TRE DOMANDE INDISCRETE. Gabriela Fantato

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Nel fermo centro di polvere, collana “Radici” diretta da Gabriela Fantato, Il Leggio editore, Chioggia 2018.

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1

-«Tu spesso, per alludere alla scrittura, usi immagini che sono paradossi, o anche talvolta ossimori, per esempio: “E il buio dell’andare è l’unico bagliore…”, e altrove, anche nel titolo di una sezione, Miraggi tornati parole, poi in un testo, ancora: “lettera sotto lettera: sotterro le frasi” , infine: “Ogni opera compiuta / violenta natura morta”. Mi puoi spiegare il tuo rapporto ambiguo, oppositivo e antinomico con la scrittura?».

-«La poesia, in quanto enigma, è esperienza dell’inconciliabile. Tutto non è mai come appare: l’universo di ogni parola ha l’inafferrabilità e la potenza del miraggio. La magia del canto incrina la compattezza del discorso, lo dissolve e ne fa pulviscolo di prospettive, di sparizioni, di evocazioni. Il destino del poeta si affida a questo pulviscolo, dove il senso cerca il suono e il suono il senso, come l’onda che scontra una roccia. In questo ondivago cercarsi abita il mio rapporto con le parole. Nella mia scrittura in versi lascio che le parole stesse mi suggeriscano, ipnoticamente, certe sequenze musicali. Mi lascio incantare da loro, come se vivessi un sogno, e poi in un secondo momento cercassi un ordine a quel sogno, un ordine possibile che nasce da uno stato di transe: ecco l’antinomia necessaria della poesia. Un caos-cosmo. Un universo fluttuante, con stelle precise».

2

-«C’è il mare, ci sono porti e viaggi, tempeste e tanto vento ,dentro questi testi, come anche in un tuo libro di poesie precedente, perché questa presenza… dell’acqua?».

«L’acqua è la sostanza stessa del viaggio, il suo fascino e il suo pericolo. In Hölderlin, nei suoi Inni, irrompe una parola che subito ci mette a contatto dell’«aorgico», di un abisso sottratto al potere dell’uomo. Essere nell’illimitato che dissolve e fondare nuovi limiti che costruiscono: ecco il doppio compito della sentinella, di chi custodisce l’abisso e se ne fa straziare. Come se al poeta, da sempre naufrago, toccasse in sorte costruire nuove rotte e nuovi porti. Scrive René Char: “Il poeta deve accettare il rischio che la sua lucidità sia giudicata pericolosa. Il poeta è la parte dell’uomo refrattaria ai progetti prudenti”. Se il silenzio è l’approdo a cui tende la parola, non può mai essere il silenzio dell’inizio: deve essere il silenzio del viaggio. Lo scrittore vive l’impulso del nomade, l’esperienza di uno stupore sempre nuovo, perché la poesia è linguaggio allarmato, meraviglia per quanto non è ancora pensabile e dicibile, acqua dove navigare o dove naufragare: rischio, non prudenza».

3

– «Spesso come scrittore di romanzi e racconti hai usato la forma dell’apocrifo, ma in poesia, mi chiedo, chi scrive sei tu o anche nei versi “io è Altro”, come direbbe la psicoanalisi? E quindi le “maschere”: sono necessarie, sono implicite, sono ontologiche?».

– «Ontologiche. Non so se implicite, ma ontologiche. Non saprei dire chi parla, in questo libro. Posso dire qualcosa della musica che cerco di evocare: una musica atonale, ossessiva ma evocativa, dove alcuni superstiti emettono le loro voci come all’interno di un coro, che allude a qualcosa di tragico ma di indefinito. Ogni arte si scopre porosa, lacunosa, traversata da sussulti. La mia poesia, nelle immagini che trova e in quelle che cancella, ha qualcosa di elementare, di atroce, di irriducibile alla logica del discorso comune. Dopo aver traversato il sogno e la notte ed essere stata a un passo dall’afasia, riprende a essere canto. Ma canto nudo, breve frammento, sempre all’inizio – che è anche approdo – di sé. “La poesia è il reale veramente assoluto” scrive Novalis, e aggiunge: “Il poeta ordina, raduna, sceglie, dispone”. Realtà totale è tutto ciò che potrebbe essere reale, che lo è stato o lo diventerà: è ipotesi, metamorfosi, fluttuazione. Se le parole hanno parlato a lungo, prima di arrivare a chi scrive, e arrivano traboccanti di silenzi e di suoni, il compito del poeta è ri-coniarle per il tempo che durerà la sua opera. La condizione che io vivo da sempre, dentro le parole, è un mio interminabile sonnambulismo, che nella poesia si smaschera con maggiore lucidità. Ritorno quasi inevitabilmente alla parola altrui, alla poesia di Hölderlin: “E ciò che tu hai / è tirare il respiro. / Infatti se uno lo ha / levato alto nel giorno, / lo ritrova nel sonno, / perché dove gli occhi sono coperti / e legati i piedi, / lì tu lo troverai”.

La poesia, sfondando buchi insospettabili nella pienezza della voce, rientra non docilmente nel regno della notte, nei riti del sonno, a “tirare il respiro”. Quel respiro, che prima era canto pieno e ora è vuoto pieno di silenzi, quel respiro tirato come un peso, sul filo sottile della tragedia e della catastrofe personale e linguistica, con gli occhi coperti, senza vedere, con i piedi legati, senza camminare: ecco, in sintesi, il destino di chi scrive. Un atonale, attonito silenzio che si oppone alla prigione dei significati e dei suoni; che rende possibile, quasi vent’anni dopo, il leopardiano Coro dei morti di Federico Ruysch: “Vivemmo: e qual di paurosa larva, / E di sudato sogno, / A lattante fanciullo erra nell’alma / Confusa ricordanza: / Tal memoria n’avanza / Del viver nostro: ma da tema è lunge / Il rimembrar. Che fummo? / Che fu quel punto acerbo / Che di vita ebbe nome?”. Io è sempre un Altro, ma un Altro dentro di noi. Non un estraneo, ma un proprio minaccioso simile. Quando scrivo poesia, non penso a niente di preciso. Non so dove andrò. Cerco di sorprendere il mio stesso linguaggio. La poesia è pericolo, per l’ordine del discorso. Più cerco di comporre versi, in questa fase della mia vita, e più mi trovo di fronte a continui agguati. Invento, attraverso la natura aforistica della mia scrittura, recinti momentanei, piccole oasi. Ma non li costruisco perché ho bisogno di un’altra maschera, di un ennesimo riparo. Li esigo per riprendere respiro e ritrovarmi, più nudo e più inconciliato, in mezzo a fantasmi che esigono la mia presenza, a incubi che mi vogliono ancora persona viva, narrante. Ma la mia scrittura narra solo la scrittura: è il fumo di un incendio dove non ricordo quale forma abbiano avuto le cose che sento arse dal fuoco».

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Gabriela Fantato

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