PER NOTHING DI COVIELLO. Caterina Galizia

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Sembra il più caotico, il più disorientante dei libri che ho letto finora di questo autore e invece paradossalmente, a ben vedere, è il più centrato su un tema che aleggia attorno ai versi esemplari (l’emergenza dei sistemi, p.85)

non so che pensare, come fare quello che dico si disfa mentre lo dico

E (per una nuova cultura, p.84):

Lo slittamento del corpo della lingua una sorta di vestito chiamato a servire

l’architrave fondativa si dimentica degli umani estensione di predicati.”

Qui si tratta di capire perché questo libro descriva una lingua così in crisi. Per quello che so di Coviello, il linguaggio di cui parla dovrebbe essere quello mutuato dall’amato Lacan, a somiglianza del quale è strutturato l’inconscio, lo stesso di cui l’animale-uomo è preda ma che lo fonda come soggetto. Ma allora perché “una sorta di vestito”? Del vestito, infatti, se si vuole, ci si può liberare e restare nudi, ma del linguaggio no perché è proprio quello che ci struttura. E’ di qui che viene il titolo che, se ci si pensa, è ben tragico? Questo “nulla” che lui sente sia in quello che “si disfa mentre lo dici”, sia nel corpo che rimane senza protezione quando le parole, dentro le quali si nasconde il poeta, sono venute meno?

A questa domanda può rispondere solamente l’autore. Michelangelo gentilmente mi spiega.

Nothing è quanto rimane dopo una vita spesa a scorrazzare in lungo e in largo nel linguaggio. E’ una sorta di coscienza-paura; consegue alla quotidiana aggressione che ognuno di noi subisce da ammassi verbali ad alta inconsistenza per cui (cito le sue parole) ‘la lingua non è più un patrimonio del soggetto’. Ciò genera una frattura ‘è la frattura è dentro al silenzio della lingua degli altri’’”.

La lingua degli altri. In effetti gran parte di questo lavoro si sviluppa come un collage di frasi, registrate nel momento in cui raggiungono l’autore dall’esterno virtuale o reale. Sembrerebbe una resa provocatoriamente consapevole al “luogo comune”; essa, però, viene saltuariamente interrotta da lampi di autenticità che Coviello solitamente concentra in brevi frasi o in uno o due versi in cui passa i suoi messaggi di sempre: la poesia come “conoscenza di ciò che uno non sa di sé”

Stiamo vivendo a proprio piacimento” p.83

o solo desiderio o solo l’infinito” p. 82

murati vivi passatempi sociali” p.78

ho pensato di passare di fronte

cercando il fenomeno il ciò che riluce.” p. 75

andarsene così con passi d’aria” p. 55

ciascuno si ritaglia nella sfuggente

parola e così via.” p. 53

oppure la poesia come “gioco di dissacrazione”:

attrae di più uno che pensa?” p.8

bellezza culo estremo” p.7

questionando conquistava” p.13

coniugi amici due mali” p. 15

animo elevato il cul combatte” p.16

sarà l’egoismo principio universale?” p.17

E, soprattutto, la poesia come ricerca. Molte sono le proposte che l’autore ha presentato nel corso della sua opera. Qui, nella “ Via crucis”, invita a decodificare un idioma escogitato ex novo per ironizzare sulla prosopopea della lingua “colta” per antonomasia (il latino). In “Cuore battaglia” richiede complicità e tolleranza al lettore che, trovandosi davanti ad un’assenza totale di punteggiatura, deve per forza prefigurarsela se vuole dare allo scritto un senso (con la spina nel fianco del dubbio di stravolgere completamente il pensiero di chi scrive).

Comunque, mentre in passato Michelangelo mi è sempre apparso come il grande giocoliere dei punti di vista che riesce a far convivere anche se (o soprattutto perché) antitetici, qui mi sembra inesorabilmente catturato da questo unico tema: lo strapotere della parola che, dopo averli fondati, si dimentica degli umani. Gli umani, però, non possono dimenticarsi di lei.

Parlando” dice Coviello, “bellezza morsi”. (Amore battaglia, p.9)

E ancora:

“ …e ora corri dove più ti piace voce alterata cos’è mai la bellezza? è il rivedersi presto logoro nome che patimmo un giorno”(Cuore battaglia p.30).

Ma se ti piacesse di me che sono apparecchiata cos’è la bellezza? Troppo sarebbe la voglia in cui mi trasformai ti porto in bocca come una canzone.” (p.31)

Cos’è mai la bellezza? Senza fare altri giri tenerla segreta o buttarla fuori farsi male aiutarla in ogni modo.” (p..33)

“…cos’è mai la bellezza? Pelle senza odore colta da corpo e coltivata bianca e perfetta su tutta la notte fin quando l’alba avida e aspra senza più profumi immensa corre insieme a lei” (p. 34)

a te che porti il cielo nello sguardo e parole profumate dell’amante lontano cos’è mai la bellezza?” (p. 35)

cos’è mai la bellezza?…lettere e quaderni dove piove in superficie e tutto passa come nave al tramonto queste parole quiete sul cuore a sua insaputa” (p.38)

Tollerare questa commistione che abita la parola da una parte alienante e dall’altra “dolce ragione sola” della vita è l’obiettivo di questo testo che si accolla coraggiosamente la fatica di esprimere, ma nello stesso momento mettere in dubbio, la propria fede nella lingua, di sfidare per lei vertiginose arrampicate sulle pareti dell’immaginario, di arrovellarsi nella ricerca dell’esemplare più convincente tra i termini noti e i luoghi comuni e nell’invenzione per lui di un senso che gli consenta ribellione e rinascita.

Michelangelo Coviello

POICHE’ L’UOMO E’ L’ALBERO DEL CAMPO. Natan Zach

(traduzione di Ariel Rathaus)

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Natan Zach

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כִּי הָאָדָם עֵץ הַשָּׂדֶה

כִּי הָאָדָם עֵץ הַשָּׂדֶה

כְּמוֹ הָאָדָם גַּם הָעֵץ צוֹמֵחַ
כְּמוֹ הָעֵץ הָאָדָם נִגְדָּע
וַאֲנִי לֹא יוֹדֵעַ
אֵיפֹה הָיִיתִי וְאֵיפֹה אֶהְיֶה
כְּמוֹ עֵץ הַשָּׂדֶה

כִּי הָאָדָם עֵץ הַשָּׂדֶה
כְּמוֹ הָעֵץ הוּא שׁוֹאֵף לְמַעְלָה
כְּמוֹ הָאָדָם הוּא נִשְׂרָף בָּאֵשׁ
וַאֲנִי לֹא יוֹדֵעַ
אֵיפֹה הָיִיתִי וְאֵיפֹה אֶהְיֶה
כְּמוֹ עֵץ הַשָּׂדֶה

כִּי הָאָדָם עֵץ הַשָּׂדֶה
כְּמוֹ הָעֵץ הוּא צָמֵא לְמַיִם
כְּמוֹ הָאָדָם הוּא נִשְׁאָר צָמֵא
וַאֲנִי לֹא יוֹדֵעַ
אֵיפֹה הָיִיתִי וְאֵיפֹה אֶהְיֶה
כְּמוֹ עֵץ הַשָּׂדֶה

אָהַבְתִּי וְגַם שָׂנֵאתִי
טָעַמְתִּי מִזֶּה וּמִזֶּה
קָבְרוּ אוֹתִי בְּחֶלְקָה שֶׁל עָפָר
וּמַר לִי מַר לִי בַּפֶּה
כְּמוֹ עֵץ הַשָּׂדֶה
כְּמוֹ עֵץ הַשָּׂדֶה

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POICHE’ l’UOMO E’ L’ALBERO DEL CAMPO

Poiché l’uomo è l’albero del campo;
come l’albero l’uomo cresce.
Come l’uomo, anche l’albero pone le sue radici,
ed io certamente non so
dove sono stato e dove sarò,
come l’albero del campo.

Poiché l’uomo è l’albero del campo;
come l’albero, egli tende verso l’alto.
Come l’uomo, viene bruciato nel fuoco,
ed io certamente non so
dove sono stato e dove sarò,
come l’albero del campo.

Poiché l’uomo è l’albero del campo;
come l’albero, è assetato d’acqua.
Come l’uomo, rimane assetato,
ed io certamente non so
dove sono stato e dove sarò,
come l’albero del campo.

Ho amato e ho odiato;
ho provato questo e quello;
sono stato sepolto in un pezzo di terra;
E c’è amaro, amaro nella mia bocca,
come l’albero del campo;
come l’albero del campo.

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TRE POESIE. Alfonso Guida

Annibale Carracci

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BERCEUSE

(aragonese)

Parola, presenza rimasta. Amore

nuziale né promesso né giurato,

casuale e libero. O parola schiva,

che mi ha amato in silenzio, senza perdermi,

tenendomi d’occhio, muta e fedele

fino al mio accorgimento. Non esiste

la parola creata quando scrivo.

Sono io la voce che la parola crea.

Si è insediata all’inizio del distacco

dall’informe, ha assunto la vastità

della vita, ci siamo coniugati

senza volerlo, come un’ape sceglie,

nel campo, il fiore in cui entrerà, sposandolo.

Rembrandt van Rjin

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LOESS

Le tue viscere assonnate, il diverbio,

quello che posso amare, senza tremito,

tramando un modo di ospitarmi e farmi

compagnia. Il cerchio ha chiuso le sue forze

di rotazione in una sottile linea

sradicata da una figura piana.

Non c’è tempo, nessun tempo argomenta

le mancanze e le manovre, il morire

di volta in volta aggrappati a un uncino

di ferro, uno squartamento, ricordo

Carracci, Rembrandt, Bacon, macchiaioli

del buio e del sangue nel punto esatto

del suo fluire, quando si fa tenebra

minerale, minuta corrente, alba.

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ZERO DI RIPORTO

Sono in gabbia e mi congiuri, dolore.

Prigione sempre chiusa. Né ora d’aria

neppure dialogo e lavoro. Puro

stare stralunato e stantio. Estuario

difettoso del mio estro, come il sacro

perdurarmi attraverso il chiaro sonno

del bambino dal pensiero impietrito,

dal cappotto di feltro, verde scuro.

L’attimo è questo vedermi negato

dopo, nel dopo, avvenuto il delitto,

questo starmene, isola insondata,

col puro stupore che mi concede

l’onda appena increspata, l’inattesa

figura che domina il dormiveglia.

Chaïm Soutine,

TESTA FA LI TESTI. Per Filippo Bentivegna

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Lettera apocrifa di Filippo Bentivegna, trovata sotterrata sotto una zolla del suo giardino di Sciacca.

Sciacca, 1958.

E lo so, lo so che sono matto, il matto scultore di Sciacca. Io, Filippo Bentivegna.

Maria? E chi è Maria? Di cosa parli? Ti ho fatto entrare nella mia casa, brutto scemo, e mi parli di un fantasma? Vergogna. Vergogna. Non so più niente di Maria. Non so più niente dell’America da anni e anni. Io sono Filippo de li testi, scultore. Il mio pensiero è le mie teste: l’ho conservato per il mondo, tutto dentro le teste. Non ho lasciato niente fuori. Voi uomini vivete nell’inferno. Io raccolgo nel mio paradiso le mie teste. Più di tremila. Intere piramidi. Montagne su montagne. Non ne regalo una. Le tengo come un tesoro. Sono un tipo avaro, pericoloso, dicono strano. Dopo quella botta in testa vivo solo nel mio giardino. Qui, con montagne di teste. La chiave dell’incanto ce l’ho io, è in cima alla cima della testa più alta. Pietre, al mio servizio. E mandorli, ulivi – tutti al mio servizio. Pietre tenere, dure. Intaglio e scolpisco. Chiamami Eccellenza. Chi sarebbe Maria? la mia donna d’America? Quella che stava col tipo che mi ha massacrato? So tutto, dell’America. Tutto. Ho dipinto tutti i suoi grattacieli, con tanti pesci sotto.

Vieni con me. Gli uomini respirano veloci: finiranno per perdersi. Le statue no. Se ne stanno ferme, come schiave. Io lo batterò, il tempo, quel porco. Rovina e corrompe: è ora di finirla. Sono nato quando scoccava mezzogiorno, morrò quando scoccherà mezzogiorno. Sole sulla testa. Sole sulle teste.

Non conosco che i volti che faccio. Devono essere qui. Teste da toccare. Ho altre vie di scampo? Il mondo scorre, sparisce. Io lo fermo qui, fra pietre, pietruzze, sassolini. Qui posso. Se avessi più forza non riempirei solo un giardino ma due, tre, mille giardini, una regione, una nazione, la terra, e pianeti, pianeti, e io che domino tutti, io l’Eccellenza delle mie Pietre… Lo sai cosa dicono di me?

-Ecco il signore delle caverne, il matto!

-Sindrome ciclotimica!

-Esaltazione maniacale!

-Sulle sue carte non c’è la parola «marinaio».

-Inabile, c’è scritto.

-Scemo.

-È indifferente al denaro.

-Non vende le sue teste neanche a peso d’oro.

Stupidi, stupidi uomini!

Le teste umane non sono solide. Le ossa si disfano, il cervello si corrompe. Si diventa deboli, scemi. Non sarà così per le mie. Loro sono salde, eterne. Le coloro, a volte. Un po’ di rosa, un po’ di blu. Belle, calme. Di legno e di pietra. Ho riempito tutto il giardino. Sono io il guardiano dell’eternità. Io sono immortale. Chiamami Dio. Ora la creazione è a posto. Cosa c’entra Maria? Un po’ d’ordine, accidenti! Tutti questi tipi disfatti dalla morte, cambiati, distrutti. Non si poteva andare avanti così. Ora eccole qua: teste vive, che non saranno mai polvere. Teste che un po’ dormono sempre. Occhi come cerchi. Semichiusi. Eccole nel sonno. Teste di pietra. Davanti e di dietro. Non c’è una faccia, non c’è un culo. L’uomo è uomo.

Ecco il mio tesoro. Altro che Maria!

Lo so cosa dicono di me:

-Scava cunicoli nel giardino.

-Scolpisce mostri.

-Dipinge i capelli dei mostri rosa o azzurro violento.

-Non fa altro dal 1919.

-Noce o betulla? No, ama l’ulivo.

-Non si appoggia al bastone. Lo usa come scettro, il re di Sciacca.

-Ci chiama «dignitari di Sua Eccellenza».

-Parla storpiando gli accenti, con frasi incomprensibili.

-A cena pretende dolci strani, con fichi secchi a forma di testa.

E certo! Io mangio pietre. Ieri mattina, martedì grasso, tutta Sciacca mi ha visto. Immobile sul carrozzone che traversava il paese, in compagnia della mia maschera di cartapesta, disegnata nell’atto di scolpire teste. Ridevo come uno scemo guardando il mio doppio di cartone. La folla mi applaudiva. Era il desiderio dei miei servi: che apparissi, in pieno carnevale, come il folle scultore di Sciacca. Esibirmi nel carnevale come quegli idioti che si mettono teste da mangiafuoco o da fata turchina. Hanno riso di gusto, gli stupidi.

Il mio doppio, sì. Non invento niente. Non so scrivere ma ascolto. Sento la radio. So mille cose. So del doppio, di Dio, di Picasso. Cos’è che mi leggi? Chi è che l’ha scritto? Dài, leggi, fammi sentire! E’ un articolo? Un articolo su di me? «Filippo Bentivegna fa piramidi di facce. Ma non assomigliano ai lavori di Fernando Nanetti, che riempì di graffiti le pareti del manicomio di Volterra. Bentivegna ha un progetto preciso: vuole esibire la sua bizzarria, come il principe di Palagonìa i suoi mostri. L’isolamento in cui ha lavorato non ci impedisce di considerarlo, a tutti gli effetti, uno scultore dominato dall’idea fissa della testa umana. È proprio così diverso dal folle scultore di Sciacca un artista contemporaneo come Alberto Giacometti, di cui Bentivegna non avrà mai sentito neppure parlare? Giacometti, le sue teste le mette a confronto con l’aria e la strada. Bentivegna le ammucchia ossessivamente nel giardino, fino a farne un tempio involontario». Chi lo firma? Gillo Dorfles?

Un tempio, già. Io sono vecchio, sì. Vecchio.

Io sì. Le mie teste, no.

Ma da domani, se mi restano le forze, riprendo a scolpire. Non ci sarà un solo momento di sosta. La creazione non è finita. Bisogna fare un po’ d’ordine, nelle tribù di questo pianeta. Tutte queste montagne intorno a me. Teste piccole, appena nate. Teste di re. Teste colorate, seccate, dormienti. Teste sul davanti dei sassi. Teste sul retro. Teste sempre. Quale il dritto? Quale il rovescio? Da nessuna parte. Qui ammucchio incubi ovunque. Ce n’è una che ho infilato dentro un albero di noce, nel cuore del suo legno: è rosata, piccolissima.

Maria? Torna tu, da Maria! Sarà vecchia vecchia, brutta, bruttissima. Sì, da giovane lavoravo a Boston in una linea ferroviaria. Un uomo mi ha colpito, qui, sulla fronte. Ci siamo picchiati per lei. Ma le sono grato. L’amavo e quell’uomo mi ha rotto la testa perché l’amavo e così ho cominciato a riparare la mia testa rotta con le mie teste eterne. Grande, grande fortuna. Guarda laggiù. Guarda lassù. Séntile, le mie storie. Séntile tutte.

Ero bello per Maria? Davvero? Ero proprio bello? I matti, sai, diventano eroi se li ricordi, se non lo scordi…

Testa fa li testi.

Testa fa li testi.

Testa fa li…

IL POETA DALLE MANI SPEZZATE. Rolando Mariano Andrade

(traduzione di Monica Liberatore)

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I

Mi sono svegliato una notte

dopo vent’anni

e ho capito il dolore.

Le mie mani vuote

spezzate

da un colpo di martello

sul banco di lavoro.

Prima ho pianto,

seguito dal silenzio.

Che facevo io

con le mani così,

frantumate e poco altro?

Chi si era

accanito nel mio sogno?

Mai più

scriverò dei versi, mi dissi.

È finita.

La tua sorte alla fine

è quella di tanti uomini

abbatttuti

a metà del cammino.

Guardavo le mie mani

e tacevo.

Tacevo e guardavo.

Senza speranza,

ho ricordato il musicista

che aveva perso i suoi denti

e fuggì per rinascere.

Tremavo, il sangue

caldo sul tavolo.

E io

dove potevo andare?

Dove avrei guarito

queste dita

e questa gola?

II

Nei Mari del Sud,

ho sentito dire a Rimbaud

da Java.

Nei Mari del Sud,

Conrad sussurrò nell’Otago,

sepolto in Tasmania.

Sì, nei Mari del Sud!

gridò solitario Melville

in Nuku Hiva.

Questo, nei Mari del Sud!

gridarono Stevenson a Vailima

e London a Viti Levu.

III

Cessò il pianto.

Ho raccolto i miei resti,

mi alzai e me ne andai,

felice nell’oscurità.

Coloro che mi vedevano

sorridevano

e sussurravano:

“Lì va,

lasciatelo.

È il poeta

dalle mani spezzate”.

Buenos Aires, ottobre 2016

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El poeta de las manos rotas

I

Desperté una noche

tras veinte años

y entendí el dolor.

Mis manos yacían

destrozadas

a golpe de martillo

sobre la mesa de trabajo.

Primero lloré,

siguió el silencio.

¿Qué hacía yo

con las manos así,

añicos y poco más?

¿Quién se había

ensañado en mi sueño?

Ya nunca más

crearé versos, me dije.

Se acabó.

Tu suerte al fin

es la de tantos hombres

abatidos

a mitad del camino.

Miraba mis manos

y callaba.

Callaba y miraba.

Desahuciado,

recordé al músico

que perdió sus dientes

y huyó para renacer.

Temblé, la sangre

caliente sobre la mesa.

¿Y yo,

adónde podría ir?

¿Adónde curaría

estos dedos

y esta garganta?

II

A los Mares del Sur,

escuché decir a Rimbaud

desde Java.

A los Mares del Sur,

susurró Conrad en el Otago,

enterrado en Tasmania.

¡Sí, a los Mares del Sur!,

gritó solitario Melville

en Nuku Hiva.

¡Eso, a los Mares del Sur!,

clamaron Stevenson en Vailima

y London en Viti Levu.

III

Cesó el llanto.

Recogí mis restos,

me levanté y partí,

feliz en la negrura.

Quienes me veían

sonreían

y murmuraban:

“Ahí va,

déjenlo solo.

Es el poeta

de las manos rotas”.

Buenos Aires, octubre de 2016

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Rolando Mariano Andrade (Buenos Aires, 1973) è scrittore, poeta, traduttore e giornalista argentino. È autore di Los viajes de Rimbaud (1996), Poesía Beat (2017) e Canciones de los mares del Sur, la sua opera più recente, pubblicata nel 2018 per le edizioni Buenos Aires Poetry. Ha collaborato al libro 20 anni senza Cortázar (Rivista Caleta, Università di Cadice, 2004). Ha lavorato in Argentina, Francia, Stati Uniti. Sue poesie sono pubblicate nelle riviste “Buenos Aires Poetry” (Argentina), “Poesía” (Venezuela),  “Literariedad” (Colombia), e altre. 

Rolando Mariano Andrade

TROPPE PAROLE. Alejandra Pizarnik

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Mi parlano, mi placano con le loro parole, questo credono. Mi distraggono da te. Ti strappano. Ti estraggono, ti portano lontano. Dove non posso ascoltarti. Sono troppe le loro parole sono troppe, fanno rumore, crepitano (sono prestigidatori, loro, le scintille del nero acciecano ogni colore), e inoltre le scrivono, le annotano, le vedo lì ritte contro il muro bianco, e hanno gli occhi scuri, lo sguardo scuro, il corpo nero. Non voglio che mi tocchino. Mi promettono carezze, altre, mai più nostre, altre, oscure. Non parlano di speranza, dicono aspettative, e arricciano la bocca e sorridono, sanno molto più di me, e vivranno più a lungo di me per dire più forte quello che dicono che non so. Sono loro, arrivano sempre al momento della sconfitta, sono più grandi. Mi hanno rinchiuso in un quadrato secco, e ci hanno buttato dentro le loro parole. Mi hanno lasciato sola, ho tenuto le mie, quelle di allora, le mie per te, e le ho mescolate con le loro, ho fatto un corpo e l’ho messo a respirare al posto del mio, l’ho lasciato dentro il quadrato secco. Non volli che si presentasse nessuno, nemmeno io che mi accucciavo, rimpicciolita e incapace di dire nulla. Ogni volta più secco, il corpo, venivano a trovarlo, stava meglio, dicevano, e parlavano di quella cosa. E io non comprendo. Per quanto piccola io sia, guardandolo, me ne dimentico. Non potevo provare. L’asciutto era opaco. Loro continuano a parlare. In questo corpo ci sono troppe parole. Puzza. Mi fanno impazzire. Io so. Mi parlano. Di nulla. Non so.

(Da Ronda de noche, traduzione di Alessando Prusso, Editorial de l’imposibile, Genova, 2022)

LE FARFALLE DI MARGIT. Silvia Comoglio

Genesi

Se mi ami – soffia/ sulle ali, le ali di farfalla,/ quélla di Terezín” sono i versi con cui si apre Terezín, la poesia che scrissi nel 2005 di ritorno da un viaggio a Praga per Margit Koretzovà e un disegno, Rozkvetlà louka s motyly, Le farfalle, che Margit fece quando era nel campo di concentramento di Terezín. Rozkvetlà louka s motyly. Non soltanto forme linee e colori ma anche, e soprattutto, uno spartiacque tra un prima di Rozkvetlà louka s motyly e un dopo Rozkvetlà louka s motyly. E una fuga. La fuga dalla datità di Tempo e Storia verso l’eticità di Tempo e Storia. Un’eticità che si compie fino in fondo quando l’etica si fa cifra del Tempo e della Storia. Si fa quel Sempre capace di custodire Margit. Di esserle fedele.

Terezín fu scritta, dunque, nel 2005 e pubblicata poi nel 2014 in Via Crucis come ultima poesia della raccolta, e come testo in cui si condensa tutto il significato della mia Via Crucis.

Così come Paul Celan anch’io chiamo Auschwitz, la Shoah, “ciò che è stato” perché sento che “ciò che è stato” si incunea più fermamente, e radicalmente, nel Tempo e nella Storia, e in questo suo incunearsi li taglia di netto, diventando quel solco, quella cesura, nella storia dell’umanità da cui non si può più prescindere.

Per questo non sarebbe stato possibile per me scrivere una Via Crucis, scrivere (e qui semplifico molto perché il discorso è ampio, attraversa la storia sacra e profana, mette in discussione l’uomo e Dio – penso a Il concetto di Dio dopo Auschwitz di Hans Jonas – e coinvolge altro e altro ancora), scrivere, dicevo, di un uomo innocente condannato a morte, senza pensare e senza dire di Sei Milioni di uomini donne e bambini. Senza dire di Margit.

In seguito, nel 2020, cominciai a pensare ad una nuova edizione di Via Crucis, avrei voluto tradurla in un’altra lingua con la sola Terezín in più lingue, ma soprattutto volevo parlare di Margit. Il breve riferimento a Margit in apertura di Terezín pubblicata nel 2014 è come un nome e una memoria cristallizzati e appiattiti, e per questo sentivo, e sento tuttora, che è necessario dire di Margit, perché nel nome di Margit e nel suo disegno ci sono la bellezza e il miracolo di una vita, c’è una bambina, Margit, che vive e vuole vivere.

Gertruda Koretzovà nata Sachs

Di Margit sapevo da precedenti ricerche la data di nascita, 8 aprile 1933, e i numeri dei trasporti, R. 18.1.1942 da Pilsen a Terezín e En. 4.10.1944 da Terezín a Auschwitz. Nel cercare informazioni aggiuntive scorgo nel database di Terezín Pamiatnik il nome di un bambino, Hanuš Koretz, nato il 3 giugno 1934. Per data di nascita, numero e data di trasporto Hanuš avrebbe potuto essere il fratello di Margit. Una supposizione da cui inizia la ricerca di altri possibili familiari. Ed è così, guardando e confrontando i database di Terezín Pamiatnik e Holocaust.cz, che arrivo ad ipotizzare che Robert è il papà di Margit, Gertruda la mamma e Hanuš il fratello. In seguito dallo Yad Vashem ricevo prima i documenti di trasporto di Margit e Hanuš, su cui è indicato lo stesso indirizzo, Plzen, Skretova 16, e poi i fascicoli della famiglia Koretz Sachs dove trovo un ulteriore riscontro alle mie supposizioni. Ora è certo, Robert è il papà di Margit e Hanuš, e Gertruda, nata Sachs, la mamma.

In questi documenti c’è un nome, Robin Sachs Sokolow, e il suo indirizzo di Chicago. Robin e suo padre, Herbert Sachs, per anni hanno cercato i loro familiari, l’ultima lettera indirizzata all’International Council of Jews from Czechoslovakia è datata 13 aprile 1977. Il necrologio di Herbert Sachs con i nomi dei figli e dei nipoti trovato in internet è la chiave per rintracciare la nipote Jessie, la figlia di Robin, e da lei arrivare a Robin. Robin è la cugina di Gertruda, detta Trude, sarta di professione, e di Margit.

Robin mi ha parlato delle ricerche fatte da lei e da Herbert, tutte testimoniate nei documenti depositati allo Yad Vashem, e da cui è risultato che nessuno dei loro familiari è sopravvissuto. Da Robin ho notizie di Trude e della famiglia materna di Margit ma non di Robert, di Robert, e della famiglia di Robert, Robin non sa nulla.

Robert Koretz

Le ricerche ricominciano dal database dello Yad Vashem dove in corrispondenza di Robert Koretz ci sono due testimonianze, una di Herbert Sachs e l’altra di Eleanor Feitler.

Eleanor ha depositato testimonianze per altri ventuno familiari, con annotazioni precise sui loro legami di parentela. Da queste sue testimonianze ricostruisco l’intera famiglia, Sophie Langhschur, la nonna di Eleanor, e Clara Langschur, la nonna di Margit, sono sorelle, e quindi Margit e Eleanor sono cugine. Eleanor, ho questo sospetto, non doveva sapere di Trude Margit e Hanuš perché nel database ci sono accuratissime testimonianze rese, è evidente, con estrema cura e amore per tutta la famiglia Koretz, per Robert, per Otto e Clara, i nonni di Margit, per Marta e Rosa, sorelle di Robert e zie di Margit, ma non per Trude Margit e Hanuš.

Al Leo Baeck Institute, Center for Jewish History di New York, c’è un fondo a nome di Eleanor Feitler, una collezione di documenti e lettere della sua famiglia. Scrivo al Leo Baeck Institute. La mia mail viene inoltrata a Eleanor ma rimbalza indietro, mi viene dato un link, è del necrologio di Joseph Feitler, il marito di Eleanor, con i nomi delle loro tre figlie, Barbara, Jane e Carol. Barbara Karchin che insegna a Chippewa Valley School potrebbe non essere un caso di omonimia. Le scrivo. Mi risponde. È lei.

Da Barbara a Eleanor, nata Glauber, che con il papà Emil e la mamma Gusti Mayer nel 1938, all’età di otto anni, è dovuta fuggire con la sua famiglia da Vienna negli Stati Uniti e da cui ho la conferma che di Margit e Hanuš non sapeva nulla. I legami familiari sono ora ricostruiti, e Margit si è ricongiunta alla famiglia che le era stata sottratta e che si voleva annientare.

L’albero

È un grande albero la famiglia di Margit, un albero genealogico che Eleanor Feitler, mancata nel dicembre del 2021, pochi mesi dopo il nostro incontro, ha sempre custodito con cura e amore. Un albero che, come i disegni di Margit e Hanuš, si fa mondo e resistenza a quel Tempo e a quella Storia che tutto volevano inghiottire e sradicare. Resistenza, ma anche fedeltà. Fedeltà a Margit. E con lei a tutti i Sei Milioni di Uomini Donne e Bambini.

Stolpersteine

8 settembre 2022, ore 9:00. Sono a Plzeň, Ulice Skrétova 16, per la posa delle Stolpertseine per Margit e la sua famiglia. Risalgono al mese di settembre 2021 i primi contatti con Anne Thomas, coordinatrice internazionale per l’installazione delle Stolperteine, e Kvĕtuše Sokolovà, coordinatrice per Pilsen, per sapere se a Pilsen c’è una Stolpertstein per Margit. Non c’è. Racconto allora di Margit e delle mie ricerche. Kvĕtuše mi risponde pochi giorni dopo allegando alla sua mail due fotografie del Registro delle nascite e morti di Pilsen. Uno è il certificato della famiglia di origine di Robert, l’altro della famiglia di Robert con i nomi di Trude Margit e Hanuš.

Per l’ordine cronologico delle richieste di posa delle Stolpersteine quella per Margit avrebbe dovuto essere posta nel 2023 ma, così mi scrive Kvĕtuše, la storia di Margit e della sua famiglia è extraordinary, per questo la Stolperstein sarà già posta nel 2022. E non solo una per Margit ma quattro, per Margit e per tutta la sua famiglia.

יד ושם. Yad Vashem. Un monumento e un nome. Ma soprattutto חיים. Chayim. Vita. Perché è questo, la Vita, che deve essere cercata sempre. Non fermarsi, mai, sulla soglia del nome e del monumento. Ma scendere nelle profondità del monumento e soprattutto del nome per portare alla luce la Vita, l’Esistenza che in quel nome è racchiusa, e farla sbocciare e fiorire.

Memoria e Vita devono coincidere o la Memoria rischia di inaridire e svuotarsi. Deve invece essere viva ma può esserlo solo se è alla Vita, a Chi c’è in quel monumento e in quel nome, che si tende. E lo si cerca. Per averne cura. È così che il tempo, quello in cui ciascuno di noi è chiamato a vivere, si fa tutto il Tempo, quello che ci unisce, che ci rende responsabili di ogni attimo passato presente e futuro. Dare, dunque, Vita e Eticità al Tempo per essere nel Tempo l’Umanità tutta e perché il Tempo, ogni istante, coincida con l’Umanità. Sia l’Umanità.

יד ושם. וחיים.

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Una testimonianza per Margit e i documenti trovati nel corso delle mie ricerche sono ora conservati negli archivi della Fondazione CDEC – Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (https://www.cdec.it/) e di questo si ringrazia il suo Direttore, Gadi Luzzatto Voghera.

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Terezín

Margit Koretzovà

(Plzeň 08.04.1933

Terezín 1942 – Auschwitz 1944

Stolperstein: Plzeň 08.09.2022)

disegnò a Terezín

Rozkvetlà louka s motyly, Le farfalle

Se mi ami – soffia

sulle ali, le ali di farfalla,

quélla di Terezín. E allarga, allárga,

l’alba di memoria, fondandola vicino

al per sempre che si apre

in cime di specchi ripetuti. E poni,

poni un sasso, a nitore di fúlgido turchino,

un sasso, un sasso grande, in ore

di cesura di nudi amori nudi, e —

in becco al cardellino in lunga traversata

nel porto di ogni casa, perché resti

résti eterna la farfalla, e sempre da lì —

da lì ci guardi, da lì, da Terezín —

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L’ESSERE DELLA PAROLA

Riflessioni apocrife di Maurice Blanchot sulla genesi de “L’ultimo a parlare”, dedicato alla poesia di Paul Celan.

A volte gli scrittori, quando parlano di poeti che non esistono più, sembrano o vogliono cercare un compagno che si è perduto in anticipo e sono felici di perdere il loro tempo con lui, si mettono a contatto diretto con la sua invisibilità, soprattutto sono consapevoli che la sua opera non potrà più essere distratta dalle esigenze quotidiane ed è lì, consegnata per sempre alla sua eternità di parole, e il linguaggio non potrà che entrare e uscire, da quelle parole, solo da quelle.

È il caso del mio rapporto con Celan, con l’ultimo Celan in particolare. Intendo scrivere un libriccino su di lui. Ma scrivere è già una parola grave, inutile. Diciamo: vorrei che certi frammenti di riflessioni echeggiassero a partire dai suoi versi, come le risonanze di un vaso percosso nel modo che il mio udito sente. La sua poesia, oggi, simile per intensità solo a quella di Hölderlin e apparentata a quella dalle segrete violenze della follia, è un vaso percosso, crepato da sensi, da suoni. Se ne può parlare solo così, quasi tacendo, per timore di oltraggiarla, e sapendo che ormai l’autore è morto e l’ha consegnata per sempre a noi come a un amico non remoto. Lì, “nel moto ondoso delle parole sempre in cammino”, ogni cammino è stato deciso, e i graticci, i reticoli, gli spasimi, i cristalli di linguaggio, non potranno più né diminuire né crescere di uno. È la sola certezza, infatti, che resta al poeta, l’ultima. L’autore arriva dai suoi libri con una voce irrevocabile, che i disastri della sua vita non potranno più modificare. Avesse saputo, Kafka, che sarebbe morto muto, non faccio fatica a immaginare che sarebbe stato ancora più ironico e spietato nell’articolare le sue parabole.

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Friedrich Hölderlin , Paul Celan

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Ecco, nel campo di Celan, già dissodato dalle sue parole, io posso davvero esistere, posso guardarlo veramente ed essere amico della sua definitiva imperfezione: non c’è migliore amicizia di quando l’indicibile inventa il dicibile e vive in sua compagnia. Allora il mistero è perfetto, e la letteratura smette di essere artificio, enigma, ma è visione del libro. Così Celan, tanto accusato di oscurità da critici deboli e ciechi, potrà rivelarsi, proprio come l’ultimo Hölderlin, un occhio nuovo, uno specchio aperto, anche se ormai privo di mondo, uno specchio dove tutti i frammenti hanno il pericoloso potere di esistere attraversando la molteplicità dell’immaginazione, dove ogni oscura sillaba è luminosamente comprensibile a chi sa vedere, è un pezzo vivo di dialogo, aperto all’occhio dell’altro attraverso il reticolo della lingua. Forse il poeta della Todesfuge deve finalmente essere letto, non capito o peggio interpretato, ma letto come si legge la luce di un tramonto inscritto nel cielo.

Talvolta penso all’Odissea, grande metafora non solo della conoscenza ma anche della follia. Navigare trascinato via dalla mèta da dèi ostili, vivere come in delirio in terre lontane, passare fra ciclopi e cariddi, e poi tornare al proprio io, liberarlo dai parassiti che lo assediano, fare piazza pulita degli avidi proci, riconquistare dopo un tempo quasi eterno la propria armonia interrotta. Itaca è il nostro viaggio, dopo che l’impresa riuscita, l’assedio fortunato, si sono risolti nell’agghiacciante cancellazione distruzione di Troia, con fumo, vittime e morti. Celan ha subìto quella distruzione, attraverso la morte della sua famiglia nei lager, e come Odisseo ha intrapreso un viaggio, nei mostri della lingua, negli incubi della follia. Non è tornato a Itaca. Ha cercato di accoltellare la sua Penelope. È stato triste e solo, spesso ricoverato, e poi ha conosciuto il regno muto dei pesci, nella fonda Senna. Non ci resta che tornare nell’arida Itaca per lui, testimoni del testimone. Vivere le grate, le crepe, le incrinature, i varchi stretti, non scivolare come lui, alla fine, nell’immenso, insondabile vuoto, ma, come lui, traversare i pericoli della lingua, la terra dei lestrigoni e delle circi, sempre sperando che un’armoniosa nausicaa ci ascolti.

Se neve, notte, cenere, sono le parole che dominano la sua poesia, come per illuderci che la realtà sia ancora leggera o impalpabile, ricordiamo che quella neve buia, quella cenere notturna, si sono depositate su una pietra bianca, che si trova nel fondo dell’essere della parola: è quella che noi dobbiamo leggere, oltre le pagine, o saremo lettori privi di occhi, pronti solo a interpretare decifrando chissà quali inutili verità, o scrittori ricchi di libri da cui è stato escluso il mondo. (M.E.)

Anselm Kiefer

* Il testo è apparso in: RIGA 37. MAURICE BLANCHOT, a cura di Giuseppe Zuccarino, Marcos y Marcos, 2017.

LA SECONDA VISTA. Annette Druste-Hülshoff, Anton Mathias Sprickmann

John Constable

*Il testo è pubblicato in: Lucetta Frisa, Marco Ercolani, Furto d’anima. 40 lettere reali e immaginarie fra uomini e donne nella storia dell’arte, Greco & Greco, Le Melusine, Milano 2018.

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La seconda vista

Hulshoff, 8 gennaio 1819

O mio Sprickmann! non so come cominciare per non apparirle ridicola; perché è ridicolo davvero quanto ho da dirle. Non posso illudermi; debbo accusarmi di fronte a Lei di una stupida, strana debolezza, che mi amareggia da molte ore; ma non rida, La prego; no, Sprickmann, non c’è proprio niente da divertirsi. Lei sa che io non sono folle; questa mia bizzarra, pazza infelicità non nasce da libri o romanzi, come potrebbe credere il primo venuto. Ma questo nessuno lo sa, Lei solo ne è in parte al corrente, e questo male non mi è stato causato da circostanze esteriori, l’ho sempre portato dentro di me.

Quando ero ancora piccolissima (non più di quattro o cinque anni, perché avevo fatto un sogno in cui credevo di averne sette e mi sembrava di essere grande), mi parve di andare a passeggio con genitori, fratelli, sorelle e due amici, in un giardino; non era bello, anzi era un semplice orto, attraversato da un viale diritto, che non finivamo mai di percorrere in salita. Poi diventò simile a un bosco, ma il viale in mezzo rimase e noi proseguivamo sempre. Questo e non altro fu il sogno, eppure restai triste per l’intera giornata e piansi, perché non ero nel viale e non avrei mai potuto andarci. Ricordo anche che un giorno, avendoci mia madre parlato a lungo del suo luogo natio e delle montagne e dei nonni che ancora non conoscevamo, provai un tale desiderio di vederli che quando, alcuni giorni dopo, a tavola, lei per caso nominò i suoi genitori, io scoppiai in violenti singhiozzi, tanto che dovettero portarmi via; ciò accadde prima che avessi sette anni, perché a sette anni conobbi i miei nonni.

Le scrivo questi episodi insignificanti solo per convincerla che questa felice inclinazione per tutti i luoghi in cui non sono e per tutte le cose che non posseggo è innata in me e non é stata indotta da circostanze esteriori: così non Le sembrerò tanto ridicola, mio caro, indulgentissimo amico. Una follia che ci è venuta dal buon Dio è sempre meno riprovevole, io penso, di una che ci siamo procurata noi stessi. Ma da qualche anno questo mio stato si è acuito in modo che posso davvero considerarlo un grave tormento. Una sola parola basta per guastarmi tutta la giornata, e purtroppo la mia fantasia ha tante passioni su cui sbrigliarsi che non passa giorno senza che qualcuna sia eccitata con dolorosa dolcezza.

Ah mio caro padre, provo un tale sollievo scrivendole e pensando a Lei! Abbia pazienza e lasci che Le scopra del tutto questo mio pazzo cuore, se no non posso riprendermi. Paesi lontani, grandi uomini interessanti, di cui ho sentito parlare, lontane opere d’arte e altro ancora, hanno tutti questo bizzarro potere su di me. Con i miei pensieri io non sono a casa, dove peraltro sto così bene, nemmeno per un istante, e anche quando per intere giornate il discorso non cade su nessuno di questi oggetti, io me li vedo passare davanti agli occhi in ogni momento in cui non sia costretta a impegnare fortemente altrove la mia attenzione; e li vedo con forme e colori così vivaci e così verosimili che mi spavento per il mio povero cervello.

Un articolo di giornale, un libro, per quanto mal scritto, che tratti questi argomenti, può farmi venire le lacrime agli occhi; e se qualcuno sa narrare esperienze vissute, se ha viaggiato per quei paesi, se ha visto opere d’arte, se ha conosciuto quegli uomini e sa parlarne piacevolmente e con entusiasmo, oh, amico mio!, allora la mia pace e il mio equilibrio ne sono a lungo turbati, e per più settimane non riesco a pensare ad altro, e se sono sola (specie di notte, quando sto sempre sveglia per qualche ora), posso piangere come una bambina e insieme ardere e delirare, in modo neppure ammissibile per un innamorato infelice.

Le mie terre predilette sono la Spagna, l’Italia, la Cina, l’America, l’Africa, mentre paradisi come la Svizzera e Tahiti mi fanno poca impressione. Perché? Non lo so; eppure ne ho letto e sentito parlare molto ma non sono altrettanto vivi in me. Se Le dico che spesso rimpiango spettacoli che ho visto rappresentare e spesso proprio quelli a cui mi sono annoiata di più, o libri che ho letto a un tempo e che non mi sono affatto piaciuti… per esempio, a quattordici anni, ho letto un brutto romanzo, di cui non ricordo più il titolo: comunque, vi si trattava di una torre su cui precipita un torrente, e sul frontespizio un’incisione rappresentava questa torre avventurosa; da un pezzo avevo dimenticato il libro, ma da qualche tempo riaffiora alla mia memoria,non la storia, e neppure il tempo in cui la lessi, e quella miserabile incisione mal disegnata, dove non si vedeva che la torre, diventa per me uno strano miraggio, e spesso desidero ardentemente rivederla: se questa non è follia, la follia non esiste, tanto più che io non sopporto il viaggiare; quando sto lontana da casa una settimana desidero con altrettanto ardore tornarvi, e a casa ogni mio desiderio è prevenuto e esaudito.

Mi dica: cosa devo pensare di me stessa? e che devo fare per liberarmi di queste assurdità? Sprickmann mio, temevo di inteneririmi quando ho cominciato a descrivere la mia debolezza; invece scrivendo mi sono fatta animo; mi sembra che oggi resisterei al nemico, se ardisse un assalto. Lei non può immaginare come, quanto al resto, sia felice la mia condizione esteriore; posseggo l’amore dei miei genitori e dei miei parenti. […] C’é qui adesso da noi una sorella di mia madre, Ludowine, una ragazza buona, calma, intelligente; la sua compagnia mi è assai preziosa, specie per la chiarezza e l’esattezza con cui giudica le cose, riportando spesso alla ragione, senza neppure sospettarlo, la mia povera testa confusa. […]

Addio! E non dimentichi con quanto desiderio attendo una risposta!

la sua Nette

J.W. Turner

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Münster, 15 gennaio 1819

Mia cara Annette,

non posso nascondere che la tua lettera mi ha gettato in un grave imbarazzo. Mi verrebbe da mettere l’indice alla bocca e bisbigliare «Silenzio, Nette, non parlare più, Nette, non immaginare più, ritorna in te; tu non sai quello che dici». (Hai parlato delle tue fantasie a qualcun altro o hai avuto l’accortezza di tenerle ben strette al tuo cuore?) Forse non dovrei neppure risponderti e meglio sarebbe per tutti passare sotto silenzio il tuo smarrimento e ricordare quanto dice San Paolo nella Epistola ai Corinzi – che dopo la morte non vedremo più attraverso uno specchio ma guarderemo direttamente in faccia il Mistero.

Di quale natura sia questo mistero è difficile dire. E tu mi provochi a spiegare troppo chiaramente quanto dovrebbe essere detto solo per cifra, per allusione o per mute indicazioni: i segreti, una volta svelati, si mostrano ben povera cosa. Il tuo appassionato desiderio di una risposta risolutiva resterà dunque insoddisfatto. Però ascolta quanto ti dico e ricòrdalo: le parole con cui mi descrivi la tua bizzarra e pazza infelicità non sono lo sfogo di una giovane adolescente inebriata dagli entusiasmi di un’età non ancora adulta; non sono il segno di quella capricciosa sventatezza che in capo a pochi anni svanirà per mostrare la strada diritta delle tradizioni e dei doveri familiari. Al contrario, queste parole indicano che tu hai delle emozioni non controllabili.

Io, più che rispetto, ho una passione oscura per questo tipo di emozioni, come se a parlarmi non fosse Annette Druste-Hulshoff ma un qualche demone che agita come vento infuriato i cespugli delle brughiere: sento, nella tua confessione inattesa, non già una ridicola debolezza ma la fiaccola di un destino poetico consegnato per sempre alla potenza della visione. I tuoi timori di essere sventata o assurda non appartengono alla tua anima ma alle convinzioni inculcate dalla famiglia, alle misere vergogne che quelle norme borghesi – oso appena dirlo – ti faranno sempre provare se tu, come prevedo, le sconvolgerai e diventerai poeta e per la poesia sosterrai lunghe e faticose battaglie, peggio di un guerriero, contro la rigidità delle tradizioni borghesi. L’artista altro non è che un orecchio molto attento alle proprie emozioni: vergognarsene è la vera vergogna, che ti invito a non provare mai, pena il disprezzo per te stessa e per il lungo lavoro che abbiamo condotto insieme.

La superiorità dell’immaginazione sulla ragione e della donna sull’uomo – come ti narravo nelle mie lezioni più segrete e di cui non dovrai mai parlare a nessuno, quelle lezioni che nessuno sospettava io potessi impartirti – è così indiscutibile e scandalosa da essere commovente ed esemplare.

Sii orgogliosa del potere delle tue fantasie, Nette. Io lo sento, questo potere, come se vedessi un fiume che sta per traboccare dagli argini. La guardo, quella corrente furiosa, e so che non ho il dovere di mettere in salvo nessuno. Ma posso dare un senso al fiume, convincerlo che esiste, difenderlo contro le eventuali siccità. Chi di noi non ricorda l’incisione di un vecchio castello dirupato o di un ruscello vorticoso che precipita fra le rocce? Ma poi l’abito talare, l’uniforme da ufficiale, la marsina da gentiluomo, le scartoffie da avvocato, fanno giudicare vana fantasticheria anche il più essenziale dei sogni.

Tu sei fortunata, Annette: per te la fantasia non termina con l’età della ragione, come per noi, ma si prolunga naturalmente nella vita adulta. Se vuoi, posso chiamarla, con te, follia: ma sappi che la chiamano così solo le persone che la temono, solo i rétori della logica e del privilegio. Follem in latino significa sacco vuoto ed è questo vuoto il tema dei tuoi sogni: c’è chi lo recinta con divieti, norme, ortodossie; c’è chi lo vede e resta con la lingua confusa, le tempie ronzanti, in stato di vertigine; c’è chi lo sente come minacciosa diversità e allora diventa assassino, criminale, o giudice; c’è, infine, chi come te lo sente nell’anima e allora produce visioni, ascolta sogni, scrive poesie.

Ti diranno che le tue emozioni sono sciocchezze, che è colpa del clima tedesco, della solitudine o di qualche umore assurdo; ti inviteranno a essere ragionevole, ordinata e metodica, a confinare la tua oscura e potentissima immaginazione nel piccolo sogno da salotto, nel pianoforte strimpellato all’ora del tè con innocue romanze, nelle chiacchiere convenzionali degli aristocratici Hulshoff: te la degraderanno in modo brutale, con minuziosi e domestici massacri, e le tue belle vertigini, i tuoi meravigliosi smarrimenti, diventeranno emicranie da donnicciuole – qualcosa di banale, da sussurrare all’amica come un malessere importuno, un peccato di cui vergognarsi. Ma vergognarsi di fronte a quali trionfali e ragionevoli realtà, Nette?

Di fronte agli eccidi degli eserciti prussiani e ai saccheggi delle città nemiche noi dovremmo rinunciare al sogno e scegliere, come alternativa, le carogne dei nostri fratelli su un fumante campo di battaglia? Ho sempre cercato un mondo che non debba nascondere i suoi sogni ma che al contrario sia costretto a nascondere le sue miserabili realtà. Quindi, Nette, accéttati come sei: e fallo con gioia e fierezza, come hai scoperto che si può, scrivendo. Sei un essere destinato a soffrire, come chiunque non accetti supinamente le regole del gioco: mia sola raccomandazione, per il bene che ti voglio, per la tua fragile salute, la solitudine senza rimedio e la straordinaria sensibilità, è che tu non debba penare troppo, in quel modo disumano con cui gli altri ci costringono a soffrire, anche senza volerlo.

Ascoltami, Nette. Gli adulti – tristi ufficiali del buon senso – hanno poche cose da insegnarti: camminano con la vanga attaccata al braccio, pronti a colpire i vivi come a sotterrare i morti. Tu lìberati, sii folle e leggera: ma, poiché il mondo sarà durissimo con te, esercitati nella tua arte senza sognare sollievi. Non essere né orgogliosa né presuntuosa; esprimiti poco, fingiti smarrita, non mostrare il tuo segreto al mondo. Se qualcuno si accorgesse di come realmente sei, non tarderebbe a farti a brandelli – con l’ottusità, se è stupido, con l’ironia, se è intelligente. Come vedi, neppure una volta ti ho fatto discorsi religiosi: sarebbe stato semplicissimo, per un sacerdote, dirti che hai visioni in qualche modo simili alle visioni mistiche ed esporti il mio pensiero più tormentoso: che fra il posseduto dalla poesia e il posseduto da Dio non esistano in fondo, sostanziali differenze. Sarei stato convincente, ortodosso, soprattutto banale. Ma, se mi fossi comportato così, avrei tradito la tua anima, battezzandola subito con un falso nome.

Ho preferito dirti la verità: tutti noi, più o meno sepolto, possediamo quel dio delle visioni e delle analogie che ci trasporta in paesi immaginari e pensieri remoti, un regno invisibile ma più reale di quello che abbiamo sotto gli occhi; solo che, fin dalla nascita, questo piccolo dio è catturato come un soldato nemico, incarcerato e ridotto al silenzio. In rari casi è così chiaro e forte da non poter essere imbrigliato, tradito o censurato: questo è il tuo caso, Nette. Tu possiedi la seconda vista.

Io non posso quindi, dopo l’imbarazzo iniziale, che essere sbalordito e felice per la tua sorte: e forse, nel fondo del cuore, invidiarti e congratularmi con me stesso per l’educazione che ho saputo impartirti, nonostante le censure della nostra epoca.

Con affetto, tuo Matthias Sprickmann

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*Pubblico online, come racconto a sé, La seconda vista, già apparso in “La dimora del tempo sospeso”. Il testo di Annette von Druste-Hülshoff è autentico, mentre il testo di Anthon Matthias Sprickmann è apocrifo.

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Annette von Druste-Hülshoff nasce a Munster nel 1797 da famiglia agiata. A quindici anni conosce Anthon Matthias Sprickmann, sacerdote e docente universitario, che diventa suo consigliere spirituale. In una lettera del 1814 la poetessa si confessa dominata «dal pensiero della consunzione» e accenna a Sprickmann un sentimento di profondo terrore per la sua immaginazione visionaria, la sua Vorgeschichte, la «seconda vista». Nella maturità la poetessa parteciperà a un libro, Vestfalia pittoresca e romantica, con cinque ballate: una di queste avrà come titolo, appunto, Vorgeschichte.

Annette von Druste-Hülshoff

LA FERITA. Giorgiomaria Cornelio

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Da dove si entra nella poesia? Per quale luogo? È noto come alcune raffigurazioni della resurrezione di Gesù – appartenenti in particolare al Basso Medioevo – mostrino la piaga del costato ancora sanguinante. Nonostante il trionfo sulla morte, le ferite del Salvatore non si sono rimarginate: esse conservano questa aporia di un trascorso mai completamente trascorso, di un qualcosa che qui si mantiene fra il corrotto e l’incorruttibile senza tuttavia appartenere davvero a nessuno dei due: «dux vitae mortuus, regnat vivus» recita la sequenza pasquale Victimae paschali laudes («il Re della vita, morto, regna vivo»). Allo stesso modo, in ogni poesia si entra proprio attraverso quella ferita che, nonostante la trionfante compiutezza dell’annuncio, continua imperterrita a sanguinare – a conservarsi aperta.

da Congedo

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Giorgiomaria Cornelio (1997) ha fondato insieme a Lucamatteo Rossi l’atlante Navegasión, inaugurato con il film “Ogni roveto un dio che arde” durante la 52esima edizione della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro. La loro “Trilogia dei viandanti” (2016-2020) è stata presentata in festival e spazi espositivi internazionali. Cornelio è curatore del progetto di ricerca cinematografica «La Camera Ardente», e redattore di «Nazione Indiana». Suoi interventi sono apparsi su «Le parole e le cose», «Doppiozero», «Il tascabile», «Antinomie», «Il Manifesto». Ha vinto il Premio Opera Prima con la raccolta La Promessa Focaia (Anterem, 2019). È uscito per Luca Sossella Editore il suo secondo libro di poesia, La consegna delle braci (2021). Insieme a Giuditta Chiaraluce ha ideato il progetto di esoeditoria Edizioni Volatili.

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Giorgiomaria Cornelio