LA LINEA DI SANGUE DEI FIORI. Forugh Farrokhzad

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PRIGIONIERA

Ti desidero, ma so che mai

Ti terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.

Tu sei quel cielo limpido e luminoso,

Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

Da dietro le sbarre fredde e buie,

Lo sguardo triste, stupito, volto a te,

Penso che una mano verrà

E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

Penso che, in un momento di disattenzione,

Da questa muta prigione prenderò il volo,

Aggirerò lo sguardo del mio carceriere

E ricomincerò la vita accanto a te.

Penso, ma so che mai

Avrò la forza di lasciare questa gabbia;

Seppure il mio carceriere non si opponesse,

Non vi sarebbe più animo di partire.

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,

Gli occhi di un bambino mi sorridono;

Quando intono una canzone gaia,

Le sue labbra per un bacio cercano me.

O cielo, se, un giorno, volessi

Da questa muta gabbia prendere il volo,

Che direi agli occhi in lacrime del bambino?

Perdonami, io sono un uccello in cattività.

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,

Illumina una rovina;

Se decidessi di spegnerla,

Distruggerei un nido.

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SOLO LA VOCE RESTA

Perché fermarmi, perché?

Gli uccelli sono partiti in cerca di una direzione azzurra.

L’orizzonte è verticale,

L’orizzonte è verticale e il movimento: zampillante

E al limite del visibile

Ruotano, luminosi, i pianeti.

Alle altitudini, la terra rinnova il suo ciclo,

I pozzi d’aria

Si trasformano in tunnel di collegamento

Ed il giorno è una distesa

Che le limitate idee del verme del giornale non racchiudono.

Perché fermarmi?

La rotta passa attraverso i capillari della vita.

La fertile atmosfera del grembo lunare

Eliminerà le cellule contaminate

E, all’alba, nello spazio chimico,

Solo la voce,

La voce sarà assorbita dalle particelle del tempo.

Perché fermarmi?

Che può essere la palude?

Che può essere, se non il luogo della deposizione delle uova dei putridi insetti?

I cadaveri enfiati scrivono i pensieri dell’obitorio.

L’imbelle, nell’ombra,

Ha celato la sua mancanza di virilità.

E lo scarafaggio, oh,

Quando parla lo scarafaggio!

Perché fermarmi?

L’opera delle lettere di piombo è vana,

Non salverà l’umile pensiero.

Io sono della stirpe degli alberi,

Respirare aria stagnante mi deprime.

Un uccello, che è perito, mi consigliò di rammentare il volo.

La meta di tutte le forze è di ricongiungersi, ricongiungersi

Alla chiara essenza del sole

E riversarsi nello spirito della luce.

È naturale

Che i mulini a vento marciscano.

Perché fermarmi?

Le verdi spighe di grano,

Io le porto al seno

E le allatto.

La voce, la voce, solo la voce.

La voce dell’insito desiderio dell’acqua di scorrere,

La voce della cascata di luce stellare sulla parete della femminilità della terra,

La voce della coagulazione del seme del pensiero

E l’effusione della memoria comune dell’amore.

La voce, la voce, la voce, solo la voce resta.

Nel paese degli gnomi

I criteri di valutazione

Hanno sempre gravitato nell’orbita dello zero.

Perché fermarmi?

Io obbedisco ai quattro elementi,

Il compito di redigere lo statuto del mio cuore

Non è compito del locale governo di ciechi.

Che cosa ho a che fare io con il prolungato mugolio bestiale

Nell’organo sessuale dell’animale?

Che cosa ho a che fare io con l’umile movimento del verme nel vuoto della carne?

La linea di sangue dei fiori mi ha forzato a vivere.

Conoscete la linea di sangue dei fiori?

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IL MIO AMATO

Il mio Amato,

Con quel corpo nudo e impudente,

Sulle sue gambi possenti,

Se ne stava eretto come la morte.

Impazienti linee diagonali

Risalivano

Il suo corpo ribelle,

Nel suo solido disegno.

Il mio Amato

Si direbbe discendere da generazioni dimenticate.

Si direbbe che un Tartaro,

Nel fondo dei suoi occhi,

Sia sempre in agguato di un cavaliere.

Si direbbe che un Barbaro,

Nel lampo dei suoi denti,

Sia acceso dal sangue caldo della preda.

Il mio Amato,

Come la natura,

Ha un significato ineluttabile e chiaro.

Con la mia sconfitta

Afferma

La primitiva legge della forza.

È selvaggiamente libero,

Come un sano istinto,

Nel folto di un’isola disabitata.

Rimuove,

Con i brandelli della tenda di Majnun,

Dalle sue scarpe la polvere della strada.

Il mio Amato,

Come un dio in un tempio del Nepal,

Si direbbe sia stato,

Dall’inizio della sua esistenza,

Straniero.

È un uomo dei secoli passati,

Una traccia dell’autenticità della bellezza.

Nel suo spazio,

Come il profumo dell’infanzia,

Sempre ricordi innocenti

Desta.

È come un’allegra canzone popolare

Grossolana e schietta.

Ama sinceramente

Gli atomi della vita,

Gli atomi della terra,

I dolori dell’Umanità

I dolori puri.

Ama sinceramente

Un viottolo di campagna,

Un albero,

Una coppa di gelato,

Una corda da bucato.

Il mio Amato

È un uomo semplice,

Un uomo semplice che,

Nel sinistro paese delle meraviglie,

Come l’ultima traccia di una portentosa fede,

Ho celato

Nel folto dei miei seni.

(Traduzione dal persiano di Daniela Zini)

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Forugh Farrokhzad è poetessa, attrice, produttrice e cineasta iraniana. Nasce a Teheran il 5 gennaio del 1934. Segue gli studi di disegnatrice di moda e si dedica alla pittura. Sposata a diciassette anni, si trasferisce col marito ad Ahvaz, nel sud dell’Iran. Nel 1952 pubblicò la prima raccolta di poesie Assir (Prigioniera). Dopo la nascita di Kamiàr, il bimbo sempre presente nelle sue poesie, divorzia e torna a Teheran, ma non le verrà mai concesso di rivederlo.  Dopo la pubblicazione di Divàr (Muro) viaggia in Germania e in Italia. A Roma scrive le sue poesie più forti e più audaci, come «Canto di belleza», e «Rivolta di Dio». Del 1958 è Ossiàn (Rivolta) che, come i due primi volumi, suscita polemiche ed entusiasmi. Nel 1958 conosce il regista-scrittore Ebrahim Golestan, di cui diventa fedele collaboratrice. Inizia ad occuparsi anche di montaggio, sceneggiatura e regia. Dall’incontro con Ebrahìm inizia una tempestosa relazione che durerà fino alla morte di Forugh. Dopo un soggiorno di studi in Inghilterra la poetessa diventa regista e realizza importanti documentari, commentati dai suoi testi poetici.  Atèsh (Fuoco) ha come tema l’incendio di un pozzo di petrolio e la lotta disperata dell’uomo contro le forze ribelli della natura, sullo sfondo di villaggi sperduti nel deserto. Khanèh siàh ast (La casa è nera), un documentario sul lebbrosario di Tabriz, vince premi in tutto il mondo, tra cui il primo premio alla regia al festival di Uberhausen. Con La casa è nera, girto quando aveva solo 27 anni, parla dei lebbrosi che vivono nascosti in un istituto e lontani dal resto del mondo. Nello stesso anno pubblica la sua opera poetica più importante, Tavallod-e-digàr (Un’altra nascita). Del 1965 è un altro suo film di successo, Il mattone e lo specchio, la storia di un neonato abbandonato in un taxi, dove l’autrice l’autrice descrive la Teheran degli anni ’60 nei suoi aspetti più contrastanti. Nel 1966 partecipa al festival di Pesaro. Incontra Bernardo Bertolucci e altri attori e registi italiani.  Il 14 febbraio 1967 muore prematuramente in un incidente automobilistico a Teheran, mentre si reca a vedere un film italiano. Sarà pubblicata postuma l’ultima raccolta poetica, Iman biavarim be aghaz-e fasl-e sard (Crediamo soltanto all’inizio della stagione fredda). 

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Forugh Farrokhzad

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