IL LIBRO DEI RIFLESSI

Dalle Carte segrete di Innokentij Annenskij (1842).

Ripeto quello che dico da sempre: io amo tutto ciò che in questo mondo non trova né armonia né risonanza; odio gli scalpitanti cavalli della trojka gettata a briglie sciolte nel bosco ma adoro l’eco della sua corsa. Non devo né urlare né difendere tesi: altri lo hanno fatto meglio di me, con esiti deplorevoli. Annoto schegge di frasi, pezzi di conver­sazioni, inizi di racconti, finali di romanzi. Io scrivo riflessi

Nei ginnasi di Pietroburgo non sanno nulla di me, io sono il mite e dolente professore dall’occhio chiaro e dall’andatura assorta. Il titolo del mio primo libro di poesie era Canzoni sommesse e lo pubblicai con lo pseudonimo di Nik-T-O, che significa nessuno.

Lavoro da orafo le mie poesie: sono i miei scrigni e le mie urne. Guardo e riguardo il basso­rilievo con quell’Ulisse senza testa, legato all’albero della nave piccola, i remi d’alabastro piantati nel mare immoto, che finge, senza orecchie e senza naso, di udire le volgari Sirene, che suonano una cetra che sembra di cera.

Mi chiamo Innokentij: l’insonnia e il tedio delle stazioni russe sono il mio interminabile inverno e la mia sconsolata innocenza. Lì, sotto cieli senza colore, ho scritto le mie poesie migliori, di cui andrebbe fiero Anton Čechov.

I suoi personaggi sono straordinari come se fossero esistiti. Il mite Belikòv che si ammala e muore e viene chiuso nella bara – ultimo e definitivo ‘astuccio’ – con un’espressione di serenità nel volto rassicurato dalla morte, mi assomiglia. Ma il personaggio che amo di più è Jonyc. Da giovane, Jonyc incontra la famiglia Turkin. Sente un’irresistibile simpatia per l’impetuosa e ardente eloquenza di Ivan Petrovic, il padre: «Non c’è maluccio, vi ringrazio umilmente, oh Micetta, oh pollastrella, addio, per favore!» Prova tenerezza per Pavlusa, il servo quattordicenne, che si inginocchia nella sala da pranzo e declama: «Muori, infelice!» Lo commuove la voce di Vera Josifovna, la madre, che bisbiglia l’inizio di qualche interminabile romanzo dove un’elegante contessa fonda bibliote­che, finanzia ospedali, adora pittori squattrinati. Si innamora del volto grazioso della figlia, la mite Ekaterina Ivanovna, che suona il pianoforte in modo brillante, eseguendo polacche e rondò, valzer e capricci, fantasie e ballate. Poi gli anni passano. Jonyc invecchia, ingrassa, diventa ottuso e pigro. Cura controvoglia i malati, gioca a whistle, bestemmia. Ritorna dai Turkin e scopre un ridicolo repertorio di spettri: un attorucolo rugoso col suo nauseante birignao, un servo rozzo che si getta a corpo morto sul pavimento, un’insopportabile megera che blatera romanzi stucchevoli e sentimentali con vocetta rauca, una zitella invecchiata che martella note di ferro su un piano­forte scordato. Quel terribile album di fantasmi mi è entrato nel cervello e io lavoro e scrivo cercando di restituirne l’intollerabile malinconia, a costo di risultare sgradevole ai miei rari lettori. Nel mio Libro dei riflessi ci sono schegge di Jonyc. La mia famiglia è diventata la famiglia Turkin. Addio per favore! Micetta! Muori, infelice!

Piccole cose sommesse e atroci, che dimenticano tutti sotto illusorie architetture. Io abbatto quelle colonne di carta e le vedo come sono realmente, le cose, bisbiglianti e scorate, affannate e ridicole – mio diario di condannato. Ma sono io il prescelto a cantarle, io che amo l’invisibile, da sempre, dall’ultima fila della platea di questo teatro di guitti.

(M.E.)

Innokentij Annenskij

Anton Pavlovič Čechov

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