IL VERO PROFETA. Roberto Rossi Testa

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Canti dell’innocenza e dell’esperienza mostrano, come indicato dalla stessa epigrafe dell’autore, le varie età del mondo e dell’uomo: in essi Blake passa quasi vertiginosamente, nel volgere di pochi versi, da ambientazioni pastorali volutamente stucchevoli ai drammatici scenari della Londra della Rivoluzione Industriale. Ma non bisogna credere che il “contenuto” influenzi più di tanto la “forma”, sottoponendola a torsioni e a sviluppi interni da testo a testo. È’ come se Blake avesse concentrato in un istante e in un punto tutte le emozioni possibili, per non esserne distolto nel seguito; e, concependo così l’intera doppia raccolta in un unico getto (ciò che in effetti non è), l’avesse poi realizzata sviluppando rigorosamente le proprie premesse. Le quali sono contenute nell’Introduzione ai Canti dell’innocenza: questa è una poesia dell’energia e del ritmo, che balla e che batte le mani; che potrà anche alludere a fatti terribili, e giungere magari a rappresentarli direttamente, ma senza mai far vestire al suo autore i panni del predicatore, del tribuno, o del pedante: figure tutte che rappresentano il perfetto contrario del vero profeta quale Blake è. Qui lui ci appare piuttosto come un impertinente che si compiace di asservire il modello cui si ispira (o meglio che ostenta), nella fattispecie quello della poesia popolare e per l’infanzia, al proprio gusto di “spararle grosse”: ma è proprio dalla velocità trascinante, dall’allegria tagliente, dallo schematismo impassibile che il suo “sparare grosso” attinge forza e verità. D’altra parte non ci sono soltanto Wesley e Watts in questa poesia, ci sono anche Gray e Milton; e c’è soprattutto la Bibbia in una lettura non certo popolare o infantile, e che già preannuncia gli esiti delle future opere profetiche. C’è ancora un’osservazione importante da fare, che mi sembra corrobori quanto appena detto. Blake, oltre che poeta, fu pittore e illustratore superbo; ed anzi illustrò e stampò personalmente la maggior parte dei propri lavori, sulla base di intuizioni tecniche e di un concetto del proprio ruolo che fino a qualche anno fa potevano sembrare arcaici e che oggi si devono riconoscere come avanzatissimi. Da quelle sue edizioni possiamo trarre riguardo ai testi delle indicazioni che, come è facile capire, sono eccezionalmente preziose, anche perché sovente pare che Blake si studi di produrre delle frizioni fra testo e immagine dall’infinita malizia. Una poesia come La Tigre, ad esempio, la si potrebbe supporre corredata dalla raffigurazione di un mostro possente e orrendo, quintessenza della malvagità. Al contrario Blake la commenta con quello che sembra non più di un gattone di pezza. Incredibile a dirsi, ma è possibile che proprio Blake sbagli? Quanto precede, che è ovviamente la base e la giustificazione delle mie scelte traduttorie, non ha la pretesa di giungere a conclusioni, ma proprio di far capire che con Blake a conclusioni è impossibile giungere. Da vent’anni leggo Blake, insieme a Dante lui è l’autore (ma anche l’Uomo, capace com’è di far parte a se stesso e di negare l’evidenza per crearne una più alta) con cui quotidianamente sento di dovermi confrontare. E in tutto questo tempo ho imparato (non è molto ma l’ho imparato bene) che Blake è difficile, inesauribile e pericoloso; che con lui è tutto enormemente più complicato, o più semplice, di quanto lo si penserebbe – o vorrebbe; che in lui tutto, la personalità la vita e l’opera, è un prismatico enigma, e fa pagare a caro prezzo i tentativi di strumentalizzazione. Credo che questo mio lavoro, se non altro, abbia il merito di darne conto.

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*Il testo è tratto dalla postfazione a: William Blake, Canti dell’innocenza e dell’esperienza, SE, Milano 1997.



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