OGGETTO COMPLESSO. Silvia Comoglio

Enzo Campi, To touch or not to touch (La désistance), puntoacapo, Pasturana 2022

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È possibile toccare parola e linguaggio per arrivare alla pienezza di ciò che con parola e linguaggio viene designato? E ancora, è possibile stabilire un contatto tra me e il mio referente come se quel me e quel referente potessero riconoscersi, sovrapporsi, oppure il moto del to touch è irrimediabilmente confinato, e radicato, in un sistema binario e il to touch non può che capovolgersi nel suo negativo, nel not to touch? Un aut aut dunque? Ma se sono un aut aut, o se li vediamo come tesi il to touch e antitesi il not to touch dove trovare una sintesi? La risposta è (forse) in quel désistance, in quel termine coniato da Jacques Derrida e che Enzo Campi fa risuonare come coscienza e bussola nel titolo del suo poema To touch or not to touch (La désistance) edito di recente da puntoacapo.

Ma andiamo per ordine. Come si presenta, esteriormente, il poema di Enzo Campi? Materialmente è una struttura di 120 pagine in cui, verso dopo verso, la parola fluisce ininterrottamente a costruire una saga in cui chi parla oscilla in una realtà che si afferma e nega inventandosi e recidendosi. Una costruzione di finzioni (forse anche di finte finzioni) che si annullano in una inesauribile rincorsa di respiro. Una saga archetipo di una parola, e di un tempo, che si rigenerano cancellandosi, e che, sospese a mezzaria, ritrovano nella désistance la propria intimità, la sincronia di un essere che si sfila da se stesso. L’ineluttabile così prende forma, si fa quel “dado che finge di rotolare e finisce/ col decretare sempre la stessa/ sentenza, sebbene la carenza dell’/ uno sia sempre più evidente, / a tutto questo e molto altro si deve l’/ abuso delle figure che scivolano le une / sulle altre in un gioco di false sembianze”.

Il dado finge di rotolare. La sentenza è sempre la stessa. Il gioco è un gioco di false sembianze. Tutto è decretato e necessariamente accade, e non importa se quell’uno che è origine e fondamento si fa carente. Eluderlo non è comunque possibile, poggia in quell’abuso di figure che incontrandosi e sovrapponendosi finiscono per sprofondare in una totale assenza di verità. E allora? Che ne è del soggetto? È possibile, riteniamo sia ammissibile, per il soggetto aspirare ad una figura che sia un intreccio di verità/libertà? Poniamo che sia ammissibile. E allora, quando potrebbe succedere? Forse quando consideriamo parle e manque “due rette parallele che si incontrano/ solo all’/infinito” e in questo “punto-ultimo […] si/ toccano e dialogano tra loro”? Parola e mancanza, parlare e mancare. Stare nelle loro voci per anticipare l’ineluttabile o per riconoscere l’ineluttabile quando ormai è accaduto. Precederlo o essere in ritardo. Toccare o non toccare. Ossia, come una delle possibili letture di to touch or not to touch: toccare la libertà di costituirsi come soggetto o non toccarla. Ma in un caso e nell’altro dove potrebbe compiersi o non compiersi il to touch? Nella désistance? Quindi nella cessazione? Nella decostituzione? Ma allora se si compie in una cessazione, in un’azione che viene meno, come si può toccare? Toccare, dico, se stessi/soggetto l’altro/soggetto un nome? Non si può. Toccare un oggetto se stessi l’altro la parola non è possibile. Siamo e stiamo nell’impossibilità del tocco, e questo stare nell’impossibilità del tocco ci sottrae e sottrae. E allora? Come attraversare questa impossibilità? La si attraversa soltanto, ci dice Enzo Campi, se si agisce nella desistenza o se ci si fa agire dalla desistenza. Agire. Verbo chiave. Perché verbo non di stato ma di moto. Verbo che presuppone un fare, un andare. Andare dove? Nell’intimità della désistance, nell’intimità di ciò che decrementa per inscriversi in una prospettiva che sfuggendo a se stessa appare in tutto il suo processo di decostruzione, defondazione. In tutta la sua evidente verità/finzione di Io l’altro il nome la cosa.

E allora “che meraviglia!”, “che dissimulazione!”, “che abbondanza!”, “che impareggiabile emozione!”, “che deprivazione!”, “che fibrillazione!”, “che divaricazione!”, “che animalia mancata!”, “che lampante colpevolezza!” la désistance. È, realmente o ironicamente, tutto questo, la désistance, o niente di tutto questo? Provate a scoprirlo entrando nel poema e stando in bilico tra to touch or not to touch. La désistance.

Silvia Comoglio

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Oggetto complesso

Se il movimento (che avviene sempre nello spazio o in una sua partizione, che avviene per lo spazio) si apre al tempo e penetra in esso, allora il tempo conterrà il movimento. Il tempo è una gabbia che contiene (pensate sia all’inglobamento che a un contenimento con un’ideale camicia di forza) il movimento, è la sua prigione. La poesia così sarebbe costretta a operare attraverso la creazione di temporalità temporanee, eterogenee, anche irreali o surreali se vogliamo. Una poesia che non sia atemporale o pluritemporale è una poesia statica. È morta in sé perché non è provvista di un punto di fuga. Per queste ragioni non dovrebbe esistere una poesia esclusivamente narrativa, perché la designazione di una temporalità ben precisa la renderebbe prigioniera. Con questo non vogliamo dire che la poesia debba essere, per forza di cose, anti-narrativa, ma che il suo status connotativo dovrebbe essere quello di un “oggetto complesso”, e il suo compito dovrebbe essere quello di innestare un sistema di criticità nell’ordine del discorso, pena il suo relegamento in una dimensione spazio-temporale la cui uscita è stata murata, da sempre e per sempre.

Enzo Campi

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