DIALOGHI INTORNO A LORENZO

Luisella Carretta, Contrappunto (per Lorenzo P.)

Lascio.
Lascio a te la lira
creativa
radioattiva
quel che mi rimane.
Risieda
tra le tue membra
fresche.
Perdona il fardello di un presunto
perdente e d’un certo e sicuro
perduto.
Fuggo da un mondo distante
dal pubblico pagante,
dal mio corpo volante.
Fiaccola nella tenebra
celebra l’inchiostro.

(L.P.)

Cristina Annino, Francesca Asfaltorosa, Leopoldo Attolico, Chiara Daino, Marco Ercolani, Alessandro Ghignoli, Stefano Marchica, Francesco Marotta, Alessandra Paganardi, hanno parlato di Lorenzo Pittaluga in “La dimora del tempo sospeso”, “Blanc de ta nuque” e “Viadellebelle donne” (aprile 2011)

F.M.

Il poeta di solito di dispone di un “laboratorio” nel quale prova e riprova la “solubilità” dell’enigma della voce, riconoscendo – perché ne ha uso e possesso – gli strumenti e la loro capacità di risuonare, la tonalità e l’estensione dei timbri utilizzati. In Pittaluga, invece, si ha la sensazione di un rapporto capovolto, a parametri rovesciati: è l’enigma stesso che si fa voce attraverso la corporeità/soggettività senziente del poeta, usata come cassa di risonanza e conduttore per manifestarsi – ma nella sua assoluta, pura “insolubilità”. Ha volte, leggendolo molto attentamente come sto facendo da un bel po’, ho l’impressione che lui abbia piena consapevolezza di tutto questo: una consapevolezza che dissemina nei testi sotto forma di ictus, di rifrazioni, di accumuli ingiustificati, di accenti distorti: quasi a voler dar conto delle modificazioni che il medium corporeo subisce, accompagnandolo o opponendo resistenza, nell’attrito di forze divergenti che lo attraversano.

M.E.

Metti in luce un nodo molto importante, sul quale ancora c’è molto da riflettere: il poeta che prova la solubilità dell’enigma nel suo laboratorio è un poeta che parte dai suoi mezzi, utilizza i suoi timbri, poi magari fa delle full immersion che lo sviano, lo inquietano, lo contraddicono, ma fondamentalmente traccia a se stesso la sua strada. Ma il poeta che dissemina di ictus, rifrazioni, accenti distorti, la sua poesia, come Lorenzo, è un autore che subisce l’attrito delle emozioni a un grado alto di ustione, ne è vittima, è poeta solo in quanto con le parole trova, cerca di trovare, spiragli nel buio sempre più fitto, è la poesia che lo parla, lo usa, finché lui la lascia fare. Sarebbe questo, io credo, il modo giusto per essere poeta, ma è molto pericoloso perché si rischia la dépense, il traboccamento, l’andare oltre. Il puro enigma. Cosa scegliere? A volte, io credo, un andirivieni dolente fra il laboratorio consapevole e l’officina alchemica inconsapevole.

C.A.

Pittaluga sa di avere due teste, quella fisica e un’altra che gli è spuntata nascendo, e nella superba composizione “Perché, per fare una poesia”, si ribella ( alzandone i toni, ingigantendoli dal basso, ballando sul niente del sugo, ribadendo che lui la spacca, la rovescia, la beve) a questo stato di natura sua, come uno che affoga s’attacca al fango. Sa che non ha scampo, ma la sua aspirazione a una normalità, a una qualunque normalità calma, viene espressa qui come un “a solo” magistrale. Io ci sento la Musica.

M.E.

Ribellione. Titanismo. Voglia di normalità. Intuizioni esatte, Cristina. Un grazie da lui. Da quella Musica sghemba che ormai neppure lui può più contraddire. “L’integrità del sogno dove amore imparo e vivo” resta integro sogno, per sempre.

A.P.

Una mente troppo sensibile per non essere instabile e troppo lucida per non essere poeta. Lorenzo Pittaluga è stato un incontro straordinario nella mia biblioteca, incontro che devo a Marco Ercolani e alla sua perizia di critico. Purtroppo non sono riuscita a incontrare Lorenzo anche nella biblioteca più importante, la vita.

M.E.

“Verranno nuovi poeti

e saranno i nostri figli

a cui abbiamo dato nozioni

e colore esatto.”

Quel colore esatto, pure se lacerato e urticante, ecco per questo si è dato e ci è dato Lorenzo Pittaluga, al di là della sua biografia.


C.A.

Quartine molto interessanti che sembrano programmatiche o schegge che poi Pittaluga avrebbe potuto distendere, sempre con convulsione visionaria, in una strutturazione più lunga (ad esempio altre poesie, comparse anch’esse nella Dimora). La stessa forza contorta, dolorosa e luminosa a dimostrazione di quanto la poesia non possa salvare nessun’anima, ma si disponga, malattia parallela, accanto al corpo /mente dell’individuo.
Parlare di bellezza poetica, più agevole per i testi lunghi, qui è un fatto secondario, si pensa magari a quanto la sofferenza “strappi” a prezzo altissimo da un cervello, in certe condizipni e a tale livello, lamenti che stanno all’arte quanto il delirio sta al sogno.

M.E.

Bellissime parole, Cristina. Ti rispondo qui, dal mio Servizio, a un metro dall’armadio dove tengo i quaderni di Lorenzo. “Lamenti che stanno all’arte quanto il delirio sta al sogno”. E la poesia come “malattia parallela” allo stato di follia. La tua intuizione vede bene quanto non si tratti, per Lorenzo, di bellezza ma di spasmo, di sfigurazione, dentro un concetto di bellezza molto più ampio e complesso di quello che alle nostre eufoniche orecchie potrebbe apparire.

C.D.

Tra corse e rincorse [in ritardo, al solito: orologio circadiano *tarato* – dal Bianconiglio] ringrazio per inedito e Lorenzo amatissimo! Quel *colore esatto* che ci presenta: chi è sempre presente e rispunta, a sorpresa, per donarsi ancora… *il mio bagaglio di cute* è Nascita che resuscita: un Poeta. Un Poeta capace: vaso comunicante e sanguigno, nel perfetto volto di Dio. Se sapessi restituire la sua voce troppo acuta, i suoi capelli rossi, la sua maniacalità, la sua risata stridente, il suo concentrato furor scribendi, sarei un vero Poeta… Ma trascrivo i suoi versi, e quasi lo sono.

A.G.

Preparare la morte è un lavoro lungo e faticoso, una /quasi/ genesi che con Lorenzo Pittaluga non può che non passare attraverso la poesia, la sua parola che dice che perfeziona ogni volta di più il quadro, senza lasciare alla cornice il solo ruolo del contorno, ché ci ‘svela il mistero’. forse è questo che ci lascia così, tra lo stupefatto dei suoi versi e la forza di cambiare, di poter ‘tradire le ore i minuti’.

M.E.

A me è sempre sembrato che la cornice e il quadro, attentamente descritti e visti da Lorenzo, fossero possibili solo nell’atto della scrittura, e non altrove. È alla sua vita che è sfuggito l’uno e l’altro, e non si può scrivere così tanto, e così ininterrottamente, senza poi arrivare davanti al muro di questa assenza insopportabile.

S.M.

Ringrazio Marco Ercolani per la dedizione con cui continua a celebrare l’inchiostro di Lorenzo, la cui lira radioattiva, ma di sicuro creativa, continua a suonare per tutti noi. Ringrazio chi, come Marco, apprezza, riflette e reca la propria cura sulle pagine da vivere.

M.E.

Riflettevo, in questi giorni, all’etimologia della parola “cura”. Deriva da “kharis”, cioè da “grazia”. Ecco: la grazia che ho ricevuto da Lorenzo sono i suoi scritti, che oggi “curo” come in anni lontani ho curato lui persona viva. C’è, in tutto questo, un interesse profondo e completamente “disinteressato”. La “lira creativa radioattiva” è una metafora molto bella. Spesso si pensa, e anche giustamente, che il “folle” sia chiuso nel suo mondo, asserragliato nei suoi fantasmi, non troppo capace di “donare”. Questa poesia dimostra il contrario: per Lorenzo “la lira creativa radioattiva” è un dono che genera energie rivolte al futuro, mutazioni appunto.

L.A.

Qui siamo tra “il pudore e l’effondersi” come direbbe la Bettarini, in quella zona dell’espressione affatto reticente e nello stesso tempo pausata da una sordina umbratile, discreta . Non un solfeggio, ma l’appassionata persuasione di un linguaggio avvolgente e non invasivo, a cui non si può negare (credo) originalità e riconoscibilità.

F.A.

Avevo già apprezzato moltissimo Pittaluga nella sua versificazione breve, nei suoi lampi letterari qui in precedenza proposti. Non posso che rinnovare il mio gradimento per questo lavoro di cura dell’espressione dal percorso più lungo e complesso che rivela capacità di grande suggestione in un linguaggio consapevole della propria essenza.

F.M.

capacità di grande suggestione in un linguaggio consapevole della propria essenza, dice Francesca. E infatti, gli inediti continuano a rivelare, e a confermare, un autore di grande maturità stilistica, supportato da una non comune – nel senso della padronanza e della chiarezza – coscienza della direzione da imprimere alla sua scrittura: un plurimorfismo strutturale di chiara matrice “sperimentale”, nell’accezione dantesca del termine.

M.E.

“Plurimorfismo strutturale nell’accezione dantesca del termine”. Non posso che confermare le parole di Francesco. Stupirmi che un ragazzo di nemmeno trent’anni, afflitto da gravi disturbi psichici, possa nella scrittura esercitare quella padronanza e quella chiarezza che nella vita gli erano così difficili, è un sentimento ormai assente. Ognuno, è la mia convinzione, vive dove può vivere, nella fessura che gli viene concessa. Lorenzo ha avuto l’occasione di essere vivo e forte proprio nella poesia. E i segni restano. Sono qui. Grazie alla “Dimora del tempo sospeso” non resteranno sepolti nella soffitta di una casa ma vivi nello sguardo curioso dei suoi lettori. La cosa più strabiliante, secondo me, è che non potresti mai immaginare una forma “diversa” da quella che la materia del suo canto di volta in volta gli “suggerisce”, o forse gli “detta”, gli “impone”.

F.M.

Credo che scrivesse sotto dettatura. Le fasi diverse della sua scrittura sono però molto precise e scandite temporalmente, influenzate dall’umore. Come un artista visivo che vive ora la geometria, ora il colore, della sua ispirazione. Certo che, a distanza di anni, è sempre meno evidente, nella sua poesia, la confusione della follia, ed emerge il rigore anche se inconsapevole della composizione. Come se, quando ti visita, la poesia dettasse le sue leggi. Punto e basta.

Lorenzo Pittaluga

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