ERRORI DI ABBIGLIAMENTO. Lucetta Frisa

Divagazioni tra piedi e calzature

Alla sinistra della Madonna del Parto a Monterchi c’è un angelo dalle bellissime calzature verdi. L’elegante abbigliamento che certi personaggi sfoggiano nei quadri, l’ha sempre incuriosita: era elegante anche chi li ha dipinti? La fama di quei quadri come dei loro autori, forse è dovuta proprio a questo non secondario particolare: chi sa rappresentarsi adeguatamente sulla scena del mondo, avrà successo. il verde, perché questo colore per un paio di stivali angelici? Forse perché è quello dello spirito giovane e lieto, di una estatica, perenne non adultità?

Alla visione di quel celeberrimo affresco, segue un sogno: lei è in abito da paggio, scalza, con una scarpa sola – larga e bucata. Deve salire sul palcoscenico, già il pubblico, impaziente, rumoreggia. Ma l’abito non è il suo – sembra quello di Arlecchino – e per di più ha sbagliato anche la quinta d’entrata. Si strappa di dosso quell’abito disgraziato mentre trema all’idea di attraversare il buio, immenso retropalco. Farà in tempo a mostrarsi al momento giusto, “come da copione”? L’angoscia è intollerabile. Per fortuna, si sveglia.

Qualche giorno dopo, le camicie verdi invadono l’Italia del nord. Lei si trova a percorrere la Padania con R. e l’amico F. R. non guarda mai la tele, segue le vicende politiche con aristocratica sprezzatura e indossa T-shirts d’antan. Ma quel giorno sfoggia una vistosa camicia verde. Il verde, per lui, è solo il colore dei prati e delle tasche vuote. Per evitare malintesi, decidono di cambiare strada: andranno in Svizzera a vedere una mostra. Suo nonno siciliano, anarchico e iracondo, amava molto il verde – lei ricorda. Giubilava quando non era di moda. Allora poteva imporlo a tutta la famiglia con un cipiglio da gattopardo che non ammetteva repliche. Moglie e figli si vergognavano di essere démodé. Lui, invece, gongolava. Quel nonno aveva una passione univoca: scoprire il moto perpetuo. Da creatura frenetica qual’era, non poteva non essere attratto da quel colore tranquillo. Passava tutto il suo tempo libero tappato in una stanza interamente invasa da un macchinario delirante. Ogni sera, a tavola, annunciava alla famiglia costernata: «Ci sono quasi». Questa ostinata passione durò due anni. Poi fu costretto ad abbandonarla anche perché, nel frattempo, era fallito rovinosamente.

Certe volte, – per una forma tutta sua di pigrizia o sbadataggine o di totale stravaganza – R. se ne va al lavoro, alle sette del mattino, abbigliato con un impeccabile touche , nero o blu da cerimonia – sposalizio o funerale. I suoi pazienti sono barboni, alcolisti, dementi, oligofrenici, giovani e anziani perduti nel loro mondo, inquilini di tane puzzolenti e infette, stracolme di rifiuti. Poi, la sera, se piove, indossa scarponi da montagna e cena in un ristorante quattro stelle – con amici veneziani, nobili, maestri in cerimonie mascherate, che si fanno confezionare abiti sontuosi e baùtte per i riti carnascialeschi: calza gli scarponi semplicemente perché dimentica di possedere delle normalissime scarpe “per la pioggia”. Con gli amici nobili lei e R. hanno scritto un libro intitolato Maschera. Non è stato ancora pubblicato né forse mai lo sarà, perché la quantità spropositata di pagine e lo stile – troppo raffinato se non talvolta addirittura poetico – è stato giudicato inadeguato al tema e soprattutto alle esigenze del mercato editoriale.

Inadeguato: il sinonimo di inadeguato è anche “non calzante”, lei pensa.

A volte R. riceve i suoi pazienti in pantofole. Ai pazienti non piace che il loro analista si presenti davanti a loro come un parente stretto. Qualcuno, per quel motivo, abbandona perfino l’analisi. Una volta, parlò in pubblico con scarpe di tela bianca che spiccavano clamorosamente su un sobrio abito grigio corredato di cravatta firmata. Il giorno che acquistò un paio di scarpe antitraspiranti, antiurto, morbide, flessibili, conformi ad ogni terreno, clima e occasione, le indossò un paio di volte, poi le smarrì. Non si sa come dove e quando, ma smarrì quel mirabile paio di scarpe e non lo trovò più.

Quali, tra gli scrittori, soffriva di problemi ai piedi? Chi era zoppo, chi camminava con andatura svirgolata? In Malte, Rilke descrive un personaggio, come colto da una improvvisa vertigine. Swift e Coleridge passarono la vita quasi sdraiati, anche loro afflitti da vertigini e nevralgie trigeminali spaventose. Forse fu da quella postura che nacque l’idea centrale di Gulliver. Insomma, c’erano quelli e ci sono ancora, che assumono andature sbilenche, perché si spostano su un pianeta rovesciato. Ma la malattia, la vecchiaia, appartengono al rovescio o al dritto, alla norma o all’accidente? Chi non sopporta domande impertinenti e preferisce non posare i piedi in terra, se ne sta a letto – benché fisicamente sanissimo – come in trincea, difendendosi dagli impegni pertinenti e non pertinenti all’homo erectus. Suo nonno, dopo essersi furiosamente accapigliato con qualcuno (cioè sempre), decidendo stremato di troncare la lite, usava l’imperativo impertinente: «Va’ a curcate» (che significa «Vai a coricarti», cioè a letto).

Nel film Scarpette rosse la protagonista, ballerina in carriera, si uccide, divisa tra amore e vocazione artistica. Nella omonima fiaba di Andersen, anche la protagonista finisce male, rovinata dalla sfrenata passione per la danza. In entrambi i casi le due fanciulle non camminano mai – danzano e danzano, librate a mezz’aria, protese con tutto il corpo verso un lontano da qui, ma succubi di quel piccolo, precario strumento di comunicazione che è il piede. Un piede costretto a reggere l’intero peso di un corpo e del mondo, sulla sua punta fragile. Forse danzare non è cosa umana, forse sia le forze infere come le supere si ribellano, ricacciano via – chi dall’alto, chi dal basso – quel presuntuoso che tenta un equilibrio mediano. Lei pensa ai piedi del Tiepolo. Incantevoli, impalpabili: palmo rosato e trasparente, adatto a chi non ha da camminare sulla terra. Quei piedi di angeli, Madonne, santi e signori, che svolazzano splendenti di luminescenze perlate, tra nuvole e nuvolette, appena sospinti da réfoli, sono piedi sognanti e festevoli. Intorno a quei piedi c’è un’aureola. In realtà non sono piedi, ma ali. I piedi di Caravaggio, invece, urtandosi con le asprezze e i fetori della terra, acquistano forza, resistenza, brutalità. Sopra a chiodi arrugginiti o vetri aguzzi, o a qualunque cosa di pungente o scivoloso sul loro cammino, saprebbero come cavarsela. Sono piedi da suburbi infernali.

C’è una scena ne Gli allegri vagabondi in cui Stanlio e Ollio intrecciano un tenero balletto – dopo aver combinato i loro soliti pasticci. E’ la danza di due creature tra le più imbranate della terra, ed è un messaggio di speranza per chi, come loro, sono dei buoni a nulla, maldestri e stupidi: anche ai mentecatti è dato di ballare ma, cosa strabiliante, in questo balletto non capita nulla di sbagliato, i due non si pestano neppure i piedi, come sarebbe normale per loro, e vanno perfettamente “a tempo”. Forse, per tutti, un attimo di armoniosa sintonia col mondo, prima o poi, ci sarà? Anche se dopo, tutto riprende come prima. Passato un attimo, infatti, Stanlio mostra, con l’abituale candore, un grosso buco nella scarpa e la scena continua per un po’ con questo lungo, ammiccante alluce di Stanlio che occhieggia dalla suola.

Lei pensa, allora, a un altro sinonimo, a “non consono”, ad esempio. Qualcosa o qualcuno che non suona con gli altri la musica di tutti, preferendo la propria, ma che, in rapporto alla musica generale, stride, stona. Se per incapacità, scelta o destino è molto difficile stabilire. Certo che, per un motivo o per l’altro, chi non è “consono” paga alle volte assai duramente le stonature proprie.

Adeguarsi, anche nei rapporti d’amore, costa fatica, sacrifici grandissimi. La Sirenetta recide la sua coda di pesce e danza coi piedi terreni per il suo principe, ma ogni passo sulla terra, ogni passo di danza e seduzione, è al prezzo di un dolore insostenibile. Quanto le è costato questo amore umano? Per vivere in sintonia con la terra e gli uomini sacrifica il profondo legame con il suono acquatico. E non canta più, si condanna al silenzio. Questo aspetto sacrificale della donna verso l’uomo le sembra analogo a quello del bambino verso l’adultità, e questo lei proprio non lo digerisce, non lo vuole né saprebbe.

Mentre si fermano a fare benzina, una ragazza, mostruosamente alta, scende da una macchina. Cammina su delle zeppe di trenta centimetri circa, cammina orrendamente, con visibile sforzo. Lo scopo è sedurre, almeno così lei pensa, o così la moda pensa per lei. Al contrario della romantica Sirenetta di due secoli fa questa gigantessa non vuole aderire alla terra, anzi… Una protesi tecnologica le enfatizza scarpe e andatura proprio per prenderne le distanze. Oggi, l’umano è decisamente out. Come sono gli extraterrestri? Piccolissimi e verdi, secondo un’abusata iconografia, o altissimi, come gli attuali cyborg? Però anche gli attori greci calzavano i coturni; ci si innalzava, gonfiava, ingrandiva, per raggiungere dimensioni divine ma anche per adeguarsi allo sguardo dello spettatore. Ci solleviamo ancora sopra gli altri come a dire: «Guardàtemi, sono un mito, un mostro, comunque non un uomo».

Lei ama l’abbigliamento sportivo e non ha mai praticato sport in tutta la vita. L’unica volta che tentò di nuotare in piscina, rischiò di annegare; da bambina, è caduta dai pattini a rotelle, è caduta facendo il salto della corda e si spaccò quasi la ròtula cadendo sul balcone per guardare delle corse motociclistiche, e poi quando provò a sciare, il maestro sadico, scambiandola per una handicappata, la coprì di insulti. Da adulta ha continuato a cadere: si è fratturata il piede sinistro la mattina di un esame decisivo, con intimo e inconfessabile sollievo, perché dovette abbandonare per sempre quell’indirizzo di studi e la sua vita cambiò strada. Si lussò il piede destro il giorno del matrimonio – un matrimonio d’amore – e trascorse zoppicando il giorno più bello della vita. No, lei non crede ci fosse qualcosa di autopunitivo in questo, ma più semplicemente il rifiuto di aderire a una convenzione. E poi, ha continuato, implacabile, a slogarsi piedi e caviglie inciampando in scalini e tappeti. L’ultima volta ha fratturato lo scafoide, detto anche navicolare (così recita il libro di anatomia). Ma fu il luogo dove avvenne il fatto, che le ha riconfermato la sua ossessione analogica: un negozio di abbigliamento sportivo. In seguito, chi la incontrava con gambone ingessato e stampelle, le chiedeva (era inverno): “è stata a sciare, vero?” Anche se i termini “scafoide” e “navicolare” evocano immediatamente scenari marini. E se poi lo scafoide si spezza: ecco che le navi affondano, i pirati sono infelici, i tesori falsi, gli arrembaggi falliti, i Salgàri mai usciti da casa… Comunque, lei continuerà, malgrado tutto, a indossare abiti sportivi, continuerà a camminare lenta e impacciata con scarpe da corsa. Così, col tempo, ha fatto sua questa verità: che ci si veste di un desiderio, di un sogno, di quello che non si è e mai si potrà diventare.

Chiede ai compagni di viaggio i nomi dei monti che in quel momento appaiono alla sua sinistra, lontani e innevati. Sono le Alpi, certo, ma come si chiamano? Nessuno sa risponderle. Eppure F. è insegnante, ma odia la geografia. Ha la passione per gli autori sfortunati, va pazzo per i destini degli emarginati, dei fraintesi, dei maltrattati. Adora i bizzarri, gli etilici, i freaks, i senza nome e dimora. Il suo film-cult è Elephant Man, il suo cantante preferito Tom Waits. I perseguitati lo mandano in visibilio, gli afflitti da difetti fisici sono oggetto del suo amore incondizionato. Infatti è legato sentimentalmente a una ragazza poliomielitica, mezza cieca. Studiare la geografia, per lui che non ama viaggiare neppure con la fantasia, è un tempo morto: le parole crociate dei pensionati.

R. è medico, ma la fisiologia dell’Italia – al contrario di quella umana – non se la ricorda, neppure ci tiene, e così, ogni volta che si sposta, dimentica a casa le carte stradali. E’ psichiatra ma anche scrittore. Non sa se è più scrittore o psichiatra. Ma in fondo non se ne fa un problema. Lui ha scelto di starsene lì dov’è: sulla soglia.

Alla frontiera li fermano: sono sprovvisti della tessera per varcare il confine. La comperano, sapendo che non servirà alla prossima occasione, perché sta per scadere. Sarà un viaggio al risparmio, visto che F. ha anche dimenticato a casa il portafogli. Lugano: i tre si appartano a mangiare i loro panini, non potendo permettersi il lusso di un ristorante. Non intendono esporsi in pubblico con i panini dei poveracci (e italiani, per lo più). Nessun piede scuro o malcalzato attraversa quei marciapiedi dipinti. In tutte le strade regna una pulizia irreale, malgrado un vento fortissimo che non solleva polvere né cartacce. I negozi sono ordinati e lucidi, i prezzi della merce iperborei, i passanti, dal lieve passo, elegantissimi. La fetta di carne dentro il panino è dura suola. L’ha scelta e cucinata lei, quella carne. Il Chaplin de La febbre dell’oro che divora con signorile sprezzatura la sua scarpa sfondata passa come una meteora nella memoria dei tre.

Ad un tratto, R. si accorge di non avere più con sé il portafogli con soldi e documenti. E’ un “classico” nella letteratura degli incubi, dei sogni ricorrenti: città straniera, notte incombente, perdita d’identità. R è uno psichiatra, è vero, ma uno psichiatra emotivo, gli stress gli fanno talvolta salire la febbre o scendere la pressione e il sudore lo copre dalla testa a piedi. F., invece, si irrigidisce, ammutolisce, inarca la schiena come un gatto selvatico pronto ad attaccare, poi rimuove le sgradevolezze del quotidiano nella strategia di letture sempre più esoteriche. Questo incubo a un certo punto finisce perché Enrico Caruso ritrova il portafogli di R. e lo consegna alla polizia. Chi è questo omonimo del famoso tenore? Senza dubbio un napoletano che abita in Svizzera per motivi di lavoro. Questo beau geste è stato fatto per solidarietà verso un ex compatriota o per un acquisito senso svizzero di civiltà? Alla stazione di polizia dove R. è andato ad esporre denuncia, viene a sapere che una legge locale destina il 10% della cifra ritrovata a chi riconsegna un portafogli smarrito. A causa della sua provocante camicia verde, R. viene politicamente equivocato quindi apostrofato in malo modo da uno dei poliziotti, in modo più morbido dall’altro.

Poi i tre, sensibilmente rilassati, vanno alla mostra. Chi espone è un artista di quelli che, in vita, non hanno mai avuto riconoscimenti: anima ferina, attaccato morbosamente alla madre, vita infestata da lutti e disgrazie. Lei guarda i suoi quadri con imbarazzo: tutte quelle semifigure cupe, tormentate, aggrovigliate, non hanno piedi. Eppure non volano, né forse lo vorrebbero, ma neppure vorrebbero camminare. Stanno lì, silenziose, insieme alla loro strana quanto nascosta menomazione.

Lei pensa alle streghe di Goya, sghignazzanti e tragiche, che sapevano quello che volevano: vincere la frustrazione sollevandosi da terra – anche per pochi centimetri. Erano streghe dal volo basso, salite a cavallo di scope spennacchiate nel nero più nero della notte, convinte di andarsi a congiungere con Belzebù. Si dice che la volontà del proprio sogno, se esercitata con ostinazione, può fare miracoli e trasformare la merda in oro: “l’opera al nero” degli alchimisti.

Anche gli straccioni di Miracolo a Milano sanno benissimo dove andare. Stanchi di camminare coi loro piedi di piombo tra i rifiuti, di essere fango ed escremento, si ribellano alla gravità della terra e…hop! Via in aria, a guardare finalmente dall’alto quel maledetto mondo. Ogni sberleffo, in fondo, ha come complice la libertà del vento.

Altra cosa è il film di Wim Wenders: quelli sono angeli che si riprendono il peso del corpo per fare del bene agli umani. Ma chi glielo fa fare? A lei i lirismi, i manierismi melensi, il “poetico” di un certo cinema d’autore, quasi la offendono.

Ma anche lassù, nell’alto, vi sono regole, anche di quel mondo bisogna sapere amministrare tutta la materia aerea, per poterne usufruire adeguatamente. L’ignoto dell’alto è altrettanto sconfinato come quello del basso e, una volta ricaduti giù, tutto si fa ancora più difficile, imperscrutabile, i piedi non sanno se togliersi o mettersi le scarpe, è facilissimo impazzire ma – ed è questa la vera tragedia senza agnizione – impazzire male. Perché anche la pazzia ha i suoi codici, le sue modalità. E ci sono quelli che se la sanno gestire bene, da furbi, e chi no. Per questa educazione alla pazzia “furba” è stata inventata la psicanalisi.

Sulla strada del ritorno la riafferra l’angoscia di non ricordarsi il nome delle montagne che ora si presentano sulla destra, sempre rosa, come sospese in aria. Adesso anche l’aria è rosa e tutto si confonde in quell’atmosfera di roseo incantamento e lei comincia a stare proprio bene, a sentirsi rosa fin dentro le narici, le unghie, l’ombelico. Misteriosamente, è scattato il meccanismo di autoregolazione umorale, e spiegazioni narcotizzanti le giungono non si sa da quale neurone: per le sue divine endorfine quei monti sono le Alpi e basta così, e se nessuno se ne ricorda il nome chi se ne frega: e il rosa è il colore della Fata Morgana e delle fatine tout court.

Infine, sceso l’amico F. dalla macchina, lei si accorge dello scambio dei rispettivi pullover, entrambi blu; il pull blu, l’unico capo d’abbigliamento un po’ più in del suo squinternato guardaroba. Ha un attacco fulmineo di depressione: somma questo ultimo avvenimento alla ricerca rituale – snervante quanto vana – di calzature, che si ripete ad ogni cambio stagionale e puntualmente termina con una frustrazione. Lei che non trova mai scarpe per il suo piede, è costretta a indossarne di epoche indefinibili. Ma le rosee endorfine fanno subito ripassare il suo sguardo sedativo sul rosa dei monti e, per quella sera, la depressione si alza, poi spicca il volo e vola via leggera, come un piumino – rosa – da cipria.

La macchina fa rumori preoccupanti, s’ingolfa, si blocca. Ora, neppure la sosta forzata, la tocca più. Si tiene aggrappata alla sua piccola estasi, che la solleva da terra quel poco che basta per udire un piacevole ronzio insinuarsi nelle orecchie, un ebbro motivetto che fa tatà tatà, tatà tatà: la marcetta della Nona la avvolge tutta, le rimbomba dentro, narcotizzando la scena: R. livido e imprecante, la macchina inchiodata in mezzo alla corsia, e poi – dopo un attimo o un secolo? – un ometto in tuta che si tuffa più volte nel cofano dicendo, almeno le sembra, qualcosa come “olio inadeguato, macchina che non può camminare, casino pazzesco, ACI, carro attrezzi”. Inadeguato? Chi ce l’ha messo l’olio inadeguato? In mezzo a queste domande tecniche e metafisiche, lei alza il volume della marcetta mentre R. pare sull’orlo di una crisi border-line.

R. ha avuto la conferma di essere un tipo indeciso, un giorno della sua adolescenza, osservandosi i piedi attentamente: le dita del piede destro, infatti, indicavano, perentorie, la destra, e quelle del sinistro, con altrettanta perentorietà, la sinistra. Una segnaletica contraddittoria che gli ha procurato problemi non facili; infatti voleva fare lo scrittore ma ha fatto lo psichiatra. Poi, si è adeguato al destino che ha scelto per lui entrambe le direzioni. Con la sua parte destra lui cura la parte sinistra e viceversa. Questo non significa che i suoi piedi stiano bene, no, anzi, soffrono continuamente di dolori e di improvvise stanchezze. Mentre cammina, è costretto a fermarsi e a quel punto non si sa se le sue riflessioni siano di tipo psichiatrico o letterario, se invece siano riflessioni di una testa senza pensieri, felicemente vuota, come sarebbe augurabile per lui.

Se camminano tra una soglia e l’altra, gli angeli, pensa lei, è perché non vogliono posare il piede da nessuna parte, oltre un certo tempo. Portano notizie per un attimo, per un attimo ci sono compagni, poi ripartono, perché nessun posto, nessuna compagnia li convince o li conquista completamente. Perpetui adolescenti dallo spirito mercuriale, non collocabili, col ruolo dei “senza-ruolo”. Della razza dei clown, degli attori, dei funamboli – creature che tengono i piedi sollevati per mestiere. In certi quadri hanno un’aria da schiavo, da servitore, da valletto, ma sempre un po’ distratto, assente. Probabilmente non pensano a nulla: il pittore li ha messi lì come puro ornamento, oppure sono l’immagine inconscia del pittore stesso, dell’artista che, secondo alcuni, è un tramite dei mondi “altri”, oppure, più semplicemente, hanno una precisa funzione di vigilanza silenziosa che però inquieta invece di rassicurare chi li guarda.

Forse R è un angelo, lei pensa, come i goffi, gli sbadati, i sognatori e anche chi, come lui, si occupa di alleviare le altrui ansie e balordaggini. Creature senza piedi che però vogliono aiutare gli altri a camminare. Forse sono adeguati a un altro mondo di cui molto dubitiamo, ma a volte immaginiamo, con l’ausilio delle endorfine consolatorie, l’esistenza.

Si ricorda d’un tratto, un altro sogno: sdraiata sul letto, guardava in alto il soffitto e il soffitto era un cielo tutto coperto di impronte di piedi, impronte fittissime, scure, come sporche, che ogni tanto si allargavano lasciando trasparire un po’ di azzurro, un pezzo di azzurro limpido e evanescente: ma era un attimo, poi sul cielo del soffitto tornavano le ombre dei piedi: piedi soltanto umani. Sollevarsi, fare come se si fosse sul punto di andarsene oppure di essere appena arrivati: con un paio di lievi calzature, di passaggio, da mettere e togliere rapidamente, a seconda delle circostanze e dei luoghi, soprattutto quelli da abbandonare, ma senza nessun rimpianto o nostalgia.

Mentre la macchina viene trascinata via col carro attrezzi e loro rimangono sull’autostrada, soli stanchi e affamati, a fare l’autostop, non essendo il furgone dell’ACI adeguato al trasporto di due ospiti a bordo, ecco che la rivisita la visione dell’angelo elegante e perfettamente calzato, a fianco della Madonna di Piero: con quelle calzature verdi può andarsene sia nell’aldiquà che nell’aldilà, secondo una moda fuori e dentro il tempo: sereno, appagato, calmo, non esprime né gioia né inquietudine, non desidera né chiede nulla. Adeguato sembra, almeno sulla scena del quadro. E’ sul punto di fare un bell’inchino e lei lo applaude, dalla sua postazione terrena.

*Il testo è stato pubblicato in “Nuova prosa”, 29, 2000.

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