A capriccio

di Marco Ercolani

A capriccio*

Pagine vere e verosimili da Linee (1971-77).

Gli stupidi creano l’arte con stupidi shock.

Se mi tolgo la testa e la poso sul tavolo, posso sconcertare, ma è solo l’inizio. L’arte nasce da qui ma qui non si ferma. Non è orgogliosa delle sue messinscene ma del loro dissolversi.

Non piangere è già molto. Ma esistono anche incontri disinteressati e puri.

E poi, noi vecchi sappiamo cosa sia un secolo. Niente. Sessant’anni passano come un lampo. Tre di questi lampi a ritroso e vedrei Mozart a Salisburgo. Dieci, e incontrerei Petrarca ad Avignone. Venti – appena venti di questi miseri lampi – e udrei il corno di Orlando a Roncisvalle.

Chi entra nella storia non entra nell’eternità. La storia è ferma a qualche secolo e noi, vecchi, ormai sappiamo cosa sia un secolo: niente.

La mia arte è un referto lieve, che gli uomini del futuro decifreranno come la stele di un’epoca bambina.

Il bello, come la morte, appartiene all’aldilà. Il sublime ritorna, stranito, alla terra. Nel sublime è drammaticamente presente, anche se sottintesa, l’alternativa del brutto e dell’oscuro. Nel bello di Raffaello e di Mozart l’alterativa scompare, e questo li rende tanto più misteriosi. In Mondrian diventa antitesi e uccide il pathos. Negli espressionisti è urlo conclamato, e l’opera d’arte, creatura delicata, si annulla.

Sono talmente carico d’anni, quasi centenario. Parlare della vita significherebbe parlare di venti vite e se dovessi scriverle tutte ci vorrebbe un fiume di pagine. E poi a che vale? Siamo tutti uguali al mondo. Tutti condannati a morte, e vedere un condannato che si dà delle arie nel braccio della morte mi procura solo un senso di pena. Ricordo la mia casa larga e spaziosa, costruita sopra il macello: mentre mia madre suonava le fughe di Bach, di sotto mio padre macellava le bestie. Io sono cresciuto fra i lamenti degli animali e gli accordi del pianoforte: non ho mai potuto essere né sublime né volgare. Dovevo pulire le urla di sotto e sporcare le melodie di sopra: un lavoro massacrante e dolcissimo.

La verità è sempre le mani della bambina che gioca e rigioca, sparge inchiostro sul mare, inventa pozzi bui e nuvole di temporale: io, come lei, spargo piume che simulano piume di uccelli; non c’è differenza fra il vento che agita i rami e la mia mano che toglie e posa, sul ferro e sul vetro, nastri di seta, fili di corda, sfere di cotone. Niente di solido a ricordarmi: non monumenti ma episodi di grazia, contrappunti musicali, variazioni. Come se Ulisse partisse per Itaca su una barca fragile e nera, le sirene disegnate nella lamina d’oro del mare.

Io non invecchio, non conosco la saggezza. Sogno, e basta.

I parassiti di Mondrian, solerti impiegati dell’astratto, chiacchierano di geometria. Io, invece, schiaccio spade di legno sul naso dei miei burattini: volo in insonnia beata, servo dell’aria, pronto a insultare chi mi soffoca, come un Ariel diabolicamente felice….

Ma il genio è pazienza.

Un gesto solo, ed entri nella storia. Ma ci entri solo se te ne freghi della storia, se inventi qualcosa e sei capace di distruggerla. Ma, se non inventi niente, puoi dipingere chilometri di quadri, riempire il globo terracqueo di miliardi di colori, fare del globo una tela enorme, ma non entri da nessuna parte. Come muori, si brucia tutto.

D’altronde, è ovvio, si brucia tutto comunque. Però è un bel sogno quello che sono giunto a sognare. Uscire dalla finestra volando, con delle linee in mente. Esserci senza esserci.

La terra è sempre lì ma il genio è impazienza. E le opere puri spiriti.

*Questo testo è apparso, in versione diversa, in Vite dettate (Liber editore, 1994).

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