PER “SENTINELLA”

di Isabella Bignozzi

Caro Marco,

leggo Sentinella e penso che queste mie parole siano già lì, nell’aria tua azzurra dov’è quel caro scoglio che sempre, aprendoti bambino al mondo, ogni mattino rivedi. Senza questo bisogno tutto umano di incidere la grotta con le mie figure e tracciare, ancora, questo mio superfluo dire. Ma anch’io, lo vedi, cedo a voler dare forma all’aria, e ti scrivo.

Pietre, come segreti. Venti, come odori.

Inadeguato, inefficace, tortuoso scurire il mio manoscritto con altro inchiostro, che non termina il vortice, non lo esaurisce, perché rimane, l’essenziale, nella penna che riposa.

Scrivo per ridurre il foglio a carta bianca.

C’è, sì, questo nostro esserci, correnti che armano fondali di voci sepolte, e il gelo che fa scudo al sole, indurisce le pietre tra le mani. So di questo avanzare frantumato, sofferente. Ti scrivo da stanze lontanissime, disciolte in un silenzio dilatato, bianco. Abbiamo già detto di questo, tua ferita mia ferita. Mia diafana, attutita distanza. Ma distinguo la voce della sentinella che sussurra, con gli occhi bassi, ardenti, tra i tanti colori dei suoni, che giungono qui intrecciati, esili come seta. La bellezza del baratro gremito.

Diabolico, mobile, da riattraversare. Pericolosamente grande.

Ti sento. Fulgido brivido nero. Instabile, incongruente sinfonia. Interminati spazi abitati, bocche turgide di grida, spirali in movimento. Sofferenze taciute, bisbigli di pupille aperte. L’infinità delle voci da cui proteggersi o da cui bere. Atterriti in orrore. Lo spavento, la meraviglia del tutto che assedia. Che preme alle tempie. Ma ti sento.

Le tenebre plurali. La notte unica.

Mi chiedo spesso, sai, del compito di ognuno. Segno e custodia, dice Stefano. Non manca al suo mandato lui, e, in piedi, attende. Dal suo punto di tensione, dalla sua soglia. Ci sono anch’io, in qualche modo, con voi. Esco solo la sera, perché alla luce non rispondo. A chi mi fruga, m’insegue, lo sai, non rispondo. Ma la sera. Cammino sola, per ore. C’è il mio fiume. C’è la mia città distesa, amata madre. Guardo i visi attorno, assetata di occhi ancora accesi. Molti umani hanno parole in tasca, nel pugno, la fronte sul selciato. Altri alzano il mento, sono ancora vivi. Mi dico ecco, ogni cosa è tua, raccogli. Divaricare, accogliere nel cristallo. Non si spezzerà, vedrai. E ricamare, comunque, i propri frantumi. Se è spezzarsi in opera, va bene. Un vagone di metropolitana. Il violino di uno tzigano. Ho le palpebre basse, piene di vergogna e di lacrime. Le sue corde mi tagliano il cuore.

Vorrei che capissi la realtà estrema della mia condizione, questo stato di grande pericolo, di assillo permanente.

Assaporo lo sferragliare dei vagoni, gli scossoni dentro e contro gi altri corpi. Visi patibolari, nel cattivo odore d’uomo schiavo, siamo tutti assassini. Ecco la sventura che ci tocca piano lo sterno, è questo chiamarci della salvezza. Ma ancora piano, come se fosse presto.

Aspetto un suono finale, un nuovo teatro.

Io che non parlo mai. Nessuno mi sentirebbe. L’ho imparato, sì, questo mio trasparire, essere irrilevante. A volte invece, stagliarmi. Quando non voglio, quando sono perduta, vengo esposta. È il mio compito, penso, ma ancora non lo so svolgere. Non so cosa significhi, ma rimango, anch’io, come dice Lucetta, a mio modo sentinella. C’è questo dire improvvido, inefficace, non autorizzato da alcun sole. Un ascoltare piano, deformare a noi, verso noi, ma sempre cercare al proprio fondo. È questo che tu dici. Gioco che affila e sgretola. Andarsene in petali, dice Cristina, alla tramontana. La scrittura che erige, discende, si dona. La scrittura che infastidisce, pretende. La scrittura che s’innalza e tace. La scrittura che unisce e incanta. Siamo affilati, grevi di egotico pianto, avari, immensi di pietà. Esili ed esausti. Siamo vivi Marco.

Come sono diverse le cose che ci vengono chieste. Ma ognuno risponda, ognuno sia amato profondamente mentre uccide. So che questo è il segreto di tutto, non avrei dovuto dirlo qui, non così, d’improvviso. Ma tutto accade senza avvertire. Nulla si stempera nel mondo di ciò che è vero. La verità irrompe nella lacerazione più spoglia. Il subitaneo inopportuno. Il coltello al ventre, nel sangue il tepore.

Dentro il tempio quella frase eretica.

La vita, eccola. Pretende da noi cose indecifrabili, e tutte intagliate nelle nostre incapacità, in modo che facciano più male. Questa è la mano che sfiora la spalla Marco. La senti, ora piano, se chiudi gli occhi e ti lasci soffrire senza replica. Senza appoggio. Ecco la caduta libera. Come scompare, morendo, la paura.

Ho sbagli dolenti come smeraldi. Ma mi so fermare adesso, patire immobile. È la cosa che so fare meglio. Sul sagrato, intuisco il centro di una geometria sterminata, irregolare. L’immane che si dispiega in movimento, che si nega. Eppure. In questo suo muoversi c’è qualcosa di così doloroso e perfetto, che d’improvviso – è un istante – s’arrotonda, si centra, respira come unica creatura. Con cura il mondo arma il proprio male, l’infinito dolore che spezza, la suprema forza, l’impatto.

Api sciamano tra gli affreschi, dentro la chiesa dove avvenne il massacro, quel mattino di maggio.

Tu sei lì, sulla riva. Governi l’urto, ti fai collisione. Questo tuo essere Sentinella senza pace, guardiano delle chiuse, del faro, mentre monta l’assedio, su un presidio di roccia che sgretola. Scogli neri, acuminati dove sostare, e gli schiaffi di Oceano. Azzurri.

Noi carne segnata, sottile, incisi gli anni, i passi a renderci più fondi gli occhi. Punte cave, nel sale, le ossa come valve aperte, siamo conchiglie sbiadite, adese a queste diverse scogliere. E gli angeli muti, sgomenti, a guardare. Perché siamo un rilevare insonne, scriviamo lettere d’acqua, siamo i testimoni di lunazioni mai compiute.

Scia di parole. Cosa tenera e viva.

Ogni crocevia una carezza, nella ferita sul fianco che ci fa profeti, in quest’abisso, dell’unico riparo possibile. Quello d’essere nudi, mortali, non necessari, inermi. Indispensabili, sai. Perché solo nel nostro essere perduti s’illumina la salvezza, germina nel pianto rotto. Eccolo, bianco, l’amore.

Alberto Giacometti

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