little

**

5 La banda dell’Ortiga

Nonna zii cugini

assieme attorno al tavolo

per una a gara di canzoni

di cui conoscevamo le parole

a turno fino a esaurire

il proprio repertorio

Spontanei e incoraggiati i cori

escluso per principio chi stonato

vengo anch’io? no, tu no

ma perché? perché no

Erano gli anni della consapevolezza

ho visto un re.

sa l’ha vist cus’e`?

ha visto un re!

ah, beh; si`, beh

all’insegna dell’impegno delle parità

cercavamo di mostrarci degni

questa è la canzone intelligente

che farà cantar, che farà ballar

lo sciocco in blu

La nonna seduta a capo tavola

il bel sorriso politicamente non corretto

dirigeva i più piccoli in una voce sola

in d’una foresta del Centro Katanga

gh’era la tribù dei Vacaputanga

Quell’affettività da clan

in apparenza senza un argomento

prisencolinensinainciusol

a giochi fatti

ol rait

significa abbastanza

Mia Lecomte

Pietra e frutto

di André du Bouchet

Pietra e frutto*

una parola libera dalla sua storia, si orienta verso il futuro e questo futuro spetta a chi se ne accorge e le accorda il soffio con cui lei chiama.

la pietra stessa può diventare frutto.

nella sua radice senza memoria l’opera troverà materia.

*Il testo è tratto da: André du Bouchet par Clement Layet, présentation et anthologie, Seghers, Paris, 2002.

André du Bouchet

in cerca del rosso di bue

di Cristiana Panella

Francis Bacon, Trittico per una crocefissione

in cerca del rosso di bue

ci sono giorni in cui nulla passa, e tornano le impressioni dismesse con cui c’eravamo dati un talento, Introvabili. niente si trova, nella cecità del tedio

*

un rosso di bue, chiedevo, che avvolgesse di velluto le pareti della mia stanza,

e un profumo di muffa, a riportarmi l’odore degli assenti amati. giovani antenati di tre generazioni

il tempo breve di convincersi di averlo portato, quel profumo non ce l’hanno, il rosso di bue.

*

mi propone un rosso aragosta orfano di bellezza

non lo sa che il rosso aragosta non macchia

che i colori non macchiano

*

l’impressione macchia. e io voglio un rosso di bue che riconosca il puzzo di muffa di Nina

immagino di portare il suo profumo, passando l’ombretto con le sue mani nello specchio del comò impiallicciato, ignara di quella donna che abita sua nonna mentre si trucca

*

questo, cerco di spiegare alla commessa, chiedendo un profumo di muffa

*

mi trapassa senza complicità, vestita di giallo limone

il suo corpo inconsistente mi accompagna alla porta sorridendo mentre cerca di spazzolarsi dalla

scollatura quella pozza appiccicosa che le rovina la camicia e spaventa i clienti.

**

Cristiana Panella (fotografia di Caroline Boulord)

azzurro meridiano

ho perso il senso che fa mangiare

questa arsura sollevata con un tocchetto di brace è terra vaga

nessun dio segna i confini tra le coppe delle mani

e io che latro,

una maschera molle che bacia in bocca il cuscino

faccio ostie del tuo sperma secco

un laghetto al giorno, sotto la lingua

vorrei cedere al sonno beota che prepara alle buone azioni

invece veglio greve per tenere in vita il tuo abbraccio,

una grotta azzurra accesa da lampare di carta.

Cristiana Panella (Roma, 1968) è ricercatrice in antropologia sociale e culturale in Belgio. Dopo la laurea in Lettere Moderne all’Università La Sapienza si è trasferita a Parigi, dove ha ottenuto un master (DEA) in Storia dell’Arte Africana alla Sorbona per poi conseguire un dottorato in Scienze Sociali all’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. Ha effettuato lunghi soggiorni di ricerca in Mali sul commercio clandestino di reperti archeologici e sui cercatori d’oro, prima di dedicarsi allo studio del commercio informale a Roma. La sua ricerca è orientata sugli heritage studies e sul rapporto tra etica e corporalità. Tra il 2015 e il 2018 ha collaborato con una casa editrice di Bruxelles orientata sulla poesia performativa e la prosa poetica, in qualità di editor e di lettrice. Ha pubblicato alcuni testi di poesia in prosa e prosa poetica per Oblique Studio ed è stata finalista per la sezione “une prosa inedita” al Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano (2019). Una sua raccolta ha ricevuto la menzione speciale al Premio nazionale di poesia Arcipelago Itaca (2020). Cura e traduce per Carte nel Vento, la rivista on-line del Premio Lorenzo Montano, testi di poesia e prosa poetica francofona contemporanea inedita in Italia. Nel 2019 ha auto-pubblicato il non-romanzo in cielo e in terra.

Lo strumento

di Varlam Šalamov

Varlam Šalamov

Quanto è primitivo

il nostro semplice strumento:

dieci quinterni di carta da dieci soldi,

una matita frettolosa:

ecco tutto ciò che occorre agli uomini

per innalzare qualunque

castello, raramente in aria,

sul destino quotidiano.

Tutto ciò che a Dante era bastato

per costruire quelle porte

che danno sulla buca ribordata

di ghiaccio dell’inferno.

Il testo è tratto da: Varlam Šalamov, Quaderni della Kolyma. Poesie 1937-1956, (cura e traduzione di Gario Zappi), Giometti & Antonello, Macerata, 2021.

L’altro Woyzeck

Taccuini preparatori di Robert Wilson intorno alla messinscena del Woyzeck (National Theater Mannhein, giugno 2013).

Sarebbe stato troppo facile rappresentare tutto il Woyzeck con le musiche di Alban Berg. Nessuno mi ha commissionato la regia di un’opera lirica. Io ero libero. Ho lasciato che fosse Tom a scrivere tutte le musiche. Tom Waits. È straordinario, Tom. Le sue idee vanno dentro le mie idee. Si scontrano come treni che deragliano allo stesso binario.

Io tolgo il coltello a Woyzeck, nell’attimo culminante della morte di Maria. Annego la scena nel blu scuro. Prima si vede tutto blu, poi tutto nero. Poi, limpido e intonato, l’urlo di una donna. Quindi la voce di Tom che miagola una canzone che sembra venire dal mondo dei morti. Una canzone da taverna. Con tanto di boccali che battono sul legno. La scena seguente, il silenzio assoluto. Piena luce. Cala un telo tagliato in diagonale da uno squarcio geometrico. Nessuna ballad, nessun essere umano. Un vestito buttato sul proscenio, tagliato con lo stesso squarcio del telo grande, un vestito rosso colmato da una luce rossa.

Mi sono molto divertito a togliere dal Woyzeck quella fetida aria da cabaret espressionista. Ora è come lo voglio io: puro cristallo, puro colore.

(M.E.)

Robert Wilson e Tom Waits
Tom Waits