PREFERISCO SPARIRE. Dialoghi con Robert Walser (1954-1956)

*Le brevi pagine che seguono, nella versione originale e nella traduzione in francese di Sylvie Durbec sono, nella finzione del libro, l’unico foglietto che il vecchio scrittore Robert Walser consegna al giovane psichiatra Karl Weiss come testimonianza della sua scrittura nel manicomio di Herisau. Preferisco sparire è stato pubblicato, nel 2014, dalle edizioni Robin (M.E.)

Contemplazione

Vedo di fronte a me così tanto tempo, non posso ingannarlo se non con un artificioso trastullo, sono lieto di tutto cuore di aver trovato questo passatempo. Non mi si vuole, né mi se può dare un’occupazione, non si ha bisogno di me, sono completamente al di fuori di ogni necessità, ebbene, allora sarò io a servirmi di me stesso, sceglierò da solo il mio scopo e mi considero sufficientemente portato per svolgere qualsiasi lavoro, fosse anche il più strano ed inutile. Sono robusto e pesante e pieno di sentimenti, e di capacità pratiche non comuni. Per quanto possa anche essere miserevole la mia attuale condizione in questa Herisau, io mi sento comunque stranamente libero e coraggioso, e il mio cuore è abile nello scovare pensieri consolanti. Solo di tanto in tanto, per dirla apertamente, mi sento triste e privo di speranze, penso al mio futuro come a qualcosa di perduto e di oscuro, ma si tratta solo di momenti, e nulla di più.

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Chi dice sentire dice memoria, chi dice memoria dice movimento, chi dice movimento dice quella concretezza piantata da qualche parte, che prende slancio da un punto preciso, Le belle nuvole fuggitive grandiose non sono attaccate a nulla e quindi non producono nessuno scuotimento, Ci sono montagne di nuvole e fortezze di nuvole la cui posizione ha qualcosa della noncuranza dei cigni che ruotano, dell’indolenza di donne che si lasciano andare a un sorriso, a un gesto. Le variazioni del bello e del sublime culmina non una docilità silenziosa e totale, come accade per idee elevate, opere di pietà di giustizia o d’amore. In un silenzio inudibile il più maestoso dei concetti si allontana, soffiato via dal buco arcaico dove scaturisce il vento.

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In questo istante, per esempio, gli alberi sono scossi dal vento per la ragione, immediatamente impercettibile, che sono perseveranti, Nella misura in cui i rami si rilasciano, può nascere quel senso di scuotimento. Se non fossero ben radicati non si potrebbe parlare delle loro foglie e di conseguenza non ci sarebbe ragione di sentire nulla,

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Non si sveglia mai. Vive solo nel sonno, Cresce ma continua a dormire, Vive negli ospedali. Io lo vedo mentre dormo ,io povero calzolaio, amico di amici(lui non ha né padre né madre). Mi chiedo cosa stia sognando. Non lo so, Ma lui preferisce non svegliarsi. All’età di sedici anni, ne sono testimone, finalmente muore. Forse è andato a riposare in qualche altro regno, senza lasciarci un cenno.

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I pittori, la materia del mondo la appiattiscono nella tela con bellissimi colori e lì la guardano stupiti. Fissano mappe, cartografie,mondi paralleli, sfaviillanti. Non si accorgono che fuori si è già scatenato l’ultimo temporale della terra, che nessuno è più vivo e che stanno decorando l’interno delle loro tombe con offerte segrete. O forse se ne sono accorti,lo sanno da sempre e sorridono proprio per questo.

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Mentre camminava per le coline, da ore e ore, si accorse di stare sognando e cercò di svegliarsi, ma fu inutile. Continuò a camminare per boschi e radure senza sentire la fatica, e quando una donna lo guardò e gli sorrise, non provò nessun rimpianto per il mondo nel quale non riusciva a tornare.

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La musica non gli piaceva. Per lui era così bello non sentire suoni. Ma un giorno fu costretto a rimanere dietro una cascata e da allora capì tutti gli incantesimi che possono essere generati dalla fresca, ininterrotta dolcezza del suono. Come faranno,i libri, a restituire quell’incanto se non mancandolo sempre? Se non restarsene muti a desiderare quel suono?

*

Ci si chiede perché non sarebbe necessario trovare una finestra perché un paesaggio abbia un senso, Senza delle finestra da cui possa essere visto tutto questo mare di campi e di alberi è una musica indefinita senza strumenti.L’arte di quale fuga?

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E si ritrova dove non credeva di essere, tante ipotesi sul tappeto, un passato che parla il suo interrotto futuro.

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Di certe vite che si vedono sommerse non si devono piangere mai, sono opere delicate, nomi interrotti, Occorre guardarle dal vetro ma senza gridare.

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Tutto questo sparire è un essere molto chiari nella notte e nel sonno, è dimenticare il respiro sulle rive del fiume.

Non avere quasi nulla. Terra senza di noi, da vedere a notte alta, sognando.

Resta il segreto della terra fresca,il foglio trovato per caso, dentro una pietra spaccata. Ma non è una pietra. Guardala bene: è un diamante intatto.

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Studiare la paura riga per riga: diari di poeti, viaggi,vertigini, nuvole sparse. Così la gioia.

Tutto ancora esiste.

Specchio di quando smetterà di esistere.

**

Cantilena

che trascrivo con frasi dettate

da questo mio dio nelle dita

e sparisce il mondo fuori

neve monti giardini

ripeto la cantilena

termino il libro

poi esco nel mondo vuoto

**

Una bella aria

che al cielo stellato mi faccia salire

dal folle frinire

nella terra cara

**

Scrivere

noi

percorrere

noi

che domani non saremo più noi

pregare il mondo

perché nulla di quello che esiste

fermi i nostri pensieri

focili fiori delicatissimi del futuro

Non essere

più.

**

Cado in disparte

nn triste

odia i tristi

il mio sorridente dio

Contemplation (traduzione di Sylvie Durbec)

En face de moi, beaucoup de temps. Je ne peux le tromper qu’avec un jeu artificiel, je suis bien content d’avoir trouvé ce passe-temps. Personne ne veut ni ne peut me donner une occupation, personne n’a besoin de moi, je suis totalement inutile. Alors c’est à moi d’être utile à moi-même, de me choisir un objectif tout seul, et je me sens capable de développer une occupation quelconque, fut-elle la plus étrange et la plus inutile. Je suis robuste et fort, plein de sentiments et de capacités pratiques peu communes. Pour autant que soit misérable ma condition actuelle à Herisau, je me sens toutefois étrangement libre et courageux, et mon cœur est habile à débusquer des pensées consolatrices. De temps en temps, pour dire les choses ouvertement, je me sens triste et sans espérance, je pense à mon avenir comme à quelque chose de perdu et d’obscur, mais seulement par moments, rien de plus.

Qui dit entendre dit mémoire, qui dit mémoire dit mouvement, qui dit mouvement dit cette réalité plantée là qui prend son élan à partir d’un point précis. Les beaux grands nuages fugitifs ne sont rattachés à rien et ne produisent aucun bouleversement. Il y a des montagnes et des forteresses de nuages dont la position ne tient nullement compte des cygnes qui nagent, de l’indolence des femmes qui se laissent aller à un sourire, à un geste. Les variations du beau et du sublime culminent en une docilité silencieuse et totale, comme c’est le cas pour les idées élevées, les œuvres de piété, de justice ou d’amour. En un silence inaudible, le plus majestueux des concepts s’éloigne, rejeté loin du trou archaïque d’où jaillit le vent.

En cet instant, par exemple, les arbres sont secoués par le vent, du fait, immédiatement perceptible, qu’ils sont persévérants. Dans la mesure où les branches s’abandonnent, ce sentiment de secousse peut naître. Si les arbres n’étaient pas bien enracinés, on ne pourrait parler de leurs feuilles et par conséquent, il n’y aurait aucune raison d’entendre un quelconque son.

Il ne s’éveille jamais. Il ne vit qu’en dormant. Il grandit mais il continue à dormir. Il vit dans les hôpitaux. Je le vois bien tandis qu’il dort, moi, pauvre cordonnier, ami de ses amis (lui n’a ni père ni mère). Je me demande à quoi il rêve. Je ne le sais pas. Mais lui, il préfère ne pas se réveiller. A l’âge de seize ans, j’en suis témoin, enfin il meurt. Peut-être est-il allé se reposer dans quelque autre royaume, sans nous laisser plus de signe.

Les peintres aplatissent la matière du monde sur la toile, en de très belles couleurs et ils la regardent frappés d’étonnement. Ils contemplent des cartes, des mappemondes, des mondes parallèles et brillants. Ils ne s’aperçoivent pas qu’au dehors s’est déchainé le dernier orage de la terre, que tout le monde est mort, pendant qu’ils décorent l’intérieur des tombeaux avec des offrandes secrètes. Ou s’ils s’en sont aperçus, ils le savent depuis toujours et sourient justement à cause de ça.

Pendant qu’il marchait dans les collines, depuis des heures et des heures, il s’aperçut qu’il rêvait et chercha à se réveiller. Mais ce fut inutile. Il continuait à marcher à travers bois et clairières, sans ressentir la fatigue, et quand une femme le regarda et lui sourit, il n’éprouva aucun regret pour le monde vers lequel il ne réussirait pas à revenir.

La musique ne lui plaisait pas. Pour lui c’était aussi beau de ne rien entendre. Mais un jour, contraint de rester derrière une cascade, il comprit dès lors tous les enchantements que peut générer la douceur ininterrompue et fraîche du son. Comment feront les livres pour rendre cet enchantement sans le réduire ? Si ce n’est en restant muets pour nous le faire désirer ?

Il se demande s’il ne serait pas nécessaire de trouver une fenêtre pour que le paysage ait tout son sens. Sans les fenêtres d’où il peut les voir, cet océan de champs et d’arbres est une musique qui n’est pas jouée. Art de quelle fugue ?

Et on se retrouve là où on ne croyait pas être, autant d’hypothèses en jeu, un passé qui parle d’un futur ininterrompu.

De certaines vies qu’on dit souterraines, on ne doit jamais pleurer : ce sont des œuvres délicates, des noms interrompus. Il faut les regarder par la vitre, mais sans crier.

Toute cette disparition a une existence très claire dans la nuit comme dans le sommeil, comme oublier de respirer sur les rives du fleuve.

N’avoir presque rien. Terre sans nous, à contempler en pleine nuit, comme en rêve.

Reste le secret de la terre fraîche, la feuille trouvée par hasard, une pierre brisée à l’intérieur. Mais ce n’est pas une pierre. Regarde-la bien : c’est un diamant intact.

Etudier la peur ligne à ligne ; journaux de poètes, voyages, vertiges, nuages épars. Ainsi la joie.

Tout existe encore.

Miroir de ce qui n’existera plus.

**

Cantilène

que je transcris avec des phrases dictées

de mon petit dieu dans mes doigts

et disparaît le monde du dehors

neige montagnes jardins

je répète la cantilène

je termine mon livre

puis je sors dans le monde

dans le monde

qui est vide

qu’au ciel étoilé

*

un bel air me fasse monter

du bruissement peuplé

de la terre aimée

*

Ecrire

nous

parcourir

nous

qui demain ne serons plus nous

prier le monde

pour que rien de ce qui existe

n’arrête nos pensées

douces et très délicates fleurs du futur

ne plus

être

*

je tombe à l’écart

je ne suis pas triste

il déteste les tristes

mon souriant petit dieu

Sylvie Durbec, Disegni

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