L’io autoctono e l’io eterogeno

di Sàndor Ferenczi

Sandòr Ferenczi

15 marzo 1932

Da molto tempo la paziente era arrivata alla conclusione che gran parte dei suoi sintomi le venivano imposti, in una maniera o nell’altra, dall’esterno. Da quando è venuta a conoscenza della terminologia psicoanalitica, definisce tutte queste sensazioni tendenze, spostamenti e atti imposti, estranei al suo Io, contrari alle tendenze di questo Io e ad esso dannosi, quali azioni del “Super-io”. Si raffigura questo pezzo, innestato, estraneo all’io, in modo del tutto concreto. Le due persoone che più di ogni altra impongono alla sua personalità i frammenti doloroi del proprio Io, allo scopo di liberarsi in qualche modo dalle tendenze e dalle pene che esso provoca loro, sono prima di tutto la madre (che per una mancanza di controllo demenziale aveva l’abitudine di bastonare selvaggiamente I bambini, in maniera autorizzata) e, ultimamente, una sua conoscente che ha esercitato su di lei per un certo tempo una specie di influenza psicoanalitica, e anche metafisica; ma la paziente sperimenta pure effetti benefici e terapeutici, come quelli che in particolare mi attribuisce. Certamente, in presenza di questa sintomatologia, niente di più facile che diagnosticare una follia paranoide, una diagnosi che allo stato attuale delle conpscenze psichiatriche, comporterebbe l’incurabilità. Tuttavia, basandomi su analoghe indicazioni di Freud, secondo cui nessuna idea delirante è totalmente priva di un fondo di verità, mi decisi a indagare più a fondo la realtà, perlomeno quella psichica, e cioè a identificarmi per un certo tempo con il cosiddetto pazzo.

Il modello che seguo in questo processo è perlopiù quello del dottor Breuer, che non ha rinunciato a cercare e trovare la verità presente nelle dichiarazioni più insensate di un’isterica, dovendosi basare, per far ciò, sia teoricamente che tecnicamente sulle indicazioni e sulle proposte della paziente. All’ovvia obiezione che la psicoanalisi (e precisamentre anch’io) si occupa ampiamente della realtà psichica delle idee deliranti presentandole come proiezioni di contenuti psichici inconfessabili, risponderò semplicemente che continuo ad attenermi fermamente al carattere proiettivo di gran parte del materiale delirante, ma che non escludo che nelle proiezioni deliranti sia presente in misura maggiore di quanto finora non sia stato supposto.

Fin dal principio ero propenso a pensare che le allucinazioni dei pazzi, almeno in parte, non fossero invenzioni, bensì percezioni reali venute dall’ambiente e dalla psiche di altre persone, percezioi alle quali i pazzi accedono appunto a causa della loro ipersensibilità, psicologicamente motivata, laddove le persone normali che guardano soltanto alle cose che le riguardano più da vicino, non ne sono toccate. A questo punto vengono subito in mente le cosiddette facoltà occulte di certe persone così come la stretta parentela e il facile passaggio fra questi due stadi: paranoia e interpretazione psichica.

[…]

Sandòr Ferenczi e Sigmund Freud

La paziente S.I sente l’irresistibile influenza, contraria a ogni sua intenzione, esercitata dalla mente di quste due persone i cui pezzi, per così dire, abitano in lei. L’influenza materna, per esempio, ha la tendenza a invaderla. Se non fosse venuta in analisi si sarebbe del tutto trarsfornata – lo sente in modo assolutamente certo – in una persona come sua madre; già cominciava a divntare cattiva, dura, avara, contenta delle altrui disgrazie e incline a rendere infelici gli altri e se stessa, a portare suo marito sull’orlòo della disperazione, a tormentare la figlia e a comunicare disagio e paura in tutto il personnale domestico. Pezzi del trapianto materno conservano la loro vitalità, cioè la loro capacità di crescita, la cattiveria delle persone continua, per così dire, a vivere nella mente di coloro che sono stati maltrattati. (Si pensi alla sete di vendetta che sopravvive per generazioni).

La paziente sente anche che quando io, l’analista, riesco a estrarre pezzi della mente estranea trapiantatasi in lei, ciò giova a lei, ma danneggia la persona da cui provengono i frammenti di malvagità. Questa idea si basa sulla teoria secoino la quale il frammento eterogeneo inserito sarebbe collegato viortualmente, come attraverso un filo, con la persona del “donatore”. Così, se il frammento di malvagità non è accettato o viene espulso, esso ritorna alla persona del donatore, aumentandone la tensione e i sentimenti di dispiacere, e può anche arrivare a causarne l’annientamento mentale e fisico.

Tenuto conto della generosità che caratterizza le persone di questo tipo, la paziente non esita a generalizzare l’esperienza fatta su di sé. Tutte le pulsioni cattive, distruttrici, devono essere riportate nelle anime da cui sono uscite (dunque negli antenati, nei progenitori animali, anzi nell’inorganico). Questo è dunque un progetto di miglioramento del mondo di una grandiosità senza precedenti.

L’accompagnare la paziente su questo cammino apparentemente pericoloso ebbe un risultato terapeutico notevole. La stessa paziente dice – ma ciò mi è confermato da tutti – che il suo essere si sarebbe completamente trasformato: non tormenta più il marito, dimostra comprensione per le sue particolarità e lo mette perciò in condizione di sviluppare le buone qualità che possiede; il rapporto con la figlia, con gli amici e con le persone del suo ceto sociale è diventato fonte di soddisfazioni; tutti vengono a chiedere consiglio a questa persona che prima, al massimo, veniva commiserata. La cosa più sorprendente è il cambiamento del suo atteggiamento verso il denaro. È diventata prodiga e generosa, anche se in modo oculato. Se non altro, il successo terapeutico giustifica la temerarietà di avere preso sul serio le idee deliranti di una malata di mente.

Sandòr Ferenczi, Diario clinico. Gennaio-ottobre 1932, Cortina editore, Milano 2004.

Sándor Ferenczi (Miskolc7 luglio 1873 – Budapest22 maggio 1933), psicoanalista e psichiatra ungherese. Si trasferisce a Vienna all’inizio degli anni ’90 del XIX secolo per studiare medicina, si laurea nel 1894 e inizia a esercitare come psichiatra, mantenendo i suoi interessi per la poesia e l’ipnosi. Lavora con pazienti dai gravi disturbi fisici e psichici (in particolare prostitute, anziani e omosessuali). Dal 1899 collabora con la rivista medica Gyógyászat (“Terapia”), diretta dal medico progressista Miksa Schächter. Legge L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud poco dopo la pubblicazione (1900), ma non ne è entusiasta. Il 2 febbraio del 1908 fa visita a Freud, dando avvio a un sodalizio lungo e burrascoso. Nel 1913 fonda la Società Ungherese di Psicoanalisi, di cui resterà presidente per tutta la vita. Nel 1914 viene chiamato alle armi nella prima guerra mondiale e con l’amico Freud ha l’occasione di studiare le “nevrosi di guerra”. Nel 1918, a fine conflitto, dirige una cattedra di Psicoanalisi all’Università di Budapest. Fondamentale il suo contributo sul ruolo del pensiero magico nei processi del pensiero e la sua riflessione sul tema del trauma psicologico, destinata ad influire le generazioni successive. Il tema del cosiddetto “trauma attuale” aveva infatti rappresentato uno dei temi di maggiore difficoltà per la teoria psicoanalitica freudiana. Con Lo sviluppo della psicoanalisi, che Ferenczi scrive a quattro mani con Otto Rank, arrivano i primi conflitti con Freud: il libro viene accolto con imbarazzo dal fondatore dalla psicoanalisi e criticato da Karl Abraham ed Ernest Jones. La Società Internazionale di Psicoanalisi gli contesta la “tecnica attiva” che ha introdotto nel 1920 per consentire ai pazienti più difficili di superare i punti morti dell’analisi. Gli anni successivi saranno caratterizzati da un intenso lavoro di revisione e critica delle idee di Freud; negli ultimi anni Ferenczi svilupperà un approccio terapeutico fondato sullo sviluppo di nuovi paradigmi psicoanalitici, dove l'”attenzione fluttuante” del terapeuta è vista come mancanza di empatia e come dominio onnipotente. In questi anni riprende il tema dell’eziologia traumatica delle nevrosi che, a partire dall’abbandono della teoria freudiana della seduzione (1897), era stato accantonato dagli psicoanalisti dell’epoca. Nel 1932, a pochi mesi dalla morte, Ferenczi presenterà al Congresso di Wiesbaden dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale l’articolo La confusione delle lingue tra l’adulto e il bambino. Il linguaggio della tenerezza e della passione, che sancirà una drammatica rottura con Freud. Ferenczi otterrà di leggerlo ugualmente nel corso del Congresso; ma, subito dopo la lettura, farà immediato ritorno a Budapest. Sei mesi dopo, il 22 maggio 1933, lo psicoanalista ungherese muore per un’anemia perniciosa di cui soffriva da alcuni anni, senza rivedere più Freud. Del loro conflitto, contrassegnato da elaborazioni controverse e rischiose (l’analisi reciproca tra paziente e analista) furono fornite interpretazioni volte a sostenere l’ipotesi di una psicosi dalla quale Ferenczi sarebbe stato affetto. Tali insinuazioni, sostenute soprattutto da Ernest Jones, sono risultate infondate dopo la lettura dell’ultima parte del carteggio Freud-Ferenczi, inedito in italiano.

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