IL TONO DELLA SCULTURA. Per Arturo Martini

(Uno scritto apocrifo, 1948)

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(…)

Chi sente trema, e non farà mai centro. Bisogna sentire dopo. L’arte non sopporta teorie, generi, stili. È un discorso misterioso: è l’eterna facoltà di nascere e rinascere. L’opera ha un solo traguardo: essere anonima. Più è anonima, maggiore è l’artista che ha operato escludendosi. La personalità è un tic nervoso, che passa con il tempo. Gli artisti veri si esprimono solo per sequenze.

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È come dici tu. Per il furore di apparire molte sculture sono gonfie, deturpate.. Non guardare mai in giro. Guarda nel vuoto. Ogni movimento umano tende a ricomporsi non nel gesto esterna ma nel vuoto che lo genera. La mia scultura non è un seme. La stupida astrazione dei geni improvvisati a me non interessa. L’artista è come la pianta. Non lascia il suo terreno. Per la scultura l’ombra resta un caso, come l’eco nel suono.

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Certo, un masso non può essere tutto scolpito. È come un vaso non totalmente pieno, un otre pieno d’acqua dove l’acqua può ancora muoversi e girare. Se lo colmi diventa rigido, morto. Se è semicolmo, vive. D’altronde, chi riempie tutto l’otre è superbo e stupido. È vittima del principio e della fine di se stesso. Si sazia bene guastando la sua scultura. Anche a Michelangelo la presenza di certi sassi enormi da scolpire incuteva rispetto e paura, gli impediva di essere totalmente Michelangelo. Per fortuna! I grandi scultori non devono mai esprimersi completamente. Chi lo fa uccide la sua opera per sempre.

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Il senso della mia scultura? Il senso della Convalescente? Quello che volevo era rendere l’abbandono della figura, tra febbre e sonno. La terracotta, nei miei intenti, doveva sparire, come se non ci fosse. La figura restare indefinita, su quella sedia a dondolo appena ferma, con il libro senza parole che le si abbandona tra le dita. Morbidezza. Senso di sopore della materia che appare sul punto di svanire, come l’aria appena respirata. A essere ciechi, farebbe forse differenza? Il tatto ha quella veggenza che può guidarmi nei mondi più favolosi e più primordiali. Uno dei miei sogni è modellare una donna nel buio, così come mi viene tra le dita. E poi, a sole alto, scolpirla, sì, ma rimodellarla appena, seguendo le regole umane della geometria e degli spazi. Che le resti addosso il gusto del sonno, il sapore del buio. Quel segreto che nessuno scalpello saprebbe mostrare. L’arte è sempre cieca. Cosa credi, che io metta perfettamente a fuoco tutte le figure? Non capisci che devo socchiudere gli occhi se voglio tentare di trovarne il segreto?

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Non sono uno specialista di nulla. Mi metto fra vuoti e pieni. Dicono sia un tipo collerico. È vero, ma che posso farci se queste sculture esornative, queste tappezzerie di ferro appese nell’aria come lapidi, mi disgustano? La sensazione bella e vera è che che le sculture respirino. Lavorare nel buio, tenere tutte le forme sotto dei teli bianchi. Poi, dopo sei o sette anni, scoprirle e scolpire. Vorrei rappresentare un esercito di guerrieri disfatti dalle spade, dal tempo, dalla sabbia. Penso già alle armature traforate, alle ossa quasi dissolte. Che bel lavoro, per lo scultore. Trovare tanti vuoti e ognuno popolarlo di un dolore diverso.

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Sì sono disgustato delle figure che gli scultori frappongono tra sé e il reale. Hai mai visto una collina scolpita dalla luce, perfettamente vuota? Bisogna scolpire per volere l’incarnato di un volto o il mistero di un blu che non potrebbe avere nessun volume ma solo un tono pittorico…

Qual è il tono della scultura? Fare musica anche con le figure, disponendole come occorre. Monotoni arazzieri, i miei colleghi. Trattano l’aria come se fosse fatta di pezzi da modellare. Ah Medardo!

Ieri parlavo proprio con Medardo Rosso. Gli dicevo che le sue opere non valevano altro che per le sue ossessioni. Voleva rendere la figura umana mobile e dissolta come se fosse una pittura. Un esempio di follia, per la materia che usa, ma applicata con metodo. Alla fine le sue figure, pur avendo qualcosa di Rodin, se ne distanziano per mancanza di monumentalità.

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Tutte le sculture, eccetto pochissime, sono offensive come fusti di cannoni o pezzi di artiglieria pesante. Ah se Michelangelo avesse insegnato ai posteri a far restare per sempre prigionieri i suoi Prigioni!

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Non illuderti, volendo tentare di essere artista, di possedere la materia che usi: è lei che ti prende la mano, che ti consente di toccarla. Come Leda, quando seduce il cigno, e il cigno, quando seduce Leda. Entri e sprofondi. Non c’è scampo. Lo senti il ritmo? Entri e sprofondi. Si dice scolpisci. Si pronuncia accarezza. E quando la mano è dentro la materia si concilia con lei, si oppone o sparisce, come sempre. Non c’è dio e non c’è mito: solo incontri favolosi e crudeli. Niente è legittimo, quando lo scolpisci nella pietra: sai che resterà, e già questo è uno scandalo, perché niente dovrebbe restare, ma tutto passare, fluttuare, sparire. Però, se scolpisci, la tua memoria ferma delle immagini che la mano potrà toccare: il tumulto è la forma che vedi oggi e che rivedi domani. Strano destino. A meno che tu non voglia infrangerlo. Guarda Leda e il cigno, ad esempio. Non sei spettatore di forme già date. L’atto è lì, presente. Senti che Leda si fa afferrare: è come se non ci fosse aria, attorno a te, ma fuoco che fonde, modella, svela, rende le forme tangibili. Qualcosa si compie sempre perché non ha mai smesso di compiersi. Tu sei lì, a osservare, a essere dentro quello che osservi. Lo scultore non può mettere fine a quello che ha già creato, a quello che vedi tu adesso. L’opera esiste proprio ora, nel tuo occhio. No, ancora meglio: nella tua mano che non smette di sentire il cigno pulsare

(1948)

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