UN MANOSCRITTO DOMESTICO. Eugenio De Signoribus

Nel 2022 Eugenio De Signoribus pubblica Un manoscritto domestico per le edizioni “portatori d’acqua”: si tratta di un piccolo libro di prose liriche, precedute da una premessa e seguite da un congedo poetico, diviso in cinque sezioni: Carte velate; Educazioni; Altre educazioni; Custodie (sogni, dormiveglie, trascrizioni); Altre custodie. Non è mia intenzione, nei limiti di questo blog, tentare una nota di lettura a questo libro eccellente e unico nell’opera di Eugenio. Ma oso alcune riflessioni: le prose nascono da fatti ed emozioni reali (memorie, lutti, congedi, epifanie, catastrofi), ma sono tutte “scene trasfigurate”, sia che trattino di cronache esterne come di vibrazioni interiori, ricordi infantili, stralci biografici, traumi mnesici, lutti personali. In sintesi, il lettore cammina nelle memorie di una persona e si trova all’interno di un sogno mai cancellato. De Signoribus non fa nulla per accentuare il lato onirico della scena: non usa aggettivi vaghi, nomi astratti, barocchismi sintattici. Si limita a enumerare i dettagli di una storia affinché, proprio nell’ordine in cui sono disposti, rivelino la massima, spettrale intensità. La “trasfigurazione” è mostrare un reale dolente (ma sempre domestico e intimo, come una petite musique de chambre), nell’ordine poetico delle parole che lo raccontano mentre lo sognano, reimmaginandolo, resuscitandolo. Il pudore estremo di Eugenio, che evoca Ordet di Carl Theodor Dreyer, l’attenzione ai congedi dal mondo (“la poesia è un’arte del commiato”, Mandel’stam), ai ricordi senza scampo espressi in brevi nastri di parole, sono le finestre, in questa prosa memoriale e abbacinata, da cui la vita scompare e si avvicina la morte. Con lenta, modesta, suprema gentilezza (M.E.)

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Da Tornare al principio

Non è solo un sogno quello che sto per raccontare ma una una perdita vera di ciò a cui più tengo: la parola. Non ci feci caso, in un primo momento di difficoltà, quando volevo dire delle cose ma le parole non mi venivano, come si fossero nascoste, giocassero a nascondino e aspettassero che le ripensassi e gridassi infine “Tana! Vi ho trovate…” Pensavo fosse stanchezza. Quante persone conosco che, raccontando qualcosa, si toccano la fronte in uno sforzo penoso… e poi rinunciano, scuotendo la testa. Pensavo dunque di essere entrato nella folta schiera degli innamorati occasionali. Mi sbagliavo.

Nei primi giorni successivi, sempre più spesso mi accadeva di sostituire termini sfuggenti con i rispettivi francesi (la mia seconda lingua), janvier, avril, lire, ad esempio, perché “gennaio, aprile, leggere” li aveva inghiottiti una corrente grigia e non li riportava al loro posto… Arrivò il momento in cui tutti i pensieri trovarono tuute le parole sfaldate: e ogni lettera se ne stava da sé, per aria o pendolante tra le dita adunche o tra tentacoli sorgenti da un cervello confuso e abbandonato, cunicoli da cui uscivano visioni di corpi umani (ehi, dove andate?!…), fagocitati da scaglie e gusci di altri generi viventi…

(2009)

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Sogno domestico

Ero seduto in cucina, con altre persone di cui non ricordo i volti, quando sentii un tramestìo proveniente dalla camera. Nel frattempo, vedevo figure invecchiate e irriconsocibili, curve una sulla schiena dell’altra, in fila come un triste trenino di fine festa. Mentre provavo ad alzarmi, dallo stretto corridoio spuntò una cassa aperta, spinta da bambini che sembravano divertirsi. Notai dell’acqua sul pavimento, man mano che la cassa veniva alla luce, ma mi sfuggiva il volto lì dentro, come una foto mossa maldestramente. Nello stesso istante, una mano leggera mi toccò la spalla: riconobbi immediatamente, dal loden rasposo e odorante ancora di fumo, mio padre. Lo abbracciai, finalmente, poggiando la mia testa sulla sua spalla, ad occhi chiusi. Non riuscivo ad aprirli, come ci fossero pietre sopra le palpebre. Presi a singhiozzare, cercando di contenermi, a fronte di un minimo tremito interno a lui.

Intanto si era fatto silenzio, non c’era più nessuno: solo la cassa, chiusa, era stata lasciata sull’uscio di casa. “Mi aiuti, babbo? Riportiamola dov’era! Ricominciamo dall’inizio”. Nella stretta sempre più forte sembrava restringersi, fino all’evanescenza. Mi ritrovai sveglio, con le braccia dolenti intorno al petto, e senza aver visto il volto di nessuno.

(27 settembre 2021)

Eugenio De Signoribus

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