POESIA CUM FIGURIS (ET NOTIS). Alberto Nocerino

Servàn
Fé cume l’om sarvaj, ch’a mangia quand che j’auti a l’han già mangià
Fare come l’uomo selvatico, che mangia quando gli altri han già mangiato

**

Nell’erto fitto del bosco
hai generato una tana di pietra
lungo lo stradello
che
da sottile sentiero da valle a valle
incupito
ne vedesti mutare le ghiaie
in una buia serpe d’asfalto:
intanto
le tue ortensie azzurre e rosa e bianche
con la terra umida grassa
inscenavano
profumi muschiati
di malinconia verde
hai mimato una chiesa di campagna
in forma di comignolo
sul tetto irregolare di larghe lastre grige
una zucca volpe rossa
la lunga coda
nell’angolo attorciglia
gli occhi incisi acuti
guatano dal buio
gnomi di castagno
angeli mori
fate storte:
nidificano anfratti
sbiadendo
lettere di vita e di morte

*
Che cos’è il rispetto… è l’unica ricchezza
che, se la si vuole ricevere, bisogna possedere.

*

Ho spiato
oltre il cancello di ferro
la tua terra d’ombre,
severo servàn,
che hai scelto l’arte
di comunicare in segreto
la terra.

Ho salutato
il tuo grande cane nero.

**

Sarcûs Dutu ?
û lé a cá et la crava.
Se û l’è gnent
andat via

Cercate Dutto ?
O è in casa o dalle capre
Se non è niente di importante
andatevene via

Vernante, 6 agosto 2022

Annotazioni


servan: variante bovesana di sarvan o sarvanòt, ‘folletto’, figura corrispondente a quella più generica dell’ uomo selvatico; sarvaj, in piemontese; ommo sarvegu in genovese.

*

“Si dice che i Sarvanòt sarebbero scomparsi da tempo, feriti dal silenzio e dall’indifferenza degli uomini trasformandosi in farfalle dalla mantellina azzurra picchiettata di rosso, con la sottoveste scarlatta. La Zygaena Ephialtes: essa vola sui fiori bianchi dell’asfodelo ed è detta localmente lo Sarvanòt.”

*

La poesia è dedicata a Sandro Dotto o Dutto (Dutu), un uomo che ha preferito, a quanto si può immaginare, ritirarsi in una piega ombrosa della terra, coltivando ortensie e intagliando legno di castagno. Sappiamo bene il suo nome perché così si firma su un pannello, una vera e propria installazione lungo la strada, dove si legge una difesa del lupo che cita Hobbes e Pasolini, ammonendo di superare gli stereotipi delle facili contrapposizioni e dei pregiudizi. La poesia è dedicata a tutti quelli che sembrano volersi isolare dalla società, dal vivere sociale, e che tentano nel loro ritaglio di terra privata di creare un proprio mondo, pensato come originale e originario e autosufficiente, spesso popolato da figure e composizioni attinte dall’immaginario e dalla tradizione popolare… artisti, a loro modo, che costruiscono e interpretano un Genius loci e lo rendono visibile ai passanti. È un umano ‘segnare il territorio’ a cui si dedica di solito poca attenzione ma che, a un’indagine sistematica, risulterebbe probabilmente molto più diffuso di quanto ci si potrebbe aspettare. Certo, anche per la dichiarata ricerca (serena o disperata che sia…) di marginalità e di periferia, che lo contraddistingue.

*

Lo ‘stradello’ citato nel testo collega Robilante, a partire dalla strada del Malandrè, e Boves, ovvero Val Vermenagna con il Vallone del Moro e quello dei Cerati. Sono luoghi che si vogliono includere nell’area d’antica influenza occitana: “Uno studio effettuato una trentina di anni fa ad opera di F. Fontan ha permesso di catalogare il dialetto bovesano (come tutti quelli pedemontani limitrofi) tra i dialetti appartenenti alla forma delfinese dell’Occitano. Lo studio, basato su venti criteri fonetici di discriminazione tra piemontese e delfinese, ha ritrovato nel nostro dialetto la presenza di almeno una dozzina di queste caratteristiche, di cui otto ancora di uso corrente. I rimanenti quattro criteri discriminanti erano presenti nel nostro dialetto più antico, ma sono spariti (salvo nelle frazioni di montagna e in alcuni toponimi) nel bovesano odierno. Le cause che hanno portato alla progressiva trasformazione o alla totale perdita di caratteristiche occitane a favore di forme piemontesi sono numerose.

(www.vallimarittimeoccitane.it/ilDialettoBovesano.page)

* *
(…)

Concludo con una riflessione. Bisogna considerare con attenzione i punti in comune fra ricerca antropologica e ricerca poetica, e tuttavia esiste fra di esse una grande differenza: chi scrive in poesia non ha necessità di interrogare le proprie fonti, sono loro che l’interrogano.

Alberto Nocerino
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