UN PITTORE MALEDETTO. Leonardo Sinisgalli

*Il testo è tratto da: Leonardo Sinisgalli, I martedì colorati. Un poeta alle mostre, Graphos, Genova 2002. Il volume raccoglie le recensioni sinisgalliane apparse sul settimanale “Tempo illustrato” nel 1967.

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Passata quasi inavvertita la comparsa di Bacon alla Biennale del ‘54, fu la piccola mostra personale alla Galatea di Toino a imporre la presenza anche da noi. Sempre a Torino, nel ‘62, la Galleria Civica d’Arte Moderna presentò un’esposizione grandiosa di una novantina di opere, date in prestito dalla Tate Gallery. Ora la Galleria Marlborough di Londra, che ha l’esclusiva di tutta la produzione ha mandato alla sede di via Gregoriana, a Roma, diciassette opere recentissime, quasi tutte già vendute.

Bacon fa l’effetto di un avvoltoio piombato in un recinto di polli standardizzati. La sua fortuna è controversa. Si pensi che già nel ‘60, in un lussuoso panorama delle Tendances contemporaines, un critico come Nello Ponente, un editore come Skira, responsabili della scelta, hanno fatto finta di ignorarlo. E non si può dire che l’orizzonte criitico si sia schiarito: deve fare uno strano effetto ai filosofi dell’arte programmata o dell’arte popolare, quest’opera che viene a rinforzare i tremanti pilastri dell’arte autonoma. Il pubblico invece, un po’ stufo di ideologie e di tecnologia, accorre allo spettacolo offerto dal pittore maledetto; scambia gli insulti per carezze, ma si compiace di scoprire parentele con la Morgue e col Museo, col manicomio e con Michelangelo. L’artista sa di stare dentro la regola più di quanto si scopre a prima vista.

Bacon dileggia la “maniera”, il trompe-l’oeil, il pompierismo. Da autodidatta quale si dichiara, è succube della grande arte, del mestiere sublime: ha scelto Velàzquez e Van Gogh come tutori. Teme la seduzione della pittura fauve, la teme come una lebbra e come una voluttà. Eppure la sua pennellata non dimentica Soutine anche se arriva a fare dell’escremento, del muco, una gemma. Egli è stato dai suoi amici astutamente immunizzato da ogni contagio decadentistico, ma i riferimenti a Munch e alla secessione, certe strane predilezioni, non lo scagionano da un gusto di esasperato narcisismo. Una mente chiara può trovare sconcertante la pittura di Bacon, una mente tranquilla può trovare forzato questo match col modello. Bisogna avere la forza di quel guerriero celta, nominato da Leiris, per rimanere incolumi nella triplice vasca delle sue autoclavi. Dobbiamo accettare senza irritazioni anche il rifiuto delle persone immacolate. Bacon che ammira Blake non ha voluto scrivere i Canti dell’innocenza. Piuttosto ha voluto sottoscrivere le riserve che più di cento anni fa Baudelaire maturava sulle speranze dell’uomo. Anche Scipione soffrì nella sua anima le torture di un dio carnefice. Bacon si sbarazza di ogni servitù teologica, si preclude ogni possibilità di riscatto. L’uomo è un intruglio di colori vivido e raccapricciante.

Quanta similitudine tra l’ansia barocca di Scipione e il masochismo di Bacon, tra gli orpelli di Scipione e il décor di Bacon, tra “gli uomini che si voltano” e gli uomini che si torcono, tra Innocenzo e il cardinale Vannutelli, tra guerra e apocalissi, civette e gufi, croci e svastiche! Nessuno dei critici di Bacon ha ricordato Boccioni e il dinamismo plastico e la polemica con Apollinaire e i cubisti.

Mi pare che nelle ultime opere – questi grandi e piccoli trittici esposti alla Marlborough – le ragioni plastiche sembrano più urgenti delle ragioni pittoriche; anche se le tavole di anatomia sono sostituite da album di fotografie, se agli esperimenti di Marey sul movimento animale si sovrappongono i documenti di Muybridge sull’atteggiamento delle scimmie e dei bambini poliomielitici.

Bacon ci dà un inventario di supplizi e di sevizie favolosi. Esseri che sembrano adibiti solo a lavacri, massaggi, clisteri. Esseri avvelenati dal fumo e dalle pasticche, senza sonno, senza appetiti, eternamente sbadiglianti, che si sottopongono a costose cure di disintossicazione. Bacon restituisce al corpo il ruolo primario come avevano fatto i manieristi. Anima e corpo sono ugualmente nobili o ugualmente indegni. Le esperienze asiatiche di Michaux – da Bacon tanto vantate – potrebbero averlo colpito: incinerazione, mummificazione, yoga, abluzioni, relax, fachirismo, narcosi. Tra morti e vivi, tra morte e vita, sembra cancellato il confine.

Strano Musée de l’homme, questo di Bacon, dove in cima non c’è il cranio di Cartesio ma quello di Eichmann!

Vale la pena di ricordare per spiegarci meglio l’indole e l’opera di Bacon quella parabola citata da Sergio Solmi ed entrata nel quarto libro della Repubblica di Platone. Solmi chiudeva così un suo saggio scritto nel lontano 1931, per l’uscita del famoso libro di Praz La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica (la citazione è molto bella e istruttiva e pare scritta su misura per tutti i voraci ammiratori di Bacon): «Leonzio, figlio di Aglaione, ritornando un giorno dal Pireo lungo la muraglia settentrionale. vide da lungi dei cadaveri stesi sui luoghi dei supplizi; e sentì un violento desiderio di approssimarsi per guardarli, con terrore misto ad avversione per simili cose. Sulle prime resistette coprendosi il viso; infine, cedendo alla violenza del suo desiderio, corse verso i cadaveri, aprì gli occhi più che poté e gridò: “ebbene, veniteci tutti, brutti diavoli, e pascetevi a vostro piacere di un così bello spettacolo!”».

Bisogna muoversi premuniti incontro a Bacon. Conosce bene le vie della seduzione. I suoi mostri sono ambigui, non sono, ad esempio, così espliciti come i mostri di Ernst e dei surrealisti. I ritratti di Bacon sono ritratti classici. La pasta è splendida, i colpi di pennello infallibili. Ancora ieri Bacon faceva l’elogio dell’Autoritratto di Rembrandt visto ad Aix-en-Provence “che. per così dire. non ha orbite intorno agli occhi” e dichiarava che “nell’opera di Cézanne i paesaggi sono generalmente superiori alle figure” e citava Oscar Wilde: “ciascuno di noi uccide chi l’ama”. Il margine di arbitrio che il pittore si concede è molto più stretto di quanto non si creda. Difatti Bacon preferisce lavorare sui documenti piuttosto che sui modelli (atlanti, film, pezzi di giornale, fotografie). La sua vittima è l’uomo sbagliato, un misto di idolo e di carogna.

Qualcuno ha chiesto a Bacon ragione del suo parossismo espressivo, se non si trattasse per caso di un dérèglement de tous les sens, alcol, droga, fatica: «Io non riesco a fare niente quando ho bevuto. Si, una Crocefissione…». Tutto sommato hanno la stessa possibilità di vita Apollo oppure i Mostri: basta non quietarsi, non dormire.

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