LA VITA IMPRESSA. Ranieri Teti

Scrivendo alcune parole La vita impressa, di Ranieri Teti (Book, 2022), la sensazione dominante è quella di ondeggiare dentro un gorgo lieve di parole, in apparenza disperse fra senso e suono, ma legate in sequenze visivo-musicali geometricamente impresse sul foglio. Come scrive Laura Caccia: «Ranieri Teti imprime sulla pagina un mareggiare ebbro e insieme placato, dove la materia tellurica, che muove in piena il sentire, trova la sua magnitudo lenita in inchiostro e pellicola. Dove le ossa si fanno musica. Dove bastano i nomi a fare la vita». Si imprime una traccia sulla sabbia, un segno su carta o tela, un’immagine su lastra, una scena su pellicola. La vita impressa ci riguarda sempre, è un “essere a portata di voce per dire e per udire quando è terra la prova del volo”. Queste prose, scandite con misura nelle pagine, sono l’atlante di una percezione sonnambula, sconfinante: “tutti ritratti in maschere, cercando in ogni figura una scomparsa, mentre il rimasto è solo cenere intorno alle ore, frammento di mèta, confine dopo confine”. Il poeta cerca la propria terra ma non la trova: frequenta arcipelaghi da cui ogni volta riprende il viaggio, con “i versi dei gabbiani nelle piene degli inverni”, e si perde “tra il resistere dell’àncora e un movimento, quello dell’onda sulla murata, a dilatata spinta, con l’ombra della cresta sullo scafo, quella della barca sull’acqua”; si addentra fra “parole che traducono il silenzio, mute come un alfabeto rovesciato foce di lingua”. Non hanno neppure bisogno, le sue parole, di un accento, di una metrica, della scansione del verso, ma si ripiegano nella pagina come insonni superfici verbali, testimoni di quel lavoro sotterraneo e implacabile della lingua che le sospinge dall’invisibile al visibile “con una parte dei passi persa nella camera oscura, nell’altro lato del positivo, possedendo un’idea fino a dimenticarla, cercando ancora il fondo”. Poesia, questa di Ranieri, sprofondata a descrivere uno smarrimento che arriva “da un racconto dall’interno del buio, con l’anfratto farsi nel suo scuro, a frasi e crittografie del sentire, scorrendo veloce con la piena degli invasi fin dove l’acqua non è più fiume”, e allora non resta all’uomo, al poeta, che restare vivo nella sua ipnosi, “in zone di tracce cancellate, dove il vero si ritira nel suo punto segreto, dove ignora un confine il passo con la sua ombra impressa”. La vita impressa, l’ombra impressa. E la sensazione che una macchia d’inchiostro sia come quei disegni sgorbiati da Victor Hugo con macchie di caffè, che ancora rendono palpabile l’incubo dominante dell’uomo: la paura. E accanto alla paura le tracce che la leniscono.

(M.E.)

**

Victor Hugo
Victor Hugo

Le parole

con lo stesso sguardo, senza misura fra luce e

oscurità, con uguale distanza tra loro, nel tempo

che corre tra l’una e l’altra quando passano in fila

fino alla fine, fino alla fine della frase nemmeno

fossero preludio e termine, quando raccontano

precipizi dai pori e nel terreno bianco di una

pagina, dove sempre in nero vestono le parole,

quelle dopo le nominazioni, nemmeno fossero

vertigine e baratro, distacco e vicinanza, quelle

con la vita dentro un’orfanità, quelle per cui non

c’è cosa, nemmeno arrivassero da lontano, quelle

che definiscono e insieme negano nell’adunata a

una a una, che nascono nel fondo dove origina la

ferita e le sue due rime, quelle nella cui pienezza è

radicata l’erranza, tra vastità e confini nella sostanza

di questo viaggio, nel loro confondersi la finitezza

e l’apertura

Onde d’inchiostro

alla fine tutto è ritornato inchiostro e pellicola,

nuovo inverno, rifugio del nero nell’assedio del

bianco, nel gelo dei significati con un senso

caldissimo, a furia di spettri, quelli che vivono in

fondo a un silenzio che è solo un vecchio indirizzo,

tra i passi del selciato come solo nel sonoro di un

film, la portiera rimasta aperta e più in là il mare,

dove tornano a inabissarsi i viaggi notturni, gli

inchiostri nella vita delle cose mute, il loro porsi

accanto con il gesto dei passi sospesi, delle onde che

si allungano nelle vertebre come ombre sotterranee

Ranieri Teti

Ranieri Teti (Merano, 1958), cofondatore e responsabile del Premio Montano, ne promuove il periodico “Carte nel vento”. Ha pubblicato: La dimensione del freddo, prefazione di Alberto Cappi, Verona 1987; Figurazione d’erranza, prefazione di Ida Travi, Verona 1993; Il senso scritto, prefazione di Tiziano Salari, Verona 2001; Controcanto (dalla città infondata), immagini di Pino Pinelli, nel volume collettivo Pura eco di niente, prefazione di Massimo Donà, Morterone 2008; Entrata nel nero, prefazione di Chiara De Luca, Ferrara  2011. È presente nelle antologie: Istmi. Tracce di vita letteraria, a cura di Eugenio De Signoribus, Urbania, Biblioteca Comunale di Urbania, 1996; Ante Rem. Scritture di fine novecento, a cura di Flavio Ermini, con premessa di Maria Corti, Verona 1998; Akusma. Forme della poesia contemporanea, a cura di Giuliano Mesa, Fossombrone 2000; Verso l’inizio. Percorsi della ricerca poetica oltre il novecento, a cura di Andrea Cortellessa, Flavio Ermini, Gio Ferri, con premessa di Edoardo Sanguineti, Verona 2000, La radice dell’inchiostro, a cura di Giorgiomaria Cornelio, BAU, 2000; Dizionario critico della poesia italiana 1945–2020, a cura di Mario Fresa. Dal 1985 al 2020 è redattore della rivista “Anterem”. Collabora a riviste, cartacee e on-line, italiane e straniere. Per conto delle Edizioni Anterem cura la collana “La ricerca letteraria”. Figura nella direzione artistica del festival annuale VeronaPoesia. Vive a Verona.

Ranieri Teti e Flavio Ermini

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