L’UOMO SINISTRO. Lucetta Frisa

«Dipingo come scrivo. Per trovare, per trovarmi, per trovare il mio bene che possedevo senza saperlo. Per provare, allo stesso tempo, la sorpresa e il piacere di riconoscerlo… Per essere la carta assorbente di innumerevoli attraversamenti che non smettono mai di fluire…»1

Michaux scrittore-poeta che deciderà di scrivere sempre meno e di dipingere sempre più, quando la parola non reggerà più alla sua visione, e la visione per esprimersi non avrà più bisogno di parole. Scrittura e pittura come parte di un’’unica, inscindibile metafora, che è anche percorso esistenziale per l’artista “dalle suole di vento”, in fuga per i quattro continenti, che si ferma solo per riprendere a viaggiare sul foglio con penna e pennelli. Da giovane non sopporta la pittura, poi scopre Klee, Ernst, De Chirico e cambia idea, come qualche anno prima la lettura dei Chants de Maldoror risveglia in lui il bisogno ancora rimosso di scrivere.

“La pittura di un poeta sarà sempre al qua della pittura”2, come la parola sarà al di là della letteratura per chi, come lui, non si accontenta della parola e ne fa sismografo del proprio spazio interiore: in questa soglia fra due universi semantici, ambigua quanto sincera, che non divide ma crea uno spazio altro, si nasconde questo ipercinetico Michaux, inafferrabile e fuggente, senza un volto (per tanti anni detesterà la mortifera fotografia, soprattutto la foto di se stesso, nascondendosi agli occhi degli altri). Per lui i segni terreni sono superflui. Esistono i viaggi mentali, verbali e non verbali. Così ci racconta il suo primo viaggio non verbale:

«Anche a me un un giorno, tardi, da adulto, viene voglia di disegnare, di prendere parte al mondo con delle linee. Una linea, più che delle linee…Inizio così, lasciandomi trasportare da una, una sola, che senza staccare mai la matita dal foglio lascio andare, corre, finché a forza di vagabondare senza mai ficcarsi in quello spazio esiguo, sia costretta a fermarsi. Un groviglio, quello che vedo, Un disegno che desidera quasi rientrare in se stesso. Quello che faccio è semplicemente segnare in scala ridotta, in economia, come chi suona la chitarra con un dito solo» 3.

E si identifica in quella linea errabonda che si abbandona totalmente all’avventura e potrebbe fare sue le parole di un altro viaggiatore, come Stevenson, che dice di “scrivere” con lo stesso spirito indomito con cui i bambini si immergono nel gioco. Che altro è, la linea, se non un tracciato di puntini distesi con slancio e velocità nello spazio? passi accelerati che assumono forma di percorso?

«La linea, come me, cerca senza sapere ciò che cerca, rifiuta le scoperte immediate, le facili soluzioni. Le prime tentazioni. Si guarda dal “raggiungere”, è linea di cieca ricerca. Senza condurre a nulla si traversa da sé, senza inciampare né sviare o intrecciarsi, senza annodarsi a nulla o percepire oggetto, paesaggio o figura. Linea sonnambula, che non si scontra con nulla, a momenti si incurva ma senza accerchiare nulla e da nulla si fa accerchiare. Linea che non ha ancora compiuto la sua scelta e non pronta per essere messa a fuoco […] Soprattutto è insubordinata»4.

L’alfabeto della lingua non gli può bastare: Michaux sente invincibile la necessità di creare il “suo” alfabeto segnico. Ma, se alla parola è legato un processo mentale, se la lingua è frutto di apprendimento e quindi va scritta con la mano dominante, il disegno può condurre la mano da sé, portarla via come quella del rabdomante attratto dalla sorgente, del sensitivo che avverte nel corpo il punto dolente, la malattia. La lingua non può essere selvaggia, ma il disegno, il segno, per Michaux lo può. Come se l’una appartenesse all’emisfero destro e l’altra a quello sinistro: entrambi reclamano di esprimersi.

Il Michaux scrittore può parlare del Michaux pittore: narrare lucidamente con la mano destra ciò che la mano sinistra ha tracciato in stato sonnambolico. Gli avvenimenti esistenziali lo “segnano” sempre. Già anziano, nel 1973, si frattura il braccio destro ed è costretto a lavorare col sinistro. La percezione dell’uomo “sinistro” – l’assopito dentro di noi, che uno shock violento, un’ìmprovvisa mancanza risveglia e riattiva – verrà teorizzata definitivamente in un test pubblicato nello stesso anno con il titolo Bras cassé.

Michaux vivrà, nella seconda parte della sua vita, più il silenzio dei segni che la lettera delle parole. Quel silenzio forse sta all’origine della specie umana, dei primi uomini che, scoprendo le tracce di un orso o di un bisonte, nel buio delle caverne, superati paura e stupore, scoprono il bisogno di esprimersi con un gesto ferino, imitativo, pulsione istintiva e liberatoria di qualcosa che ancora non si può nominare inconscio. Ma questo gesto primordiale, “spontaneo”, che incide la pietra, come può accadere all’uomo “culturale” a cui è negata per sempre l’ingenuità e l’innocenza? Quando è bambino, l’adulto gli mette in mano matita e foglio e gli chiede tacitamente di imitarlo.

La scrittura di Michaux – e ancora di più le sue taches – sembrano traversati da una scossa elettromagnetica, vanno al di là della parola come al di là del segno. «Mi piacerebbe poter disegnare le correnti che circolano tra le persone…Mi piacerebbe dipingere l’uomo al di fuori di se stesso, dipingere il suo spazio…»5 Il sistema nervoso ed emotivo è paragonabile ai sussulti della corrente elettrica in un corpo vivo. «Nei miei sogni di bambino, mai, me lo ricordo bene, fui principe conquistatore, ma ero straordinario nei movimenti. Un vero prodigio. Movimenti di cui, nella realtà, non si scorgeva traccia e che nessuno sospettava, tranne che per una certa aria assente e la capacità di astrazione». 6 È ozioso chiedersi se il suo disegno sia sintesi simultanea di un atto conoscitivo ravvisabile nel segno zen oppure un gesto medianico, quasi sciamanico, o entrambi. Se quel quid che fa scorrere la scintilla e prorompere il flusso creativo abbia una doppia natura, mentale e corporea, fredda e calda, e da quale altezza o da quale profondità esploda incontrollabile sul foglio, Entrambi sono frutto di attrazione e allontanamento, dal corpo come dalla mente, dalla mente come dal corpo. Michaux, il suo autentico autoritratto, resta sempre fuggente.

(1996)

1Dal catalogo Moments of a Vision, in Peintures, Parius, Maeght, 1976, pp. 39-40.

2E. Boissonas, L’éclatement de la couleur chez Michaux, in “La Nouvelle Revue Française”, febbraio 1995, in Peintures, cit, p. 35.

3Emergences-Résurgences, Genève, Skira, 1972., pp. 11-12.

4Ibidem, pp. 12-13.

5En pensant au phénoméne de la peinture (1946), in Peintures, cit. p. 38

6Dessiner l’écoulement du temps, in Passages, Paris, Point du jour, 1963, ripreso in Peintures, cit, p, 46.

*Tutte le immagini presenti nel testo sono opere di Henri Michaux.

Henri Michaux
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