LA CASA E IL TEMPO. Lucetta Frisa

1.

La casa ignota ci spoglia l’uno all’altra, febbrili. Fuori

ombre e sbarre, notte, cecità. Qui terra sempre più calda,

brividi e aria, colori. Mille mani orecchi narici occhi

per entrare angoli e odori, immagini e voci. Un lungo

tortuoso viaggio brucia la cenere e si libera nel fuoco

che già cresce dal basso e una sola fiamma avvampa letto

tempo e soffitto, devasta la difesa delle cose. Nelle pause,

respiro brezza mare e pianure, odori chiari, infinito

tenero al tatto. Ridiamo piano bisbigliando all’orecchio

parole piccole, sollecitando allluci e idee, bassi cespugli

di felci, onde quiete. Ad un tratto, la furiosa foresta, nera

e rossa d’improvvisi roghi, la fatica delle rocce, vertigine

e tempesta, cime ed abissi soli. Ci chiamiamo per nome lassù,

è freddo, un grido come un corpo per non stare aggrappati

al vuoto e cadere schiantati. Ora la casa ci parla affannosa

da tutte le porte crepe specchi serrature. Voci ebbre

di veglie e sonni, soffocate ariose di ritorni e partenze;

nascondimi ed aprimi, entra ed esci, porta tenda

fiinestra e muro, muro porta tenda e finestra e quella polvere

agli angoli prima non c’era e quello strano segno un po’ più chiaro

nei vetri di un’ignota luce?

Qualcuno comincia, lento, a vestirsi.

Victor Hugo

2.

Con mano irrequieta bussa alla porta e la soglia

cancella i suoi rovi, lontane foglie di passati

autunni. L’attesa è una casa ombrosa dove un lume

qua e là nasconde e trema nei nostri occhi

spaziosi, nell’aria del tuo respiro che si avvicina.

La parete già mostra venature segrete, insospettate

cavità, segni di future finestre. Tende, muri

e soffitti conoscono il loro destino che questa fiamma

tenace e piccola tramuta in brividi e cenere

per guidare i passi nella luce. Vieni, corriamo

corridoi trafelati, asfissiate stanze, angoli bui

di bambole rotte, sirene che insinuano nenie

a chi comprende solo il silenzio: e infine

le scale che volano alte fino al terrazzo sul tumulto

del mare. Là dove tutto sembra aprirsi, arrivare e

risplendere, la sosta è breve e lunga l’attesa

di nuove inquietudini. E sai che devi cominciare

a tornare, ripetere l’oscuro tragitto che sempre

inizia da porte chiuse e frementi, perché la casa

non è mai uguale.

Victor Hugo

3.

La casa è buia, cancellata dai luoghi.

Silenziosa, chiusa, abbandonata in fretta

o dopo titubanze e lunghe carezze ai mobili,

tanto calda e sensuale nelle notti e respinta

per grandi viaggi ventosi slacciati dai corpi.

Disseccata putrescente o prossima alla luce

in attesa di un nome chiaro, una strada esatta,

volti dai profili toccabili. Risuona

di fiati nascosti, ritmi convulsi o docili

come una grotta cava, i sonni vedono

mari antichi e futuri e poi ancora il vuoto

di passi in fuga o di indugi struggenti, finché

una bufera imprevista la squarcia, spalanca

il tetto, la grondaia e torna pietra affondata.

Polvere che qualcuno raccoglie per farne un altro luogo.

Victor Hugo

*I testi sono tratti da: Modellandosi voce, Corpo 10, Milano 1991.

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