RINASCITE ALBALI. Ferramosca, Frisa

Rinascite albali e e interrogazioni sui margini dell’indicibile

Leggo questa recente raccolta di Lucetta Frisa e mi accorgo di stare inoltrandomi in uno spazio umano e insieme oltraneo, dove domina il perturbante della poesia nel suo più segreto darsi, fascinoso e inspiegabile. L’autrice continua, proseguendo nella sua pluridecennale opera di scrittura, a farsi strumento di quest’arte umana che pure deborda oltre le capacità del dicibile. Seguiamola dunque lungo le due sezioni di questo libro.

L’inizio del canto sembra provenire da una specie di pre-mondo, dove anche la parola è ancora in embrione e la sua notte sta incubando una prossima deflagrazione. Tutto avviene la prima volta, come l’apparire della prima alba, e ogni evento accade come un inizio, in stupore indicibile.

Cosa provò la prima volpe che posò una zampa sulla neve

la prima rondine che si levò in volo

l’occhio che si dischiuse piano

dopo il buio freddo del sigillo

e quel bambino che per la prima volta vide il mare?

Poi la parola, già consolidatasi in intento poetico, può dichiarare la propria distanza da tutto ciò che è rassegnato, incapace di far sussultare.

Io muoio per quello che non mi sorprende più

e inerte si ripete senza emozionarmi.

Si avvia così un lungo discorso in versi, lucido e pure in-cantato, sulla necessità assoluta della parola, sia quella anchilosata e disorientante dei vacui parlanti, sia quella dei sapienti o di quegli esseri diffusori spontanei di umanità e bellezza, graziati dalla sorte di saper dire fin dalla nascita.

Occorre allora fronteggiare il pericolo della trasmutazione della densa parola in altra senza consistenza o addirittura aliena. Così Frisa coglie e restituisce in poesia il nodo centrale del linguaggio, questo suo essere logos, simbolo della profondità di pensiero, pietra sacra da onorare lungo ogni tempo. E la domanda spiazzante, quella che viene dalle labbra dell’infanzia, può rivelare l’interrogazione definitiva che assilla ogni vivente: dove ha sede ciò che è indicibile? ciò che è destinato a mai rivelarsi? Perché sempre ci sfugge, come in una condanna a restare eternamente sospesi nella nebbia?

Il paradiso che cos’è? (…)

mi chiede quale lingua parlano lassù.

(o il tacere e la distanza

sanno dire l’indicibile?

O mai lo diranno per preservare intatti

il sogno e il senso

di questa inesauribile inquietudine?)

Ma ecco che la modernità di questa scrittura ci sbalza nella tragica realtà attuale della guerra. E Frisa indaga con straordinaria capacità profetica le ininterrotte atrocità perpetrate dall’uomo.

Non si sapeva

che al taglio seguiva il taglio

al congedo

il congedo

che tutto

è sangue

fiotto di sangue di vena aperta

immedicabile

Le fa eco il noto testo celaniano con la sua triste anafora Nero latte dell’alba, a invocare la definitiva ricomposizione di ogni contrasto. Ma, nonostante e ancora, l’autrice continua a indagare il prodigio della parola, quella che, con una magnifica espressione, tiene vivi i neonati e impedisce loro di ingrigire, e pure balbetta nelle chat e nei social delle reti digitali ma riesce integra a ricomporsi, se la poeta la percepisce come un’essenza che continuamente rinasce, simile ad una delle innumerevoli albe da nascere.

Ed ecco che la deflagrazione del senso da sempre inseguito avviene proprio con il testo che contiene il titolo della raccolta

Ho ancora tante albe

da nascere

interminabile luce

mi attende

tanti corpi

da sentire

appena scendo giù da questo letto

sarò una cosa verticale

come tutti gli umani alla mattina

che ricominciano a fingere

di esserci

Stare sdraiata è per me più naturale.

E si comprende come ogni poesia è per Lucetta Frisa una specie di anteprima, una porta socchiusa che improvvisamente si spalanca sulla incontrovertibile verità: siamo imprigionati nella notte che è la vita, fino alla luce di un’alba ininterrotta, un infinito risvegliarsi, una eterna rinascita. Questa infinita trasmutazione, straordinariamente descritta in poesia dal poeta olandese Cees Nooteboom in una folgorante strofa da Addio che Lucetta riporta in epigrafe (“avanzo cieco, pallido come / nel freddo. Deve accadere qui, / qui dico addio al mio sé / e lentamente divento / nessuno”) al primo testo, apre e illumina di significato la seconda sezione. In queste pagine – intensissime – la riflessione si sposta verso la relazione con la natura, ci si immerge in essa come in un luogo edenico indecifrabile, quale è il panorama dal balcone sul mare di Lucetta:

perché all’alba il sole

dice cose da segnare sul taccuino

Ringrazio il destino dei miei possedimenti:

questo balcone, il mare, il cielo e l’ape

oppure sono i boschi, i monti o la costa ligure andando verso il faro di Portofino, ma si percepisce che le poesie sono pretesti metafisici di interrogazioni ultime

Noi non si sapeva che si stava andando.

Il mare sì.

e domande, perfino sul significato, naturale o extra-naturale, della stessa scrittura, coltivando il dubbio se si stia ancora vivendo o si sia già nell’oltre, come essenze cosmiche avviate nell’eterna spirale ciclica. Sono domande che insistono sulla nostra eventuale metamorfosi, sulle origini degli astri, sul tempo-non tempo, ma non sono poste come ingenue curiosità bensì sottendono, anche con punte ironiche e sempre senza perdere il timone dello stile poetico, un cammino rivelatore di verità. Come quella, per noi scriventi oltremodo gratificante, che solo la scrittura offre senso all’esistere, ma soprattutto la verità spiazzante che la vita non è che una ossimorica e fatale, rassegnata disperazione.

Questo è un libro-canto alto, ebbro di mistero e denso di messaggi, che si fa strada nel tempo scongiurando la sua fine con il sogno di continuare a scrivere un poema infinito in quella dimensione misteriosa che ci attende al di là degli uomini.

Di questa speranza mai si smetterà di ringraziare l’autrice.

Lucetta Frisa
Annamaria Ferramosca

Lucetta Frisa, Ho tante albe da nascere, prefazione di Luigi Cannillo, puntoacapo, 2022.

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