IL POETA E IL SUO DOPPIO. Donato di Poce

Opera in copertina e illustrazioni di Emanuele Grigolin

I QdB I Quaderni del Bardo, 2019

Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno

Sede Legale e Redazione: Via S. Simone 74 73107 Sannicola (LE)

mail: iquadernidelbardoed@libero.it

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Donato Di Poce

INDICE

Oltre il silenzio del mondo

Per Antonin Artaud, il poeta che vide l’invisibile

Aforismi Poesismi della follia

Per Antonin Artaud, il poeta che vide l’invisibile

Il corpo ritrovato o il taccuino di Artaud

Lettera di Artaud a Picasso

Note di lettura

Il corpo ritrovato o il taccuino di Artaud

Credo che qualsiasi discorso critico su Antonin Artaud, artista o poeta o drammaturgo che sia non possa che iniziare da un omaggio poetico nato dal respiro del suo respiro e che più che una creazione diventa una restituzione. Da qui l’incipit (i lettori perdoneranno questo incipit critico inusuale ma credo doveroso) di questa piccola riflessione critica sui taccuini, i disegni e i pittogrammi di Artaud. Senza dimenticare che uno degli ultimi scritti di Artaud (scritto il 31 gennaio 1948, morirà il 4 marzo dello stesso anno) di autopresentazione dei suoi pittogrammi, si intitola Cinquanta disegni per assassinare la magia. Ed è un capolavoro magico, esorcistico, poetico, critico, un vero respiro dei bassifondi della sua creatività, l’ultima ratio di un’anima che voleva ricomporre gli strati dissestati dell’essere. E in questa sede citerò solo questi versi di Artaud:

“…essi sono puramente

e semplicemente la

riproduzione sulla carta

d’un gesto

magico…”,

ma invito sin d’ora i lettori a leggersi d’un fiato tutto ciò che Artaud ha scritto e fatto solo allora si potrà capire veramente cosa significa liberarsi dell’ossessione della vita, della parola e dell’essere perché i testi di Artaud sono di un’attualità, un’energia e una magia alchemica sconvolgente. Diciamo subito che Artaud è stato assassinato dalla società (non a caso uno dei libri più belli, lucidi e profetici da lui scritto è dedicato all’artista con cui si è identificato maggiormente per intensità, novità, solitudine: Van Gogh il suicidato della società). E qui vorrei aprire una riflessione; perché Artaud scrive della società e non dalla società.

Certo non per vezzo o superficialità linguistica, anzi, tutti sappiamo dell’ossessione linguistico-esistenziale di Artaud, quindi non è un caso né un errore ma una scelta da combattente per l’umanità ferita. Artaud affonda le mani nel marcio della società rivelandone ipocrisie e contraddizioni, moralismi e mediocrità partendo dalla società e dal contesto culturale e sociale dell’epoca, ma andando a toccare i gangli vitali dell’organizzazione, della cultura e dei pregiudizi morali e culturali. E cosa dice di Van Gogh nel suo libro (Adelphi, 1996): “…nessuno fino ad allora aveva mai dipinto la terra come le onde di un oceano trasportato, né mai fatto della terra questo panno strizzato e di vino e di sangue inzuppato…”, “…la pittura lineare pura mi rendeva pazzo da molto tempo quando ho incontrato Van Gogh che dipingeva, non linee o forme, ma cose della natura inerte, come in piene convulsioni…” “…Van Gogh era una di quelle nature di una lucidità superiore che permette loro in ogni circostanza di vedere più lontano, infinitamente e pericolosamente più lontano del reale immediato e apparente dei fatti…”. E tante altre illuminazioni su di lui, su se stesso e sulla società e in particolare sulla psichiatria e il dott. Gachet che accusa apertamente di essere il responsabile del suicidio di Vincent per non aver capito il suo genio, per accusarlo di delirio e mortificare l’innocenza creativa di Van Gogh.

Ogni scritto, disegno, parola o gesto di Artaud dopo aver transitato nella sua anima e nel suo intelletto, è vissuto sulla propria pelle e nel suo corpo sino alle estreme conseguenze, perché lui è un uomo che non accettò mai i limiti, i compromessi e cercò sempre la verità. Ciò lo portò a scontrarsi prima con il mondo culturale (i surrealisti di cui era amico) e poi con il mondo psichiatrico (elettroshock) e sociale (pestaggi della polizia a Dublino) che lo devastarono nel corpo e lo isolarono dalla realtà sociale ma non dalla vera realtà psichica, culturale, poetica ed esistenziale che egli difese e sviscerò con ostinazione sino alla fine e che ne ha decretato il successo (iniziato con la consacrazione ufficiale della vittoria del premio Sainte-Beuve nel 1948 per il libro Van Gogh il suicidato della società) e la fama mondiale dopo la morte e che troverà tra i tanti amici, studiosi, critici, ammiratori ed esegeti, in particolare Paule Thévenin, amica e curatrice delle Oeuvres Complètes di Artaud edite da Gallimard (scomparsa nel 1993) e il filosofo Jacques Derrida (recentemente scomparso) che gli dedicherà uno scritto fondamentale dal titolo: “Antonin Artaud – Forsennare il soggettile” (in italiano Ed. Abscondita, aprile, 2005).

Ma prima di analizzare cosa dice Derrida di Artaud, è utile precisare al lettore tre considerazioni personali. La prima è che ritengo i Quaderni di Rodez e in generale i Cahiers e i pittogrammi di Artaud tra i documenti artistici più importanti per l’umanità dopo i taccuini di Leonardo da Vinci; la seconda è di specificare che la produzione grafica di Artaud si può riassumere in quattro fasi: quella delle lettere e missive varie sino al 1937, quella dei grandi disegni di Rodez, fatti tra il 45 e 46, quella dei ritratti e autoritratti fatti a Ivry e Parigi (1946-1948) negli ultimi tre anni prima della sua morte, infine tutti i disegni scritti o pittografie o pittogrammi che costellano i suoi 77 cahiers che non cessò di creare dal febbraio del 1945 sino alla sua morte (anzi più precisamente come ci rivela lo stesso Artaud, “…E da un certo giorno del 1939 non ho mai più scritto senza anche disegnare”). La terza e ultima considerazione è che nonostante Artaud avesse studiato il disegno classico per 10 anni, si è sempre rifiutato di proporre disegni e ritratti lineari, armoniosi, o ritenuti belli e somiglianti dalla cultura artistica corrente. Insomma lui andava oltre l’accademia e il ritratto convenzionale, cosiddetto veridico, lui come Van Gogh esprimeva l’anima del disegno, il soffio e il respiro dell’essere, la magia dell’emozione in divenire, la musica dello spirito e del corpo, a lui interessava comunicare l’emozione generatrice del disegno, insomma dei veri Totem di esseri, metamorfosi scolpite e scalfite nella carne e sulla carta e quindi come Artaud stesso ci ha lasciato scritto, ricordiamo…:

I miei disegni non sono disegni ma documenti,

bisogna guardarli e capire quel che c’è dentro

Derrida riprendendo una nota di PauleThévenin in cui nomina la parola soggettile ( a evidenziare la novità e l’uso raro di questo termine usato da Artaud in modo chiave e innovativo, sta anche la testimonianza della trascrizione del mio testo a computer che si ostinava a correggere in automatico la parola in soggettive anziché soggettile …provate!!!), trae spunto per analizzare tutta la storia, la potenzialità e rivoluzionarietà che riveste in Artaud questa parolaconcetto prontamente e acutamente còlta da Derrida. Derrida entra subito nel centro della questione dicendo che: ”alcune parole di Artaud assillano questo vocabolo, lo tirano verso la virtualità dinamica di tutti i sensi” (Sensi è un’altra parola chiave in Artaud). Acominciare da soggettivo (subjectif), sublime (sublime), trascinando così l’il nel li, per finire con proiettile (projectile). E’ il pensiero di Artaud. Il corpo del suo pensiero… Derrida subito dopo cita una riflessione rivelatrice di Artaud del 1922 “…Dobbiamo purificarci dalla letteratura. Vogliamo essere uomini prima di tutto, essere umani. Non vi sono forme o forma. Non vi è che lo zampillare della vita. La vita come un getto di sangue…” Più avanti a proposito del pittogramma Derrida dice alcune cose da sottoscrivere in pieno: “Ma io la intenderò soprattutto come la traiettoria di ciò che letteralmente intende attraversare il limite tra la pittura e il disegno, il disegno e la scrittura verbale e, in modo ancora più generale, le arti dello spazio e le altre, tra lo spazio e il tempo. E attraverso il soggettive il movimento del motivo assicura la sinergia del visibile e dell’invisibile, in altre parole della pittura teatrale, della letteratura, della poesia e della musica”. Infine coglie in pieno la poetica di Artaud quando scrive: ”Gettare, gettarsi: nelle parole come in pittura, l’intonazione proietta, dinamizza un contenuto…” e in una attenta e preziosa rilettura di Artaud cita e sottolinea le sue acute e originalissime riflessioni: “… indurlo (il linguaggio) a esprimere ciò che di solito non esprime… significa infine considerare il linguaggio come Incantesimo…” E giunge alle considerazioni finali: ”Il respiro: un -respiro gettato– nella grammatica del verbo (io respiro) o del nome (il respiro)… Il respiro respira nel pittogramma e letteralmente lo respira imprimendovi il ritmo e la musica.” “…Il soggettile raffigura l’Altro, o meglio l’Altro divenuto parte avversa, l’opposto supposto, luogo portatore di tutti i sottoposti, i succubi e gli incubi, rappresentanti di tutti i rappresentanti da contrastare”.

Sora, 26/8/2004 – Milano, 18/9/2018

Antonin Artaud, La maladresse sexuelle de dieu, 1946
Bernard Noel, Artaud e Paule, 2005, a cura di Lucetta Frisa

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