ORIENTI. Per Elio Grasso

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Di Orienti di Elio Grasso (puntoacapo edizioni, 2022) Anna Ruchat scrive: «In queste liriche verticali e orizzontali (che nulla concedono alla prosa), si ripete la dinamica astratto-concreto del poeta, ma questa volta in uno sballottamento di onde, in un mare in tempesta, e le parole non ci salvano, anzi ci dis-orientano…». Quindi parole estranee a un oriente preciso che presupponga una nascita. Orienti, infatti. Molteplicità di direzioni. «C’è modo di sapere, senza tagliare il tronco poetico e umano?». Forse non c’è modo, e questo libro lo testimonia. Ascoltiamo l’incipit di una poesia: «Difettano le cose / nelle grandissime distanze». L’inizio suggerisce un largo maestoso, che però delude, consegnandoci subito ad “estranee polverosità volanti sui crinali”. Ogni volta che il lettore affronta l’intransigente linguaggio poetico di Elio, è chiamato a una duplice sfida: seguire i suoni delle parole o affidarsi alle scie di senso che disseminano? In entrambi i casi si troverà perso perché l’oggetto poetico di Elio Grasso è uno specchio destinato a non riflettere una conoscenza interna o esterna: è talismano di parole nascosto sotto una lingua semplice e mai disarmata, estranea a prevedibili rifrazioni, occulta e limpida, meravigliosa nell’aprire mondi e misteriosa come una maschera che occulta il suo essere maschera. “La cenere sfaldandosi rimescola / antiche ombre che nemmeno scolpite / il tempo ha saputo lanciare / a questo riserbo decennale. / E le pietre dove sono capitate.” Questo ultimo verso ci lascia interdetti. Non è interrogativo, non è icastico: apre domande, senza proporre risposte: esiste, senza risolvere la vita. “Forse siamo, senza saperlo, i resti di un’Apocalisse”. E l’uomo, in questa Apocalisse? “Chi nasce dopo di noi sognerà l’oltremare / e forse le malattie spariranno, / mani straniere per antichissime rovine”. (M.E.)

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Dal sollievo di sollevarsi, in ogni

gesto tuo rinveniamo la venuta

al mondo, certe volte una ballata

o conseguente elegia dov’era la strada

immutata della guerra, e forse le sirene.

Radicale, e pure morbida, l’ombra

rimane ai piedi del folgorato monte

non più lontana della vetta riunita

al cielo uguale di tutti, d’improvviso

schierato e posto nell’alto folto.

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Difettano le cose

nelle grandissime distanze,

null’altro che estranee polverosità

volanti sui crinali e passi come graffi

sulla pelle mostrata che procede

da una parte sola scambiando

dimora per dimora.

Ringhiano persistenti ai confini,

un specie di lingua è nel mare

e vale con essa contare i respiri

alle belve.

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Avremo un tempo i cui i boschi saranno irriconoscibili. E, sotto ai muri, ugual sorte. Sulle lingue di terra molti avversari, deboli nelle loro credenze. Fortezza, alle nostre età, non ci fece straparlare, trepidi nell’anima e in nome ci siamo aggiunti all’epoca. Per vedere, spazio da vedere, ancora.

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Secolo aggiunto

Forse siamo, senza saperlo, i resti di un’Apocalisse.

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Elio Grasso

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