DOVUNQUE ACQUA SIA VOCE. Brancale, Barceló

Leggendo l’ultimo libro di Domenico Brancale (Dovunque acqua sia voce, con acquerelli di Miquel Barceló, Edizioni degli animali, 2022), restiamo sorpresi da frasi che ci ammutoliscono. Cosa stiamo leggendo? Un journal interiore, sospeso fra l’icastico Char e il mistico Jabès? Un taccuino di poetica? Una riflessione sapienziale? Un libro sacro sugli elementi e sull’essenza dell’uomo? Un trattato sulla necessità della scrittura? “Il libro di Nessuno è il nostro compimento”. La filosofia diventa poesia, in Brancale, e noi leggiamo un poème en prose che conferisce alla prosa l’aura atemporale di una poesia dove vengono ripronunciati i temi fondamentali dell’essere: l’acqua, l’amore, la poesia, il sangue, la morte. Ciò che irradia dalla struttura del libro è la sicurezza rocciosa della voce come unica scheggia, come Grande Frammento (Bernhard). La fragile essenza dell’uomo è descritta in un libro fluido e petroso dove la voce, erede del substrato poetico del Novecento europeo, “canta” il precipizio del pensiero, sentinella di uno sguardo assoluto nel nulla. Brancale è, qui, l’ultimo custode di una parola che mai rinuncerà all’abisso di non-essere descrivendo il suo essere nell’abisso. “La parola, grazie alla quale pronunciamo tutte le parole. La parola cieca che tornerà a vedere. Una volta nel passato sono stato molto vicino a oggi”. “La scrittura forma l’illusione che c’è in te. Alla fine l’ombra rischiara”. (M.E.)

“Questi testi sono scarti, schegge, frammenti, trucioli, segatura, polvere, tutto ciò che di solito viene raccolto e buttato via dall’artista dopo aver scolpito la sua opera. Una parte di essi, già apparsi in Mal d’acqua, un piccolo ciclostile nella collana fotocopie di Modo Infoshop, a cura di Fabio Pugliese, qui a nuova vita vengono riconsegnati al libro. Altri non sarebbero mai esistiti senza Pasquale Alferj, Pietro Babina, Mireia Vera Barceló, Hervé Bordas, Jonny Costantino, Marco Ercolani, Sophie Ko, Mauro Leone, Anna Ruchat, Stefano Raimondi, che in varie occasioni hanno stimolato la mia assenza. Un ringraziamento particolare a Miquel Barceló che, con una serie di acquarelli del 2021, ha accettato l’invito al libro tracciando una corrispondenza in cui il dialogo tra immagini e parole riscatta il silenzio (D.B.).

Domenico Brancale, Miquel Barceló

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Antologia

La risposta l’ho sempre avuta. A partire da questa risposta ho cercato la domanda tra le infinite domande affinché un giorno risposta e domanda potessero combaciare, potessero risolvere la mia esistenza. La domanda, soltanto la domanda è destino.

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Saper stare nel mistero dell’incontro è la ragione di esistere. Fino a che punto ne siamo capaci? fino a che punto siamo capaci di far proprio l’estraneo?

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Non siamo che l’Altro. Questa dipendenza cancella i lineamenti di ciò che chiamiamo essere se stessi. Lo specchio mente. I ritratti scavano. L’escrescenza del silenzio cresce sul volto.

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Ci sono maschere che crescono sui volti e volti che si radicano sulle maschere. C’è l’assenza. L’identità è l’invenzione della solitudine. L’identità è un’eco. Divora l’anima.

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Negli ultimi anni mi sono chiesto più volte cosa mi spingesse a scrivere, senza potermi dare veramente una risposta precisa. In questa domanda ho sempre avvertito goffaggine e debolezza. E mi sono reso conto che la mancanza di scopi e la rinuncia a uno scopo qualsiasi fossero la mia vera salvezza. In un certo senso non si può costringere se stessi a fare un sogno, come a scrivere poesia. Ogni poesia è la celebrazione di un segreto. Ci sono cose più grandi di noi che a volte tacciamo per d paura di essere ridicoli. Tali cose rendono lo spirito autentico. Chi ha perso la gioia ingenua della banalità non ha più nulla da assaporare nella vita.

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Un pensiero si torce nel cranio. Uno straccio imbevuto di sangue. Ogni ricordo il tuo incontro.

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Le cose che ci formano sono proprio quelle che non riteniamo importanti, le più insignificanti. Sono loro che a nostra insaputa incidono la lastra dell’anima. La parola si fa lastra e al respiro non rimane che incidervi sempre l’ultimo rantolo. Forse verrà il tempo, verrà la volta del suono che non ha memoria.

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Parliamo con una voce che non conosciamo, che non è mai scritta. Parliamo la voce di chi ci ascolta.

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Mi ritrovo ancora qui a Metaponto. L’estate di un anno in più. Qui è sempre l’inizio, la possibilità di riscattare la fine, di
sciogliere i grumi, di stendere al sole gli stracci della propria essenza – ciò a cui obbediamo ciecamente. Non c’è nulla di
più edificante che attraversare il deserto. Saranno le due del pomeriggio. La controra. È il deserto. Una voce contro, qualcosa che non vuole riconoscermi. Sono così vicino alla pietra che non mi vedo. Così vicino a tremila anni fa. Impietrato. Senza questa stagione non potrei affrontare il respiro. Nello spazio della ragione non ci sono parole, si è soltanto ciò che non si è.

*

La cosa che mi è più cara al mondo è la luce. La luce di Aliano che penetra le argille. La luce del mare di Salerno e
quella delle albe a Venezia. Le nature morte di Morandi. Il silenzio che si accende nella stanza di via Fondazza. La luce
di cenere di Parmiggiani. La mano di chi trema nella carne. Nessun pensiero può fermarla. Nessuno spegnerla.
La domanda non deve spegnersi. «Forse siamo noi l’unica domanda che una risposta non può spegnere».

*

La luce è una ferita nel buio della carne. Sono una frase che si rimargina. Una parola che non ha sorelle. La sillaba che
invoca il suono.

*

Come quel poeta, ritenuto da tutti matto perché era rimasto rinchiuso in casa per 7 anni con la sua famiglia in attesa
della fine del mondo, che chiese a un poeta russo di attraversare, in sua vece, una piscina di acque termali tenendo in
mano una candela accesa e che, dopo aver tenuto un discorso in una piazza romana, si suicidò dandosi fuoco. Come quel poeta mi chiamo da prima che sono stato nato.

Claude Monet, La Cattedrale di Rouen

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