L’ALTRA PROSPETTIVA

Vita a ritroso di Paolo Uccello

Rare persone circondano il suo letto; parlano di lui a bassa, voce come stesse per morire. Ma se comincia appena a respirare. Si dice che abbia curato con arte e perizia Le storie di Noè: e con diligenza esemplare lavorato a morti, tempeste e venti furiosi, dipinto lampi di saette e alberi troncati, descritto la paura degli uomini. Certo, soggiungono, non avesse avuto quella ossessione, non avesse scomposto il dipinto in linee e punti, cercando la misura aurea, la proporzione infallibile, l’armonia delle sfere: non fosse stato pazzo per la geometria! Parlano e parlano ma lui – quella forma allungata lì sul letto – ricorda un monastero, una vetrata, un pulviscolo; in una moneta o in una briciola cercava lo spazio della mente. Non sta morendo, lo sa. Oh, se potesse ancora lavorare all’acqua! Gli piacerebbe raffigurare un’onda dai contorni neri, scavarla fino alla goccia più minuta, qualche azzurro, un nero sottile; eccola immobile, perfetta. L’idea dell’acqua senza il peso dell’acqua, ecco cosa vorrebbe. Parla a fatica. sillabando le parole. Ma chi lo ascolta? Gli è impossibile pronunciare una frase che corrisponda a un senso; lo attraggono i suoni liquidi che sfiorano il palato e inventano suoni.

Un uomo sussurra:

-Bernardino della Ciarda, ricordi?

Uccello lo fissa in silenzio.

-Quando fu disarcionato.

Non ricorda niente, Perché non si accorgono che il suo viso è sempre più giovane? Se appena lo aiutassero ad alzarsi! Cosa significa quel letto di morte? Lui, un pittore? Gli ricordano disegni che non ricorda di avere disegnato: un intrico di linee, una cupola verde, cavalli che si slanciano nel bosco come sogni notturni. La prospettiva come una selva di punti, una foresta di rette, un intrico di alberi. Ma quale prospettiva! Chi può dire qualcosa di giusto? Quel corpo laggiù? Quella forma che chiamano Paolo Uccello?

Qualcuno gli riferisce di Giusto di Gand: si è impiccato due settimane fa. Ma chi era Giusto di Gand? Corruga la fronte. Dovrebbe provare qualche sofferenza? E per quale vita? Non può più ricordare. Tutto fluttua, senza angoli. Perché non gli portano uno specchio? Perché lo vegliano come se stesse per morire? Gli mettessero quel vetro davanti alla bocca capirebbero: il suo corpo è giovane, non ha neppure quarant’anni, perché lo onorano e lo piangono come quello di un vecchio? Tutti gli sguardi sono bugiardi. Tutti gli occhi non sanno vedere. Chi decide se la vecchiaia è l’incubo da cui svegliarsi o la giovinezza la menzogna che un vecchio demente racconta a se stesso? Qual’è la prospettiva reale? Eppure Paolo Uccello sapeva tutto di lei…

Ha appena sognato un essere che muta il corpo conservando immutato nei secoli il nome; e con quel nome viaggia senza sosta per tutte le regioni della terra, lasciando infiniti ricordi di sé da un punto all’altro del pianeta. Nessuno potrà sapere quale è stato esattamente il suo volto. Nessuno potrà catalogare tutte le sue opere. A che gli chiede come ha potuto dipingere quegli strani levrieri e quei boschi incantati, risponde di non averli mai dipinti. Se è giovanissimo, poco più di un ragazzo! Cosa ne sa un ragazzo di cieli turbinosi, vesti rosse, cani in fuga, favolose foreste?

-Sono un pittore di bottega.

La dama ride, lusingata dall’ironia della risposta. Anche il pittore ride, la faccia nel cuscino, ma vorrebbe strozzarla.

Un giorno raggiunse il monastero di san Bernardo dopo una lunga passeggiata tra i monti. Mentre fissava le foreste come un sonnambulo, un monaco lo salutò smettendo per un attimo di zappare la terra del campo. Non lo conosceva rispose al saluto. Venne invitato al monastero e festeggiato in una cena che durò dal pomeriggio fino a notte inoltrata. Al termine, il monaco più alto esclamò:

-Salutiamo in Paolo Uccello il più giovane dei sapienti. Egli, felice, alzò lentamente il bicchiere. Perché la veglia funebre continua? Quel bicchiere è ancora colmo di vino…

Il prete dice che presto si dovrà coprire il suo viso.

-Ehi, Paulo, ora che sarebbe il tempo di coprire tu scuopri!

Che sciocchezza, Donatello! Cosa dici? Io non muoio. Tu eri uno scultore e non sapevi guardare: ci sono costanti, nell’uomo, che mozzano il fiato. Sono i punti e le linee in cui la figura trova quiete. Come potevi amarle tu, corrotto dall’immagine umana?

Un pomeriggio d’aprile, in compagnia di Buoso, Paolo trafisse una beccaccia. L’uccello cadde ferito in una pozza d’acqua. Lo raccolse: lungo becco, grandi pupille nere, piumaggio bellissimo di un marrone caldo. L’uccello, squartato dalla freccia guardava i due amici con stupore. Il pittore, dopo aver ucciso la beccaccia, copiò la prospettiva del suo corpo.

Continuano a vegliarlo. E lui che vorrebbe dipingere un’onda come desiderò invano Leonardo! Un gorgo perfetto in ogni punto. Una vertigine limpida. E’ ancora così giovane! Potrebbe esserlo ancora di più, sogna di tornare nell’utero, essere inghiottito, sparire! Laggiù è tutto informe, nessuna linea, ma solo un moto di acque. Perché non c’è mai stata sintonia tra la sua idea dell’arte e le tele che trovava dipinte, affrescate a suo nome, in cappelle, sacrestie o pale d’altare, come cadaveri di cui era destinato a non conoscere i segreti, le prospettive, le forme?

Da sempre ama le pietre immobili, le montagne alte, i ghiacciai perenni. Odia la musica e i discorsi umani perché si sviluppano nel tempo, pretendono una sequenza, esigono un ordine. Preferisce oggetti che lo illudano dell’assoluto. Colleziona fossili etruschi, conchiglie dello Ionio, frammenti di vasi attici. È’ l’unica realtà di cui sia orgoglioso. Enumera, cataloga, conserva. Esercita la passione del controllo, officia i riti della memoria.

Ma quale memoria? La vita passa come un soffio. Le stelle sono polvere, come i corpi. Morte da tempo, si lasciano guardare. Vicinissime, quasi palpabili sembrano risplendere.

Quale sarà la sua età, ora? Gli specchi parlano lingue diverse, diaboliche. Paolo Uccello è quasi un bambino. Guardato da un vecchio infermo che vacilla, forse un amico, un compagno di bottega, non osa dirgli che non è vecchio come lui. La confessione gli mozzerebbe il fiato. Tutto quell’orribile segreto di bimbo assalito dalla morte! A che dirlo veramente! Da quanto tempo è ospite delle stesse braccia, dello stesso torace! Ma lui non è ciò che dice il suo corpo: è altro da quei polmoni che respirano, da quello stomaco che inghiotte, da questa voce che parla lì, nel letto, dentro un essere vegliato, preparato alla morte. Qualcuno gli crederà? E se lo confessasse un bambino? La sua innocenza lo allevierebbe dal peso di quella morte estranea?

Un ragazzo si china su di lui, lo ascolta.

-Vedi caro, io non sto morendo, io sono giovane come te.

Una donna tira indietro il ragazzo, spaventata. Bisbiglia, a voce bassa: è il delirio di un vecchio.

Perché non gli danno uno specchio? Perché la vita si allontana da lui?

È giovane, Paolo. Un ragazzo di sedici anni, lo testimoniano i documenti. Corpo snello, capelli neri, braccia robuste. Oppure undici o nove anni? Ma gli occhi, opachi, vedono appena. Non ha ancora cominciato a dipingere e la mente è già sommersa dai paesaggi di una vita intera – scene di battaglie, di diluvi, di santi – che ha pensato e dipinto, dal principio alla fine. Ma quando? Come ha potuto? Ora sta morendo ma non è come credono gli altri. Non è un vecchio sul letto di morte. Sua madre l’ha appena partorito ma qualcosa non è andato come doveva. Qualcuno fa rientrare la testa nel grembo con angolatura esatta. Non ha il tempo di vagire. Cosa significano i dipinti,le opere? Non ne ha mai creato nessuno. Sono stati i deliri di un altro, le prospettive di un architetto pittore vissuto con il suo nome, un usurpatore, uno spettro, uno specchio.

-Morrà allo spedale dei pazzi se delira ancora…

Paolo Uccello non è mai nato.

Con il mondo non ha mai trovato un accordo.

Oggi, 11 novembre 1475 fa testamento per una vita che non ha vissuto.

*Il testo inaugura Vite dettate (Liber, 1994) ed è il primo della lunga serie di racconti apocrifi che caratterizzerà la mia opera (M.E.).

Paolo Uccello

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