EMPEIRIA. Carlo Penati

Carlo Penati, Empeiria, Anterem 2015

«abbracciati all’eresia salvifica

levatrice di ogni apprendimento

ci riconosciamo maestriallievi

quando parole che non sapevamo di avere sgorgano

e sostano

quel poco che basta

per lasciare ciascuno un proprio segno»

Il libro di Penati appare come un manuale di educazione filosofica scritto in versi, ma l’apparenza inganna. Il mondo non è mai come appare. Il poeta, da filosofo dell’esistente, sa che la verità è sempre poetica, e procede per asserzioni semplici (“Sciogliersi nell’unico conforto / dell’imprimere / la propria forma sulla carta del mondo// Antidoto all’inesorabile passaggio”) che quella semplicità articolano come una domanda attenta e feconda (“l’esperienza accade / sconcerta interroga appaga / scuote dall’assuefazione // diventa conoscenza”). Leggendo questo piccolo libro, ci si accorge di un lavoro discreto e quasi invisibile del linguaggio (“finalmente disperso sulla mappa bianca / tutto mi appare possibile // muovo la mia mente nella gravità del mondo// la curiosità mi guida / nel fervido vagare / dell’inesperienza”). Penati scrive come un monaco zen che non si vergogna della facilità con cui talvolta il sapere interroga se stesso: (“che cos’è il sapere se non / un continuo commiato senza partenza”?). Affronta con felicità le differenze (“cerco la linea di luce / il confine che congiunge / non la ruvida linea che separa / l’ombra dl diverso”) e libera una teoria della scrittura possibile (“ogni parola che scrivo evoca / mille altre parole escluse / che postano / in attesa di richiamo”). Fa circolare, in mezzo alle sue pagine, un’aria gaia, di modesta, fervida allegria. Non casualmente il libro pronuncia questi versi che sembrano appartenerci da sempre: “chiudo gli occhi per ampliare la vista // con entusiasmo respiro / la bellezza del sapere”. Non vedere per conoscere di più. per trovare nell’oscuro la forza della luce, è il desiderio di ogni veggente, di ogni poeta, da Rimbaud a oggi. Chiudere gli occhi è anche cercare il proprio accento riducendo le parole e le metafore, essenzializzando il dettato. La poesia di Empeiria sembra idealmente congiungersi agli ultimi tre versi, emblematici, del libro precedente, Il desiderio e lo specchio: «fuggo in un luogo inesistente / perché solo lì è possibile / immaginarsi estranei». Non resta che annotare i tre versi, di metamorfosi che chiudono invece questo libro: «e mentre la luce appare / ciò che c’era prima trasmuta / e non c’è più». (M.E.)

Carlo Penati (Legnano, 1954), tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 è stato fondatore e redattore della rivista di ricerche e studi letterari “Pianura” su cui ha pubblicato, tra l’altro, la raccolta di poesie Le stanze del più e del meno. Ha pubblicato, con FaraEditore, Vorrei imprimere un vuoto nell’aria. Nel 2010 sono uscite le raccolte Sincronaca (dagli anni
Settanta),
sempre con FaraEditore, e Sognare è un’imprudenza per le edizioni Campanotto. Nel 2011, nella collana Limina di Anterem Edizioni, pubblica il volume di poesie Il desiderio e lo specchio. Su “Anterem on line” i saggi Le ragioni del sentimento: filosofia e poesia in Maria Zambrano (2011) e La restituzione (2012).

Carlo Penati

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