E COME VIVERE IN QUESTO MODO DI OMBRE? Camus, Char

E come vivere in questo mondo di ombre?

Albert Camus, René Char

(traduzione di Rossella Maiore Tamponi)

Parigi, 26 ottobre 1951

Mio caro René,

suppongo che ormai abbiate ricevuto L’uomo in rivolta. L’uscita è stata un po’ ritardata da alcuni inconvenienti del tipografo. Naturalmente ho messo da parte per il vostro ritorno un’altra copia, che sarà quella buona. Molto prima che uscisse il libro, le pagine su Lautréamont, apparse sui “Cahiers du Sud”, hanno suscitato una reazione particolarmente infantile e sciocca di Breton, in cui c’era un’intenzione malevola. Non finirà mai di fare il collegiale. Ho risposto con un diverso tono, e soltanto perché le affermazioni gratuite di Breton rischiavano di far passare il libro per ciò che non è. Questo per tenervi al corrente delle vicende parigine, sempre così frivole e noiose come vedete. Io ne risento sempre di più, malauguratamente. Aver partorito questo libro mi ha svuotato, mi ha lasciato uno strano stato di depressione “aerea”. E una certa solitudine.

Ma non è a voi che posso insegnarlo. Ho pensato molto alla nostra ultima conversazione, a voi, al mio desiderio di vedervi. Ma in voi c’è di che sollevare il mondo. Semplicemente voi cercate, noi cerchiamo, un punto d’appoggio. Voi sapete almeno che non siete solo in questa ricerca. Ciò che forse non sapete bene è a qual punto voi rappresentiate un bisogno per coloro che vi vogliono bene e che, senza di voi, non sarebbero gran ché. Io parlo anzitutto per me, che non mi sono mai rassegnato a vedere la vita perdere il suo senso, e il suo sangue. A dire il vero il solo volto che io abbia mai conosciuto è il dolore, Parlo del dolore di vivere. Eppure non è vero, bisogna dire il dolore di non* vivere.

E come vivere in questo mondo di ombre? Senza di voi, senza le due o tre persone che rispetto e che amo, tutte le cose mancherebbero definitivamente di importanza. Forse non ve l’ho detto abbastanza, ma non è nel momento in cui vi sento un po’ smarrito che voglio mancare di dirvelo. Oggi ci sono così poche occasioni di vera amicizia che gli uomini a volte se ne vergognano. E poi ciascuno considera l’altro più forte di quanto non sia, mentre la nostra forza è altrove, nella fedeltà. Vale a dire che essa è anche nei nostri amici, e che in parte ci manca se ci vengono a mancare. E’ anche per questo, mio caro René, che voi non dovete dubitare di voi, né della vostra incomparabile opera: questo significherebbe dubitare anche di noi, e di tutto ciò che ci innalza.

Questo lutto senza fine, questo equilibrio spossante (e a qual punto io ne sento a volte lo sfinimento!) oggi ci unisce. La cosa peggiore dopo tutto sarebbe morire soli, e colmi di disprezzo. Tutto ciò che siete, o che fate, si trova al di là del disprezzo.

Tornate al più presto, in ogni caso. Vi invidio l’autunno di Lagnes, e la Sorgue, e la terra degli Atridi. L’inverno è imminente, e il cielo di Parigi ha già le sue fauci di cancro.

Fate provvista di sole, e dividetela con noi.

Con molto affetto,

A. C.

* Il corsivo è mio

**

L’Isle, 3 novembre 51

Mio caro Albert,

non avrei voluto tardare a rispondere alla vostra lettera, il cui cuore ha battuto in tutti questi giorni con il mio, ma i detestabili impegni di famiglia, e la successione** che mi tengono occupato in questo momento, aggiunti alla mancanza di salute un po’ troppo prolungata, mi rendevano indolente al momento di scrivervi, in una segreta contentezza del pensiero, le braccia incollate al corpo, e lo sguardo rivolto a voi.

Ho letto le strombazzate di Breton nel cortile della caserma dove è stato trascinato come disertore e mi sono detto che questi tempi da baraccone non metterebbero insieme il mondo e gli innocenti di una volta. Triste Breton! Ricordo di avervi confidato che non era uomo dal dialogo e dallo scambio leale. Lo vedete voi stesso. La vostra risposta era l’unica da dargli. Breton non ha capito né capirà mai che gli antenati che ha scelto avevano vissuto, loro sì, un’avventura solitaria e unica, quando noi, noi oggi viviamo, poeta, un’avventura che non è più avventura poiché noi rischiamo di provocare, a ogni parola, la creazione di un nuovo peccato originale.

La torre più alta, la più illuminata, in questa notte di cui voi siete la sentinella, caro Albert, la torre più alta del vostro Uomo in rivolta chiarisce in modo giusto questa preoccupazione, e senza dubbio ci mette in guardia. Sì, sono pochi gli scrittori che si sentono responsabili. E allora! Siamo d’accordo – e lo dico per non infierire – che sono infantili, o meglio dei collegiali, per riprendere la vostra espressione su Breton, che rappresenterebbe abbastanza bene un Ubu-Charlot arrogante presidente dei predestinati alla creazione politica e poetica del suo mezzo secolo, con la stessa competenza che Chaplin mostrava in Tempi Moderni quando lavorava alla catena di montaggio. Ma insisto per niente. Dissipo il mio inchiostro. Charlot era il contrario della figura di Breton.

Tornerò a Parigi nel corso di questo mese e la prospettiva di trovarvi lì mi è di grande conforto. Credo che la nostra amicizia fraterna – su ogni piano – vada ancora più lontano di quanto sentiamo, e immaginiamo. Sempre di più metteremmo in imbarazzo la futilità degli sfruttatori, dei fini dicitori di tutti i fronti della nostra epoca. Tanto meglio. Comincia la nostra nuova lotta e la nostra ragione di esistere. Nonostante tutto, ne sono persuaso, lo presagisco e lo sento. Affettuosamente stretto a voi.

René Char

**La madre di Char era morta di recente.

Non resurrezione

Abbiamo goduto

nella tua anima,

antico sonno della putrefazione.

Di luna in luna

di giorno in giorno

di morte in morte

aspettiamo.

L’Isle, novembre 1951)

I testi sono tratti da: Albert Camus, René Char, Correspondance 1946-1959, Gallimard, Paris, 2007.

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