LIBERTA’. Per Modest Mussorgskij e Nikolay Rimskij-Kòrsakov

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Marco Locci

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Fu quando Modest Mussorgskij compì trent’anni che si presentò alla sua porta un uomo elegante e gentile, dalla barba appuntita e dalla redingote impeccabile, il cui nome era Nikolay Rimskij-Kòrsakov. Si complimentò per quanto aveva udito della sua musica, gli disse che era un genio e gli propose, se lo voleva, di revisionare la sua opera. Mussorgskij ammutolì di gioia. Un musicista come Rimskij-Korsakòv, acclamato in tutta la Russia, che con dedizione e sollecitudine decideva di aiutarlo! Modest accettò e le irte dissonanze del Boris Godunov divennero un’opera udibile. Il successo fu magnifico, assoluto. Non poteva che ringraziare quel gentiluomo straordinario e quel musicista perfetto. Da allora Rimskij-Kòrsakov non mancò mai all’appuntamento. Ogni volta che Modest si affannava a finire, a concludere, a cercare una forma che gli sfuggiva, Nikolaj arrivava, puntuale e implacabile, prelevava il manoscritto e faceva luce in quei segni aspri e selvaggi, da analfabeta della musica. Sfumava, smussava, orchestrava. E il pubblico applaudiva quel binomio inscindibile. A Mussorgskij sembrò che tutto fosse stato decretato in quel modo e per sempre da qualche fatalità del destino. Nikolaj era il buon padre che ripuliva e riordinava, che dava un senso al caos incontrollabile in cui lo affondava la musica.

Una volta, completamente ubriaco, Modest si addormentò e fece un sogno: dei vecchi gridavano e lasciavano cadere il giornale, delle madri fuggivano con i bambini in braccio: al centro del parco, fra i faggi arrossati dal tramonto, nereggiava una grande nave a forma di arpa, con le corde sporgenti dalle murate, le vele flosce, il timone assente. L’arpa-nave mandava un suono lungo e grave, di legno scricchiolante. Almeno trenta marinai ciondolavano dalla chiglia, le teste protese in basso, i corpi fradici d’acqua. Modest si avvicinò, salì la scala di corda e cautamente entrò nell’arpa. Al suo passo, tutte le corde vibrarono insieme. Chiuso nel gigantesco strumento, tastò il legno e trovò timbri che non aveva ancora inventato; oboi che ricordavano sibili di vele, violoncelli che gemevano come un relitto pieno di falle, violini che imitavano i fischi del vento fra le sartie. Mussorgskij trascriveva tutti i suoni nella sua mente. Era come essere dentro un otre carico di venti e di voci. Poi qualcuno, di soppiatto, salì nella nave. Era un uomo elegante, vestito con una marsina nera, la barba affilata e l’occhio diabolico. L’uomo aveva una bacchetta di legno stretta nella mano destra; si mosse fra i suoni assordanti con un riso silenzioso, sollevò il braccio, puntò la bacchetta e cominciò a dirigere tutti i rumori, trasformandoli in suoni sinfonici. Di colpo la musica divenne lussuosa e precisa. Apparvero i cancelli, le colonne di marmo del teatro Bolshoi, e dall’orchestra buia nacquero i primi suoni dell’arpa: era il finale della Khovancina. Modest, chiuso in un frac troppo stretto, sudato e cupo, i capelli arruffati e l’occhio basso, ascoltava in silenzio le note che risuonavano: quelle stesse note che, come lingue di fuoco, la sua anima non riusciva a controllare, erano tutte lì, udibili e nitide, spalancate nel palcoscenico.

Mussorgskij si svegliò inorridito. Stava finendo di comporre i Lieder della morte ed era affannato. Rimskij-Kòrsakov, nel pieno della notte, si presentò alla sua porta nella veste consueta del correttore. Fumava un sigaro delizioso. “Hai della nuova musica, Modest?”. La sua voce era acuta, spiritosa; dalla pelle, lavata con qualche sapone francese, aleggiava un profumo femminile. Poche ore prima aveva ascoltato le Nozze di Figaro e bevuto alcuni bicchieri di champagne in un albergo di Mosca; forse aveva dormito meno di un’ora ma appariva fresco e riposato. Modest ricordò all’improvviso di essere un tetro mugiko, perennemente ubriaco, di non aver mai amato nessuna donna, di aver pensato una musica inconcepibile e straordinaria, distrutta per sempre da quel lussuoso revisore; allora, molto lentamente, i manoscritti dei lieder stretti al petto, si voltò e ficcò la lama del tagliacarte nel cuore di Nikolaj Rimskij-Kòrsakov, il celebre autore di Shéhérazade, il celebre orchestratore del Boris Godunòv, che morì senza un grido. Soddisfatto di quel brutale atto di libertà, Mussorgskij, inasprì il suo ultimo lied fino a non renderlo cantabile. (M.E.)

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