LA RISPOSTA DI BLOK

In Pietre anno IX, n. 1-2-3, gennaio-febbraio-marzo 1983, direttore Giuseppe Marcenaro

Dopo aver sprecato tanti anni a recitare parti mediocri in teatri di quart’ordine Ljuba è tornata a casa: viviamo insieme, ora, vive con noi anche mia madre. L’aria è irrespirabile perché non brucia bene la stufa. Fuori risuonano delle voci – adunate? assemblee? Ho lo stomaco vuoto. Esco raramente, uscire mi disgusta. La neve di Pietroburgo è putrida e preferisco soffocare nella mia stanza piuttosto che camminarci dentro. Ho dolori al torace, fitte acute e frequenti che mi tolgono il respiro. Ljuba esce a fare la spesa e torna dopo ore; le mani livide dal freddo passa pomeriggi interi davanti ai negozi con il terrore che, giunto il suo turno, tutto sia già stato venduto.

Io leggo, in qualche gazzetta, tiepide lodi al mio ultimo libro, plausi incerti e perplessi. Un critico attento giudica Mattina grigia un volume postumo. Non posso che concordare con lui: io volevo mettere assieme le poesie giovanili per dimostrare ai miei lettori che sono morto e che rivivere è impossibile. Non tormentatemi, lasciatemi tacere. Sono così stanco, in certe giornate, che dimentico quale colore avessero gli occhi di Ljuba ed è atroce per me, non ricordare che erano di un magnifico azzurro. I giorni della felicità e della rivolta sono rumori del passato. Dietro la marcia malferma dei rivoltosi, Cristo era solo uno spettro disegnato nell’aria da fiocchi di neve. Adesso, spente le fiamme degli incendi, il cielo è grigio La Nevà un fiume solcato da blocchi di ghiaccio. I cavalli che galoppano fra i canali non emettono un nitrito. La mia poesia è uno strumento troppo fragile – un violino forse? – spaccato da un colpo di zoccolo. La cassa è sfasciata, le corde recise, l’archetto giace nella neve. La musica è sparita e restano cadaveri privi di senso, la legna non brucia e riempie dii fumo la stanza, che aria irrespirabile, le adunate, le perquisizioni, i sequestri! Ljuba è invecchiata e litiga con mia madre. Io ho fame e quando scendo da letto mi muovo lentamente, una mano premuta sul cuore. Il poeta muore perché non ha più aria da respirare e la sua vita è priva di senso. Non è stata la pallottola di D’Anthès a uccidere Puskin ma la mancanza d’aria. Mia moglie mi sveglia alle due di notte e dice che lancio urla agghiaccianti. La mia casa è stretta come un pozzo. Il soffitto mura l’orlo del pozzo. A una lettura di versi, nello scantinato di un ristorante fuori uso, un giovane altezzoso parlava delle poesie di Blok dicendo che erano state scritte da un cadavere. Io, nascosto dietro la schiena di un amico, sorrisi.

Quando sono stato vivo?

Solo cercando di accordare la mia voce al ritmo della rivolta come una pietra, cadendo, si unisce al fragore della valanga. Solo quando, intorno a me, tutto bruciava, sapevo che era giusto. Anche la mia biblioteca venne ridotta in cenere, di Sachmàtovo restò un tiglio secco, tutta la proprietà fu arsa dal fuoco. Erano anni bellissimi. Mi ubriavaco, applaudivo le ballerine, ascoltavo romanze strazianti. Alle attrici che baciavo nei camerini lasciavo sempre il mio biglietto da visita. Volevo che dormissero con il mio nome sotto il cuscino. Erano anni di ebbrezza.

Sachmàtovo bruciata, mi acclamarono come un dio. Lessi I Dodici da una sala all’altra della Russia. Tutti mi ascoltavano ma nessuno mi parlava. sentivo gli applausi e le ovazioni di un pubblico eccitato dal ritmo febbrile del poema ma, in quegli applausi e in quelle ovazioni, non distinguevo il suono di una parola umana. Quale donna m avrebbe baciato se non l’avesse lusingata la speranza di leggere quel bacio descritto nei versi di un mio poema? C’era qualcosa di falso nella bocca delle donne come nelle braccia degli amici, quando mi cingevano con affetto le spalle.

Io sapevo tutto. Erano amici indiscreti e fedeli, attenti a spiare i miei gesti e la mia voce solo per trascriverli nei loro libri di memorie – testimoni della mia leggenda, penosi parassiti. Preferii voltare la schiena e non rispondere più alle loro domande, tanto li disprezzavo. Preferii essere giudicato un uomo mortalmente solo. È disonesto che un poeta già stanco e malato legga antiche poesie sapendo che sarà deriso da fischi impietosi quando la sua voce intonerà versi più sommessi. Fate parlare un altro, vi prego! Salga un altro sul palcoscenico e martelli l’uditorio con la sua voce metallica! Sulla scrivania, davanti al letto, ci sono dei fogli. Fogli bianchi. Perché Ljuba non li brucia? La stanza sarebbe meno fredda se da quella carta salisse del fuoco. Sono arrivati i vascelli? Non arrivano! Come possono arrivare? Bisogna avere speranza, non guardare l’orizzonte come si guarda il fondo di un pozzo. Io cerco l’ultimo atto della commedia. Deporre il mio viso – questa maschera che gli anni non riescono a coprire di rughe – nell’angolo di un cortile qualunque, perché vi giochino dei bambini sporcandola di polvere, lacerandola in mille pezzi nella foga del gioco.

So che nulla è più possibile. So bene come il cielo notturno sembri limpido a chi desidera uccidersi. Perché Ljuba non ha compassione? Perché non brucia I fogli strappando dal mio sguardo la tentazione di scrivere? La stanza sarebbe meno fredda e i pensieri meno caotici. Con il passare del tempo ho perso un’abitudine della mia giovinezza: fermare uno sconosciuto, in piena notte, e mettere un braccio sotto il suo; parlargli con dolcezza, forzarlo ad entrare in un caffè deserto, leggere nei suoi occhi il terrore di essere derubato; farlo sedere e e poi versare nel suo samovar un té caldo, ridendo della sua paura e del suo stupore.

Ma ora non cammino più di notte. La mia mano, cercando di aprire un cassetto, sprofonda nel buio. Come vorrei saper pronunciare le soavi e perverse parole sul futuro che certi personaggi di Cechov, baciando i loro cari, sussurrano con ipocrisia quando ha fine il racconto.

Quante volte, camminando a notte alta lungo i canali deserti, ho guardato l’acqua della Nevà pensando che si fosse appena increspata e richiusa sul corpo di un uomo! Quante volte ho avuto la sensazione che uno sconosciuto, offeso dalla vita e disgustato dal suo orrore, si fosse appena tuffato nella corrente gelida! Io mi affacciavo, il ventre piegato sul parapetto, e non vedevo nulla; sentivo solo dei pezzi di ghiaccio galleggiare nell’acqua smossi dalla corrente. Molti anni fa credevo che dovere dell’artista fosse sentire la musica di cui risuona l’aria dilaniata dal vento. Credevo che esistesse ciò che io volevo esistesse. Ma le illusioni sono crollate e ora mi trovo in questa camera fredda, con la voglia di tossire, torturato dal pensiero di essere in un pozzo stretto dove voleranno i corvi. Sento già il cielo da azzurro diventare nero perché si sono addensati insieme, guardano il mio corpo dall’altezza di venti metri aspettando il momento propizio per piombare sul mio petto e piantare i loro becchi sul mio torace immobile.

L’ossessione si placa, come il dolore, solo quando Ljuba mi tocca la fronte. Avrei bisogno di medicine ma fuori è buio e cade la neve. Neve, ghiaccio, farmacia. Non ho la forza di cercare una candela e di avvicinarla al vetro per vedere se la farmacia è aperta. Non ne ho la forza, resto a letto immobile, mentre Ljuba lava piatti e posate, litiga con mia madre…

Il solo verso che ho trovato in questi anni di silenzio non l’ho scritto io ma Kostantin Fet: lo ripeto ogni giorno verso le cinque del pomeriggio, come si ripete il nome di una sorgente, con la stessa dolcezza…

Qui l’uomo si consuma…l’uomo si consu…l’uomo si…

Con il passare dei giorni sono sempre più simile a mio padre. La mia stanza fredda ricorda la sua camera spoglia di mobili, il pavimento invaso da panni sporchi, pezzi di carta, fiammiferi bruciati. Lui restava immobile per ore nella stessa sedia, le mani ferme sulle ginocchia, le spalle dritte, la testa eretta, sognando che dalla stanza vicina un pianoforte suonasse l’Aurora di Beethoven. Le dita mi fanno male. Sono stanco. Anche le notti mi sembra che abbiano perso il loro candore. È la fine? Talvolta, quando potevo ancora camminare, il corpo mi cedeva all’improvviso e le gambe si piegavano. I muscoli di tutto il corpo erano colpiti da un sonno invincibile. Ma io non dormivo, i miei occhi erano spalancati benché le braccia fossero molli, svuotate di forza. Una volta, il corpo gettato sul marciapiede, un cucciolo mi lambì la guancia con la lingua (ero ubriaco)… Una bimba lo seguiva, la sentivo tossire, una tosse sorda, continua. Si chino verso di me, un ciuffo scuro sulla fronte, la gonna aderente alle ginocchia. Resto un attimo a guardarmi. Aveva sopracciglia nere, naso diritto, orecchie attaccate alle tempie, dimostrava nove anni. Io non riuscivo a muovere la testa, non dissi neppure una parola. Lei affondò la mano nel pelo del cucciolo, sorrise, avvicinò le sue labbra alle mie. Le senti fresche, sottili. Poi rovesciò la testa all’indietro, il ciuffo le sparì dalla fronte, gli occhi brillarono, la vidi ridere in modo osceno e sfrontato, come la bambina sognata da Svidrigajlov la notte del suicidio…

È notte ovunque. Alle sei di sera. Alle sei del mattino. Notte ghiaccio neve farmacia. La farmacia è chiusa. Il lampione manda una luce giallastra. Sento dei rumori sordi venire dal salotto, come se un coltello affondasse nella stoffa. Ljuba è sulla soglia, grida. Cosa succede? le sussurro con calma. Lei tace. Vedo un giovane e un vecchio entrare nella mia stanza, hanno giubba e calzoni grigi, una cintura di cuoio alla vita. Senza neppure guardarmi affondano le mani nei fogli sparsi sulla scrivania e, vedendo che sono bianchi, li gettano via con un gesto di rabbia. Scaraventano la lampada a terra, forzano i cassetti con un cacciavite, distruggono la serratura dell’armadio con la punta di un coltello, frugano nella biancheria e fra i vestiti tagliando e strappando, come se cercassero qualcosa. Uno di loro arriva a palpare il guanciale dove appoggio la nuca. Mi sento sollevare la testa. Perché non andate via? Siete vivi? Vi sto sognando? Se cercate manoscritti da incriminare frugate altrove: qui si parla di usignoli e di bellissime sconosciute. Non sentite che l’aria è irrespirabile, che la stufa manda un odore acre? La legna è cattiva. Si può ancora vivere? Il pozzo è stretto, i corvi immobili sull’orlo, ma non sembra che vogliano aggredire. Da quando hanno bruciato Sachmàtovo e tutti i castagni del bosco sono stati arsi dalle fiamme non cii sono più alberi buoni, da cui ricavare il suono di violini. Uscire a raccogliere legna significa portare a casa qualche ramo nero e umido di neve che, bruciato, non darà altro che fumo, fumo acre, irrespirabile.

Voglio aprire una lettera, fra le tante cadute dal tavolo. (Loro sono andati via, sono solo). La lettera porta la data di qualche mese fa. Non ci sono, dentro le pagine, quelle frasi umili e false con le quali uno scrittore esordiente presenta al celebre poeta i suoi versi mediocri. Forse – e sarebbe la fortuna più grande – tu, che mi scrivi, non sei ancora un poeta ma vivi per esserlo. Sarebbe possibile, dopo tanti anni, che qualcuno desideri la mia amicizia e mi scriva solo pe rquesto? Vorrei crederti quado dici di volermi vedere ma ho paura di crederti. Comunque, ti aspetto. Se vieni mi farai piacere. Sarebbe bellissimo vedere spalancare la porta con un gesto sicuro, e tu avvicinarti al mio letto per aggiustarmi la nuca sul cuscino perché da qualche giorno il collo mi fa male. Le tue dita sono fresche, gentili. Come è giovane la tua mano! Forse non hai ancora vent’anni. Prega con me per la pace e per la libertà della Russia che ci sono tolte e che sono indispensabili all’armonia del poeta. Prega non per la pace esteriore ma per quella creativa, non per la libertà puerile di muoversi ma per quella segreta di creare. Il poeta muore perché non ha più aria da respirare e la sua vita è priva di senso. Non è stata la pallottola di D’Anthès a uccidere Puskin ma la mancanza d’aria. O D’Anthès.… (ME.)

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