Il MAESTRO DI CABESTANY

Frammento di una delle conversazioni di Costantin Brancusi con Dora Vallier (1960).

William Turner

La luce di Joseph Turner arde e disgrega la Giudecca, S. Marco, il Canal Grande. I contorni sono morbidi, ma la luce scava, erode, toglie densità ai piloni, materia alle case, colore alle gondole. Il paesaggio diventa stregante, improbabile. C’è troppa luce nella tela, non consente di vedere le cose per come sono ma solo per come si dissolveranno, e Venezia è rapida, fluente, obbedisce e sprofonda nella notte della luce, come sono sprofondati, molti anni prima, i bellissimi paesaggi di Parker Bonington e Tom Girtin che Turner, giovanissimo, copiò durante i suoi viaggi in Germania, approfittando del talento di quei due giovani, che sarebbero morti a meno di trent’anni e che la storia nomina appena come suoi precursori. Tutto – la loro storia, le loro tele, queste luminose architetture dissolte – si trasforma in luce rovinosa e incantata, anche Salizada Correr, anche l’ultimo gradino nero, umido di alghe, anche questa tela buia, oltre la vetrata della galleria di Palazzo Bianco, a Genova, Ritratto di vecchio cinico, autore Giovanni Fracanzano da Monopoli: un volto diabolico che, quando ci si allontana, suggerisce la maestosa allegoria del vecchio e solenne filosofo, quando ci si avvicina si nota la bocca corrotta, le guance gonfie, la fronte rugosa di un essere vicino alla morte.

Giovanni Fracanzano

Si può cogliere un pensiero mentre si forma, prima che diventi qualcosa da leggere o da vedere? Si può afferrarlo prima che si adagi nella sua forma? Un pittore del Seicento lavorava a un solo disegno, spaventato dalla possibilità che potesse diventare un quadro. Ci lavorava con ostinazione, inorgoglito che restasse imperfetto. Un suo amico, con pochi tocchi di pennello, lo concluse e lo intitolò. Quando vide questo orrore, snudò il coltello e uccise l’amico. Ai giudici che lo accusavano di omicidio gridò che si sarebbe comportato nello stesso modo contro qualsiasi traditore. Ogni opera tradisce l’opera e, se obbediamo a qualcosa, obbediamo alla sua distruzione. Non si deve rifinire niente.

Spesso parliamo dell’esecuzione di un’opera ed è così: un’esecuzione, una messa a morte. È sufficiente uno schizzo, un segno, per dire tutto. Se sono esistiti, i pittori, non è per avere illustrato Giuditta e Oloferne ma perché hanno visto il colore del sangue su qualcosa che sembrava delle mani, lo hanno visto come nessuno prima di loro, proprio dentro la pupilla, più vero del vero. L’occhio è appannato, si continua a sbagliare, ma ogni errore è ragione di vita. La vita resta sempre. Non è più il tempo di partire per Torino e vedere le sculture di Medardo Rosso. Forse dieci anni fa poteva succedere, ma ora non ci sono più mostre, non ci sono più città, si sta con la testa nel vuoto, liberi dalle immagini degli artisti, l’opera di Medardo è dentro di noi da molto tempo, quelle torsioni del bronzo, la materia come fosse bruciata, tutto è già stato imparato, il nero delle teste e delle braccia, finiamola di partire per Torino, di fissare la nebbia, nessuna opera ci aspetta, né stile né legge né cultura, meglio ridere e correre, di leggere e vedere non c’è più tempo, sono atti lontani, frammenti spariti, non c’è più nessun Medardo, nessuna Claudel. Si è vuoti e ciechi, pronti a conversare con lo sconosciuto che ci chiede dove è iniziata la visione. Io sono pronto a conversare con te.

Medardo Rosso

Il Maestro di Cabestany lo sapeva perfettamente, quando scolpì Daniele nella fossa dei leoni sul secondo capitello dell’Abbazia di S. Antimo; lo sapeva, il maestro senza nome, quando e come e per quanto tempo sarebbe entrata la luce, nel fitto dell’onice e dell’alabastro, facendo brillare tutta la pietra dei raggi del sole; i leoni sul capitello, la testa di civetta con due corpi, le scimmie annodate dalla corda, le due aquile che schiacciano la testa del re; al momento opportuno, quando filtrerà quella luce rosa e oro, dieci minuti prima dell’alba e dieci minuti prima del tramonto, l’unica cosa certa sarà la curva della pietra, e fregi e decorazioni sprofonderanno nel buio. La pietra vivrà così come la sentono le dita, la pietra ferma e docile, compatta e chiara, dura e pura, che scaturisce dalla mano dello scultore come emanazione di luce.

Maestro d Cabestany
Maestro di Cabestany

Lo sapeva il Maestro di Cabestany mentre componeva il suo capitello memorabile con grande attenzione all’espressione violenta di Daniele e ai musi aggressivi dei leoni, scolpendo tutti i dettagli; sapeva, nell’attimo stesso in cui cavava scintille dalla pietra opaca, che S. Antimo, il luogo in cui gli avevano commissionato il capitello, avrebbe scintillato, alla prossima alba o al prossimo tramonto, con quel tono esatto di luce in ogni atomo delle sue pietre rendendo le forme scolpite folgoranti capolavori. Lo sapeva, l’anonimo Maestro del XIII secolo venuto dai Pirenei, di essere già un manierista degli affetti umani: il grande viso esasperato di Daniele, le criniere e gli artigli dei rozzi leoni, erano passioni assopite nella pietra, che soltanto quando si fosse diffusa quella luce, sarebbero state visibili. Come ora, nel mio atelier, la polvere che vedi staccarsi dalle mie figure – chimere, galli, torri, neonati, uccelli –, la polvere dell’opera appena conclusa o dell’opera appena iniziata, vorrebbe imitare, con la sua bianca apparenza, con il suo nebuloso pulviscolo, le sfumature di quella luce tanto amata dal Maestro. Ma io ti sto parlando di qualcosa che gli antichi Egizi conoscevano già alla perfezione – favole note. Perché sprecare parole? Visita il mio atelier, domani a mezzogiorno, e lasciami solo.

(M.E.)

Studio di Costantin Brancusi

Costantin Brancusi

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