TEMPO E NULLA. Francesco Denini

a Hugues Dufourt

Forme della singolarità. Da Michaux a Quignard di Giuseppe Zuccarino (Milano-Udine, Mimesis, 2022) è un libro che favorisce la mediazione. Mi sento di affermarlo, pur comprendendo che tale idea possa risultare in qualche modo paradossale, in quanto il titolo si esprime apertamente a favore, semmai, della pluralità delle forme e dell’immediatezza della singolarità. Ma la lettura, che è anche sempre un po’ un’indagine circa i rapporti tra titolo e contenuto, mi sembra riveli più sottese complessità. Si tratta di una raccolta di scritti capaci, senza violenze, di far affiorare da tali “forme della singolarità” una concettualità orientante ma mai chiusa, tanto intimamente sistemica quanto poco o nulla sistematica. Michaux, Leiris, Klossowski, Beckett, Char, Blanchot, Jabès, Caillois, Simon e Quignard sono autori già precedentemente studiati da Zuccarino, ma la raccolta è comunque irriducibile al novero d’una notazione insistita. Il libro è filosofico, certo, nei modi in cui può esserlo un lavoro totalmente votato alla letteratura, quando la critica letteraria non si mostra “interessata alla filosofia” (sebbene non manchino riferimenti a Hegel, Heidegger, Sartre o Derrida), ma si concentra appieno sullo sviluppo dell’esperienza di sé, essendo volta ad indagare davvero la singolarità di ogni evento di scrittura. Ma la disposizione dei saggi, che comunque li collega fra loro, li rende anche complici di un’esperienza ulteriore. Ed è in quest’ultima che credo si possa scorgere l’agire della mediazione.

Riferendomi ad essa, penso che il libro non abbia nulla da temere se, in questa recensione, proverò a far risaltare spicchi del suo valore quasi “usandolo”, accostandolo a coordinate di pensiero a me più prossime, nate nell’ambito di una riflessione sul tempo musicale che non può rinunciare a una molteplicità di mediazioni. L’invenzione del tempo – poco importa qui decidere se si tratti di tempo razionale dell’orologio o di tempo inconscio della memoria involontaria – partecipa al nascere e maturare, specificatamente occidentali, della scrittura e della teoria musicale, in quanto passaggio da una dimensione antica (pitagorica ed eraclitea) dell’eterno scorrere del movimento, a una dimensione “creativa” ex nihilo (di origine sostanzialmente ebraica, ma parimenti moderna e dinamica) del cambiamento. Questa seconda dimensione, costruita tenendo conto delle conseguenze più ampie della rivoluzione cosmologica del XVII secolo, rivede e ribalta i rapporti tra necessità e libertà, tra mediazione e singolarità. In questo senso l’invenzione e costruzione del tempo (musicale e non) interroga quell’essenza della creazione (letteraria e non) che collega i saggi del libro di Zuccarino.

Sto parlando di razionalizzazione, di costruzione teorica del tempo musicale in cooperazione con le esperienze matematiche e scientifiche (di matrice araba) che hanno partecipato alla sua crescita? Sì, ma non solo. Sto parlando di una conversione che dia precedenza all’azione piuttosto che al pensiero teoretico? Il termine “singolarità” potrebbe suggerirlo, ma soltanto se ci si affidasse in toto all’accezione indeterminatamente oggettiva della parola. Senonché il libro è costituito solidamente sull’accezione soggettiva, più intimamente e propriamente letteraria del termine “singolarità”. I letterati francesi avvicinati in questo libro, e qui spesso legati da esperienze variamente connesse all’immagine pittorica, interrogano ognuno a proprio modo la soggettività, eleggendosi talvolta a decostruttori di essa, spesso a suoi problematizzatori, se non a suoi dissipatori.

Henri Michaux

I volti negati ed evocati, e i segni, di Henri Michaux risultano quali emersioni da uno spazio interiore che cerca l’immagine nel suo farsi, nel suo emergere dal nulla. Un altro modo per avvicinare il perturbante si ritrova in ciò che scrive Michel Leiris parlando di Francis Bacon: «Non sembra forse che un’arte di tal genere, in cui quasi in ogni immagine la bellezza e la sua negazione appaiono sovranamente coniugate, faccia eco alla doppia natura di quegli istanti che assaporiamo come i nostri istanti forse più specificamente umani, quelli nei quali – affascinati, sedotti fino alla vertigine – crediamo di toccare la realtà stessa, di vivere infine la nostra vita, per poi constatare che alla gioia si associa una strana dissonanza: l’angoscia suscitata da quell’istanza radicalmente nemica, la morte, che ogni presa in apparenza plenaria della vita ci denuncia come situata nella parte più intima di noi?».

Francis Bacon

L’eco di tale “doppia natura” si fa oggettiva nella citazione, geniale, di sant’Agostino, da parte di Zuccarino, per definire le delectationes morosae al fondo delle immagini erotiche di Pierre Klossowski: «Quelle cose alle quali lo spirito ha pensato a lungo, compiacendosene, ed alle quali si è legato con il glutine della sollecitudine, esso le trasporta con sé anche quando rientra in sé, in qualche modo, per pensarsi. E poiché quelle cose che per mezzo dei sensi della carne ha amato all’esterno sono corpi, e si è mescolato ad essi per una specie di lunga familiarità, né può portare i corpi con sé nel suo interno, in ciò che è come la regione della natura spirituale, esso rigira in sé le loro immagini e trascina queste immagini fatte in se stesso di se stesso». Ma se tale oggettività ha qui il suo lato più “caldo”, è in Le dépeupleur di Samuel Beckett che si può indagare la “fredda” immersione in un purgatorio cilindrico, desiderante ma senza sbocchi o reali godimenti, quasi rigettato all’indietro verso una vuota intermittenza del desiderio d’ascesa e di calore.

È sulla soglia della soggettività che accadrà alle immagini di René Char di incontrare il loro stato iniziale, sorgivo, il loro farsi evento-metodo nella notte: non l’attesa di un risorgere involontario della memoria e della durata, ma l’esercizio notturno della libertà della poesia permette a Char di ricondurre l’uomo a uno spazio intimo, in cui «il Tempo, orchestra da camera con ottoni, si mostrò impotente dinanzi alla candida candela». Perché, se sul fronte oggettivo il tempo si costruisce nell’esercizio della quantità, rafforzando le sue possibilità, sul fronte soggettivo l’inquietudine aumenta, l’esposizione al nulla si scopre, perde ogni schermo, fonda la ricerca stessa del tempo, rendendola più inquieta in se stessa, anche in senso autocostruttivo, sulle orme del mito di Sisifo. Per Blanchot, infatti, Sisifo è l’«uomo che lavora ancora, ma inutilmente, privato dell’opera del tempo ma non liberato dall’assenza di tempo, consegnato in essa alla dismisura dell’eterno ricominciamento».

E, di fatto, è Blanchot che si avvicina maggiormente al nucleo in cui la soggettività si fonda sull’incontro col nulla e si genera in un’assenza interiore. Anche se l’oltretomba prospettato dalle religioni non è più credibile, e se la discesa all’Ade conduce Orfeo nel «fondo della profondità non originaria, regione sempre altra, spazio del vuoto e della dispersione, quel vuoto e quella nudità diventano il volto nudo dell’incontro e la sorpresa del faccia a faccia». C’è dunque perdita del tempo divino, perdita del volto, forse della stessa notte autocostruttiva di Char, di ogni io intenzionale? Siamo forse prossimi al punto in cui la letteratura perde l’opera stessa? «Se l’unica maniera di preservare un qualche rapporto col sacro – dirà Blanchot parlando di Hölderlin – è quella di assecondare il distogliersi degli dèi, obliandoli a propria volta, allora anche il compito del poeta diventa più arduo».

Così s’inaugura la “teologia letteraria” di Forme della singolarità. Il saggio dedicato al tema del libro in Jabès può dirsi appunto un’indagine sull’ebraismo inconscio, laico, di tutta una parte della letteratura moderna occidentale? Sarebbe una tesi un po’ forte, ma risponderebbe appieno al vacuum magistrale su cui si apriva l’esperienza “totale” del Livre mallarmeano. La saldatura della scrittura «all’inquietudine, all’esigenza di domandare, di andare sempre alla ricerca dell’ignoto, in sé e fuori di sé», che Zuccarino ravvisa nell’ebraismo laico di Jabès viene evidenziata dalla versione della vicenda biblica di Mosè (la stessa che aveva ripercorso Arnold Schönberg in Moses und Aron) proposta dallo scrittore egiziano. Essa vede proprio nel passaggio attraverso la frantumazione delle Tavole della Legge il gesto umano che trasforma Dio in libro. Se in Jabès il sacrificio delle Tavole si fa interrogazione sempre sospesa della parola, nel Ponce Pilate di Caillois il sacrificio dello stesso Figlio di Dio si fa enigma aperto sul possibile, per via della possibile biforcazione, «l’incidente spesso minuscolo a partire dal quale la storia si è inoltrata in un divenire differente, producendo un mondo senza il cristianesimo».

Gastone Novelli

Un altro saggio torna sul rapporto con l’immagine pittorica, prendendo in esame il rapporto di amicizia e di affinità che si stabilisce tra lo scrittore Claude Simon, maestro dell’école du regard, e il pittore Gastone Novelli. Se tale rapporto favorisce in entrambi un rinnovamento stilistico, di rinnovamento parla anche la vicenda narrata da Quignard nel romanzo Carus. Si tratta della storia, piena di musica ed arte, di una depressione alla fine oltrepassata grazie alla vicinanza epicurea degli amici. Altrove, dopo aver a lungo riflettuto su due immagini arcaiche pregnanti, Quignard arriverà ad ammettere: «Scrivendo, ciò che cerco è il mancamento. […] È la possibilità di assentarmi da ogni cattura riflessiva di me stesso da parte di me stesso […]. Chi scrive si tuffa nella parola assente per trovare qualcosa che ignora il linguaggio, che non è né buono né bello, che atterrisce il linguaggio e appassiona i giorni».

Forme della singolarità ingenera in me la tentazione di spostarmi sui versanti della musica e del suono. Le grandi diadi ontologiche che hanno attraversato il Novecento – da Sein und Zeit e L’être et le néant fino al più recente L’être et l’événement di Alain Badiou, o alla contrapposizione che vuole riconsiderare il tempo al cospetto della Necessità dell’Eterno (Severino) oppure al cospetto della Libertà ontologica (Pareyson) – potrebbero essere riorientate, in modo certo più povero, da un qualche primato della diade tra Tempo e Nulla (in questa direzione mi pare si orienti il lavoro di Gino Zaccaria). Il tempo sarebbe allora quella costruzione umana votata a istituire dialetticamente la realtà, e l’uomo stesso, per cercare di far fronte alla propria inconsistenza e all’inconsistenza fisica del tempo? E se le indagini messe in campo dalle parole più profonde collaborano alla conoscenza che l’uomo ha di tale sua inconsistenza, la musica – nell’inquietudine con cui insegue le sue stesse possibilità e i suoi tempi – ne estende l’esplorazione reale e i vissuti emotivi? Si tratta, naturalmente, di domande che posso qui lasciare aperte.

Se questa mia utilizzazione del volume di Zuccarino lo rispetti o lo tradisca, a questo punto non so più dirlo, però vorrei aggiungere una nota personale. Da vent’anni mi accompagna la lettura dei libri di Giuseppe (legata per me alla lettura dei libri di Lucetta Frisa e Marco Ercolani: a tutti e tre va la mia gratitudine), e questo mi ha dato modo di elaborare un’esperienza, nei rapporti tra letteratura, filosofia e psiche, che ha assunto i tratti di un dipartimento di letteratura francese creato su misura per me, e tra l’altro utile a rafforzare i miei tentativi di approfondire notevoli vicende musicali francesi concernenti il tempo musicale. Tale esperienza ha contribuito a focalizzare un percorso parallelo in ambito letterario (anche questo è un modo di ascoltare la ferita al fondo di un mio musicale Klangfetischismus) con una raccolta di testi non a caso intitolata Suono. E il risuonare, indebito, di questo mio itinerario ha giocato un suo effetto durante molti momenti della lettura di Forme della singolarità. Penso che l’incontro con questo libro restituisca la forza di autodeterminazione che l’esercizio critico più solido sa fornire a chi vi si accosti, proteggendolo da quella pressione interna che, talvolta, può indurre anche l’artista più riconosciuto a sentirsi escluso dentro la propria singolarità, troppo vecchio, troppo giovane, troppo esposto al nulla o al tempo. Questa esperienza di scrittura, aiutandomi ad ascoltare il vento d’immagini da cui sorge, oggi mi dice che si è delineato un percorso di formazione, in quanto forma autogenerativa di una singolarità. Buon esito, in fondo, per un libro di critica letteraria, quello di accompagnare il vocìo interiore di un suo strano lettore. Mi lascia libero di meglio sprofondare, necessariamente, dentro il mio coinvolgimento con la musica e la composizione musicale, e con le poche uscite in frammenti di quell’itinerario di scrittura verbale di cui dicevo. Anche così possono sorgere singolari, e forse perciò meno paludate e più sincere, forme di gratitudine.

Francesco Denini

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