LA VEGLIA. Per Nanni Valentini

Appunti per un’opera cotta nella terra, scritti dallo scultore Nanni Valentini, nella settimana precedente alla morte (1985), sopraggiunta in seguito a una operazione di routine (M.E.).

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Dov’è la magia? Nel fatto che non usi il fuoco ma ti affidi ad esso. Nella fornace non puoi mettere le mani, non puoi agire. Ti tocca aspettare ciò che la materia ti dirà: parole che non hanno niente a che fare con i suoni della tua lingua. Ecco cosa vorrei: vegliare le pulsazioni del sangue. Nutrire il figlio, scaldarlo dentro di me, preparare la sua nascita, svilupparne le forme. E poi, nel momento decisivo, restare sospeso, incantato, deluso dalla nascita effettiva dell’opera. E allora, per non morire svuotato dalla sua brutale presenza, riprendere ad aspettare. Immaginare un secondo, un terzo figlio. Concepirlo, vegliarlo, nutrirlo ancora… Io non cerco le immagini che la terra mi offre ma i segni che possono distaccarmi dal suo grembo. Dopo essere stata impastata e riposta in un luogo umido, la terra è ripresa e impastata di nuovo finché non è pronta per forgiare vasi che contengano olio e frumento. Gli stessi vasi catturano il vento e svelano le risonanze della voce. La terra chiama l’uomo a scegliere forme convesse e utili, ma la forma nascosta è l’eco del vento che vi turbina. Ogni luogo ha un’anima che viene scoperta solo dopo il suo sacrilegio.

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Io vado spesso nei campi a raccogliere zolle, Gli impasti che faccio e le argille che uso partecipano dell’antica profanazione: rubare la terra alla terra in cui è collocata e cuocerla in un luogo diverso da quello. Sento d’essere parte della terra, allo stesso modo che i miei lineamenti sono parte di me: la mia immaginazione non è in conflitto con la realtà in quanto la realtà mi appare una forma slegata e dispersa dell’immaginazione. La sostanza delle cose è il principio del movimento. E cos’è questo movimento se non il ritmo del respiro, il vuoto al centro dell’opera, il vuoto al quale mi avvicino allentandomi al centro di me? Ma non posso toccare nessun centro. Morrebbe il movimento. Tutto sarebbe punto. Niente spiegherebbe e dispiegherebbe come le anse del vaso, contenitori di semi e di terra, di venti e di fiati, come le anse del fiume, dove le correnti portano il limo e il limo regola le correnti. Io sono lì, nel movimento di una terra che si piega verso il respiro, che da convessa diventa concava, precipitando in un nulla che a volte assomiglia al terrore dell’animale minacciato dal fuoco. Non so chi lo abbia detto. Ma nei miei crateri, nei vasi che riduco a fontane, buchi, strati, c’è questo grido intorno al quale giro con calma e che non posso mai gridare perché sono intento a tracciare dei segni, a raccontare delle storie. Io sono colui che lavora, propone, propone e affida al fuoco il suo progetto. Il fuoco, poi, sceglierà. Il fuoco, non io. Il vuoto, non io.

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Una proposta di terra, di terra cruda, da consegnare solo al fuoco. A quella colonna di fumo con in cima la pietra cava, colma d’acqua, screziata di nubi – specchio di quali dèi? Quelli che scendono o quelli che salgono dal fuoco? Il movimento è la continua crescita dei propri limiti, è il respiro del dentro e del fuori, del basso e dell’alto.

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Ho sognato un vaso, un grande vaso di terracotta, tornito nell’ansa e nelle curve. All’improvviso, un animale esce dall’acqua. E’ un polipo. Comincia a incollare i suoi tentacoli al vaso. Prima uno, poi due, poi tutti gli altri. Alla fine il vaso, schiacciato, si frantuma. E il polipo rimane attaccato alla superficie di quello che non è più un vaso ma terra senza profondità, terra da appendere a un ramo, scorza senza senso. Dalla finestra della stanza esce un soffio d’aria. All’esterno del vaso i segni prodotti dalla mano ma all’interno del vaso, nell’invisibile interno, la storia dell’eroe. A contatto con pneuma e respiro, l’eroe non si erge vittorioso ma scende agli inferi.

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Mi piace, spesso, lasciare nella terra dei segni. Non tanto quelli delle mani e dei piedi, che conosco, ma segni che possono evocare marce di uomini colossali, di animali straordinari o di piccolissimi organismi: tutta una mappa di segni, tracciati sulla polvere e messi lì, nella stanza, come resti di tempi mitici, estranei al nostro secolo. Ma la stanza è preda delle correnti. La finestra può spalancarsi. E allora, della mia opera, consegnata per un tempo effimero allo sguardo, cosa resterà, nel moneti in cui soffia il vento? Solo la mia capacità di guardare senza rimpianto l’aria che muta i segni. Non altrettanto accade alle parole. Le parole nascondono il mistero delle tracce lasciate sul pianeta da qualche enigmatica presenza. Si apre la bocca e già si tradisce. Si scrive e tutto diventa più lento, corrotto dal pensiero della fora. Questo non accade, quando si lavora la terra o l’aria.

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C’è una bellissima parola che individua il senso degli oggetti: l’oggetto è una cosa che puoi consegnare. Con-segno: se non ha il tuo segno non puoi fare nulla. Qualcosa di simile accadeva anche 500 anni A.C., quando gli Indios di Nazca, in Perù, tracciarono per migliaia di chilometri linee ondulate e linee spezzate, che non marcavano nessun territorio e non definivano nessuna regione, ma che sarebbero state visibili, per la loro colossale estensione, anche dalla luna, Lunghi solchi. Lunghi enigmi.

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Talvolta, sulle terrecotte, ho voluto segnare dei solchi, come se li avesse prodotti lo scorrere della lava dalle pendici del vulcano. Ho chiamato questi pezzi Crateri e chi li guarda ha spesso detto che sembrano dei veri crateri. Non un complimento, per me: non volevo fare nulla che assomigliasse alla natura, che la ripetesse fedelmente, ma solo un gesto umano, imperfetto, forse malriuscito, di evocarla. Come sempre, la perfezione mi disturba. Le macchie, le ombre, mi svelano più universi di quanti me ne mostri la precisione. Forse è strano ma uno degli artisti che ha contato di più nella mia formazione è Giacometti. Perché Giacometti? Perché non sapeva, non poteva dipingere una testa umana, il suo atteggiamento davanti all’oggetto è simile al mio: una metamorfosi incessante della prospettiva. Visto da lontano o da vicino, un oggetto è completamente diverso. Così il mio cratere, se lo osservi da grandi distanze, è un frammento opaco di terra, una cosa mediocre, insufficiente; ma, se lo fissi da vicino, richiama, nonostante la sua inadeguatezza, la vertigine di Empedocle. Fra queste prospettive è contenuta tutta l’arte. Lo sguardo si avvicina o si allontana. La mano dell’artista raffigura questa lontananza o questa vicinanza. Nella leggenda di Gige e Candaule, come la narra Erodono, si parla della nudità violata come della profanazione di un segreto. Io soffro lo stesso senso di profanazione quando devo concludere un’immagine. Nella violenza dell’unico punto di vista intravedo qualcosa a cui mi oppongo vagando in un oceano di racconti, in un mare di segni. Mi aggiro attorno alla terra per cantarne, non per scoprirne, tutti i segreti. Alla terra, sfiorata dal soffio di Mercurio, a quella che imprigiona l’ombra delle farfalle, io dedico voti, subito inghiottiti dai movimenti della sabbia, dai sussulti dei fondali. La natura ama nascondersi.

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Le zolle, i portali, i mattoni, in oca si distinguono se non un modo diverso di forgiarsi della terra che li compone? E’ sempre una questione di velocità o di lentezza del fuoco. Se disegno una scala, se creo una porta, se formo un tempio, ciò che conta è l’apertura: ogni oggetto, spalancato, deve mostrare l’impulso che l’ha fatto scaturire dal vuoto. Il ruggito del leone, l’ululato del lupo, il fischio della serpe, il bramito del toro, il tubare della tortora, il canto del gufo notturno, il pianto delle anime infernali – mi usciranno dall’anima come un unico suono. La pena da cui sono pervaso chiede, per essere detta, modi straordinari.

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Io sto invecchiando. Vorrei, una volta vecchio, non affaticarmi più. Essere saggio e muto, all’interno di una casa di terra, con muri e porte di terra. Gli amici dovrebbero venire tutti i giorni a visitarmi: bussare alla porta, toccare i muri, tastare ovunque. Mutare, arrivando, la forma della mia casa. Ognuno contribuisce alla mia opera. E io, di notte, sognarla, rimodellarla, rifarla. La mia casa è sempre una capanna instabile, aperta dal vento, frequentata dai viaggiatori, ma è anche focolare, colonna, albero maestro, vaso, telaio. Il focolare riscalda gli abitanti, la colonna regge il soffitto, l’albero maestro da’ equilibrio alla nave, il vaso è forgiato dalla fiamma, il fuso del telaio tesse la lana. Il cosmo esiste. Radice e cielo si toccano, Gli amici vengono nella mia casa e formano la mia casa. Sono solo ma mai completamente solo. Dentro la terra. Fuori dalla terra. Creando insieme. Per sempre.

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*Il testo (con il titolo Marco Ercolani, La veglia) è stato pubblicato in. RIGA 3. Nanni Valentini, Haestia editore, 1991.

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