PERSONALE UTOPIA

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani e Lucetta Frisa, Détour, Opuscola Sileno, 1985.

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Secondo Maurice Blanchot «Quando la follia si fu completamente impadronita della mente di Hölderlin, anche la sua poesia si capovolse. Tutta la durezza, la concentrazione, la tensione quasi insostenibile degli ultimi anni, diventa riposo, calma, forza placata. Perché? Non lo sappiamo». E se Hölderlin avesse finto, almeno in parte, la sua pazzia? La poesia è anamorfosi del mondo, suo specchio rovesciato: attraverso le vie segrete del linguaggio difende la necessità dell’uomo di creare sogni paralleli al mondo ma reali. Conoscere un folle che salvi la sua follia dalle regole del delirio e la trasformi in vivente poesia è la mia personale utopia di psichiatra e di scrittore.

Il racconto di Büchner, Lenz si conclude con queste parole: «Così trascinò la sua vita…». Siegfried Lenz, scortato via dalla casa di Oberlin, il poeta che si sente disperato al calare del buio e cerca nel dolore fisico la certezza di essere vivo, è il poeta descritto da Celan: colui che guarda il cielo con la testa rovesciata. Il cielo, è per lui, la voragine azzurra in cui precipiterà. Lenz è il simbolo del poeta folle, veggente: dell’occhio condannato a non chiudersi mai sulla visione che lo attraversa. Quando Heinrich von Kleist ci parla della pittura di Caspar David Friedrich, la paragona a un occhio senza ciglia che fissa la luce. Forse è questo uno dei simboli più potenti della follia. Per essere anche normali, bisogna saper chiudere gli occhi. È l’istante di assenza del vedere, la momentanea cecità provocata dal battito di ciglia, la costruzione della salute. Quel movimento intermittente – quel ritmo – è il fisiologico atto di rivolta contro il vedere ininterrotto della psicosi, contro la luce continua che rischia di offendere per sempre la capacità di vedere della rétina. La fluida barriera delle ciglia opera, rispetto alla percezione visiva, la stessa selezione della poesia nei confronti di una materia sonora fluttuante. La poesia è l’esercizio taoista della parola che scava se stessa come una termite il legno. Il legno, alla fine, appare intatto – ma in realtà è vuoto. Ogni arte spezza l’incantesimo perfetto del cerchio per esprimere la sua imperfetta magia: è ciclone dentro una stanza, ma la stanza non preesiste al ciclone. È come vedere i leoni di Nimurad e non vedere i leoni di Nimurad. A chi vede i leoni manca la magia della loro assenza. A chi non vede i leoni manca l’energia della loro presenza.

Giovanni Castiglia

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