A DUE. Ilaria Federici

L’Art brut nella collezione Giacosa Ferraiuolo

Mille occhi spiralici, allagati,
dimorano dove io non li aspetto.
Corpi brulicanti di occhi,
separati da un impeto e poi ricuciti,
fissano me e qualcosa oltre me.
Pungono e allora anch’io guardo
e sottopelle incontro la mia scissione,
il doppio, l’altro che è in me.
Sfioro l’estranea, la diffidente
E poi finalmente la madre,
specchio che è condanna
e insieme assoluzione.

Alla galleria romana “Sic 12 Artstudio” Gustavo Giacosa e Fausto Ferraiuolo, dal 26 settembre 2021, hanno allestito la mostra “A DUE, L’art brut nella collezione Giacosa Ferraiuolo”. L’esposizione è esclusivamente dedicata a opere di Art Brut, termine coniato da Jean Dubuffet nel 1945 e che possiamo tradurre in italiano come “arte grezza” o “arte spontanea”. Con questa definizione, Dubuffet voleva porre l’attenzione su una qualità viscerale del processo artistico, frutto di un impulso creativo autentico e libero da qualsiasi condizionamento estetico, culturale e accademico. Si tratta principalmente di artisti non scolarizzati, spesso eccentrici, le cui opere non si inseriscono consapevolmente nel circuito del mercato artistico. I curatori allestiscono uno spazio in cui il concetto del doppio fa da collante tematico e nell’esperirlo è semplice avvertire la necessità di interrogarsi sul significato che gli artisti in mostra attribuiscono all’atto del guardare. Somiglia a un guardarsi attraverso l’altro per fare la conoscenza di un gemello omozigote, oppure del più estremo antipodo, forse e in fondo, combinazione altra di noi stessi. Ed ecco che lo specchio può diventare il restitutore privilegiato di un doppio che si rovescia e a volte si deforma, oppure strumento di indagine e sonda esplorante di un interno che vuole manifestarsi e lo fa su qualsiasi materiale a disposizione. Guardare ed essere guardati e allo stesso tempo non volerlo fare o non esserne in grado.

Aloïse Corbaz

Gli occhi allagati delle figure di Aloïse Corbaz restituiscono la sensazione di annebbiamento che precede il pianto, una difficoltà di messa a fuoco che non sembra turbare i personaggi e l’atmosfera fiabesca che li
ospita. Lo sguardo non segue una traiettoria esterna. È forse rivolto a esplorare una profondità intima?

Friedrich Schröder-Sonnenstern

Friedrich Schröder-Sonnenstern disegna occhi stilizzati in luoghi dei corpi di Adamo ed Eva in cui non ci aspetteremmo di trovarli. In queste figure perturbanti, la rappresentazione del peccato è esplicita eppure
così enigmatica. Perché quegli occhi? Sono quelli di Dio, il cui sguardo provoca la più dirompente delle disapprovazioni, oppure è il corpo osservato che si fa a sua volta sguardo attivo?

Michel Nedjar

Michel Nedjar, invece, con un’operazione violenta strappa a metà la figura, allontanando un occhio dall’altro e poi, in un momento successivo, scongiura lo strabismo ricucendo il tutto con il filo rosso, colore
del sangue. La cucitura è evidente e materica, affatto sublimata, una separazione marcata e una ferita che non vuole cicatrizzare.
Aloïse Corbaz, Friedrich Schröder-Sonnenstern, Michel Nedjar sono solo alcuni degli artisti in mostra che hanno stimolato la mia curiosità.
Fino al 30 gennaio 2022 è possibile fare la loro conoscenza in questo straordinario spazio espositivo che può vantarsi di essere il primo in Italia a proporre un lavoro di ricerca interamente dedicato all’Art Brut e
all’esplorazione dei punti di contatto possibili con l’arte contemporanea.

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