INCUBI ALTRUI

(Nottario 7. A me stesso)

Osvaldo Licini, Notturno 1954

Di stanze d’incubo ce ne sono state e ce ne saranno ancora, occupate da scrittori che provano emozioni e trascrivono visioni. Ma sono rare quelle che restituiscono solo incubi altrui e cercano misteriose consonanze fra corpi e menti che hanno abitato in secoli diversi. Ricordando chi potremmo essere fuori di noi, troviamo in questo luogo mentale i nostri veri compagni – quelli che hanno condiviso il nostro stesso sguardo. I morti ci nutrono sempre. Cosa fare, di noi, se non diventare strumenti della loro visibilità e aggiungere le nostre alle loro parole, restando opportunamente ignoti? Io non trovo casa che scrivendo di loro. La decisione della ri-scrittura è la speranza di costruire una casa dove io possa essere accolto ma che non mi apparterrà mai. Studio le voci dei morti per cercare toni familiari al mio stato di turbamento e suggellare, con ironica complicità, la mia estraneità al resto dei vivi. Assumendo diverse identità, ottengo che il mondo non me ne riconosca nessuna. C’è sempre un io fiero, duro, poetico, nei secoli, che traversa molte maschere non per dissimulare se stesso ma per cancellare il sordo, ottuso disastro del mondo.

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Ogni scrittura è ipotetica, anche quella che si scrive ogni giorno. Ogni uomo viene dalla mente di un altro che, prima di lui, ha pensato e sognato quasi come lui. Si appartiene tutti alla stessa commedia. Si viene tutti dalla magica Porta d’Oriente, dal mistero di una Bisanzio senza ori e senza poeti. Stonehenge, vista da lontano, è un luogo geometrico e solenne, da vicino è un confuso, scheggiato ammasso di pietre, che non assomiglia al tempio di nessun Apollo Iperboreo. Ogni scrittura compone una sua personale idea di deserto. Ma esiste un deserto meno remoto e meno terribile di questa distesa composta di dune fredde e bianche, che non emanano calore. Esiste un deserto in perpetuo movimento, composto non da pulviscoli di sabbia che il vento trascina ma da innumerevoli gocce d’acqua. È, naturalmente, quello che molti anni fa si chiamava mare.

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Se dovessi dare un consiglio a qualche persona sana di mente, dovrei dirgli: nuota bene dentro di te, cerca di essere un giusto, di assolvere al tuo dovere. Quale? Quello determinato dal tuo paesaggio mentale. In presenza di un mondo presupposto come ostile o sfuggente, esprimi il tuo fermo paesaggio. Sogna contro il mondo. In che modo? Rubando voci. Rubando l’attimo in cui ci si mette a nudo, in cui si scrive la lettera definitiva, la confessione sconcertante, il frammento inatteso che fa luce sull’enigma.

Ogni metafora nasce dallo stesso presentimento: la morte imminente. Cosa fare, contro questo assedio? Sviluppare molteplici modi di sognare. Allontanare il peso assoluto della notte. Nei tratti di penna e di matita che riempiono il foglio non si parla di letteratura o di pittura, ma di qualcosa che sarebbe inesprimibile senza quelle frasi e senza quei segni: non si tratta di un esercizio stilistico o di un capriccio pittorico, ma di un destino fatale, di una questione di vita o di morte. Per lottare si entra nelle vite altrui. Anche la propria è una vita altrui. Si cercano frasi mai esistite, si trovano, si inventano. È un modo per dire che niente è realmente morto, niente si è realmente polverizzato – per dire che possiamo pensare e ripensare, riscrivere e ricreare, perché nulla è definitivamente concluso, per noi che soffriamo di metamorfosi.

Osvaldo Licini, Notturno 1957

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