FATICA NON NEMICA. Maurizio B.

*Nel 2014 Maurizio B. si esibisce a Contemporart Hospitale d’’Arte, recitando un suo racconto in versi, accompagnato da una voce femminile e da una chitarra: questo è il testo del suo racconto-poema. Contemporart Hospitale d’Arte (Villa Piaggio, Corso Firenze 24, Genova, www.contemporart.eu) è un’associazione che ospita eventi di musica, teatro, danza, readings poetici e filosofici, incentrati sul tema arte e diversità. Tra le sue iniziative l’inaugurazione di una “Biblioteca Bandita”, destinata a raccogliere libri e testi sommersi di arti e scritture irregolari.

Gustavo Giacosa

FATICA NON NEMICA

Di Maurizio B.

La fatica non nemica fa parte

di lei, della vita…

*

Bùttati.

E sia, anche se il calcolo mi da’ come sicuri grossi danni. Urlo come un samurai e mi butto. Terrore, magia, i rovi mi accolgono come le braccia di una madre e dolcissimi mi accompagnano a terra, certo loro me lo avevano detto, ma tu va’ a capire. Apro gli occhi, profumo di humus mi accompagna, mi porta a casa. he mi prende? Perché bisogna partire?

Alzo gli occhi, lo zaino mi parla: è un giorno di bagagli, questo; il pensiero rassegnato. Preparo cibo e caffè, abbigliamento tecnico e anche Damina, il cane, capisce che non tira aria buona.

Siamo pronti. Via. Poche gocce ma grosso vento caldo. Burrasca, dettaglio marginale.. Comincia il finimondo ma è notte di bagagli. Un pensiero, perché? Come se sia dato all’uomo di conoscere le risposte.

Ricevo l’invito di una mulattiera, non la conosco ma è il Percorso. Pioggia, case buie e luci gialle, un filo spinato mi strappa i calzoni. Discesa e di nuovo sulla via, sono passati i taglialegna. Sento un fiume è gonfio ma già sono bagnato, il problema è uscire. L’acqua alle ginocchia lo percorro, finisce il muraglione, esco.

il cane piange, non ce la fa. Torna dentro. Piange. Arrivo, amico canide, ma non ti piacerà. Lo agguanto per la collottola, insieme tra i flutti. Mi merito un po’ di caffè.

Di nuovo sulla via maestra e nuova mulattiera, si sale ma l’acqua è tanta. Vuoi vedere che è scoppiata una fogna? Affermativo: troppa acqua, troppa puzza e bucce di arancia. Scendo e continua il finimondo. Riscendo e continua. Il cane e io bagnati.

Sono a Sestri, cerco una sosta, sono al porticciolo. Baracche e tettoie, un angolo nascosto, sento odore di morte. Un rampicante troppo cresciuto conferma: questo uomo più non è. Per quanti anni ho sentito questo odore prima di capirne il messaggio: queste cose hanno perduto il loro amico, aspettano un nuovo prescelto.

Prendo fiato, rispettosamente in piedi, intanto la pioggia cessa. Bacio, il caffè. i muovo lento, stralunato, non vedo niente che mi stimoli in qualche modo. Come si fa a smettere di fumare? i tornano i pensieri, non so chi li ha scritti però parla il Custode, nome dai molti significati.

Qualcuno mi ha guidato fino alla stazione di Varazze. Il cane trova subito il ristorante, molte persone mangiano, adesso mi viene da pensare che doveva essere l’ora di pranzo. Damina si fa invitare, mangerei anch’io, ma vado via, cammino un po’ verso ovest; la sento dietro di me, ha mangiato e io sulla panoramica vista mare prendo un po’ di caffè.

Cammino sull’Aurelia e tanto per cambiare cerco una sosta, sono stanco, ho anche sonno. Trovata in mezzo ai lentischi. Solitudine e conseguente meditazione portano a cercare nuovi sbocchi o strade dove poter esprimere la spiritualità/realtà emotiva. A questo punto nasce infatti un impulso cerimoniale che potremmo definirei come una ricerca di un dialogo con il circostante. È così che gesti consueti acquisiscono una valenza comunicativa consentendo una espressione della realtà emotiva e una interiorizzazione dell’esterna. Questa modalità inconsueta di espressione porta l’essere umano a porsi alcuni interrogativi sulle invece consuete modalità comunicative. La parola sotto le varie forme di discorso, discorso, dialogo, canto. L’arte ingenera danza, pittura, lo sport come espressione di ricerca dei limiti.

Quante cose vanno perdute quando si instaura quello che da un lato può essere letto come un sovraccarico di informazione? Quale differenza tra la persona che ripete per anni lo stesso gesto (ballerino o atleta?) e un’altra che da semplici azioni ricava poche misurate parole?

Giunge il sonno nel profumo d’erba, è garantito un buon risveglio, un sereno cammino. Sono di nuovo qua, di nuovo io. Come sarebbe bello se la luce di una candela fosse sufficiente per scrivere. La lampadina mi ferisce. Un sacco di cose mi feriscono. Ho voglia di tornare a Mornasco, la più grossa cinghialata della mia vita. Non è una scelta facile. Il primo dovere della mia vita è cercare di star bene quindi – stai con Raffaella, mi dico. C’è una difficoltà: da troppo tempo una parte di me attende uno spazio di espressione. La mia regola della giusta misura mi impone di tenerne conto. Il pericolo è quello di avere necessità di uno sfogo disorganizzato. Ci vuole cautela anche nel reprimere parti di se stessi che disturbano la quiete, scomode.

**

Lontano

nel nulla

ti sembra

vedere tornare la vita

componi te stesso

respiri

con gli occhi fai grande

più grande

questa nuova venuta

nebbia infinita

lontano

nel nulla

ti sembra

comporre la vita.

**

Il cucciolino abbaia. È’ pieno di difetti, uno dei miei amici canidi. Per esempio mi mangia le ciabatte e ruba, però fa bene la guardia. Quando dormo, amici o nemici nessuno può passare vicino alla casa senza che io ne venga informato. Poi torna, cerca le coccole, è il suo modo per raccontarmi tutto. Ha abbaiato, fatto grr e l’intruso è velocemente entrato in casa sua.

**

Comunque, nonostante tutto, la loro compagnia non è bastata,

La solitudine mi ha fatto male

lame alla gola

di chi ferma

il respiro dell’amore

il custode aspetta

solo una vita

solo un lavoro una fatica

senza che appaia

visibile un segno, un senso.

Per piccole o grandi spalle

piccola o grande fatica, segno..

Senso. Verità.

Sennò, dove cercare senza

sapere cosa?

Qualunque e dovunque ma

troppo grande per piccoli

occhi la triste verità.

ci resta un po’ di cibo

il tenero germoglio

sempre che sia nato

Di un nuovo futuro.

**

Vivrà soffocato da tanta malerba? Possibile che essa diventi per lui fertile terriccio, prezioso nutrimento? Questo lo stato d’animo. D’altronde la civiltà occidentale è in decadenza economica e morale. Certo il progresso è un processo positivo ma, insieme a tutte le conquiste di cui posiamo godere, il nostro percorso ci ha portati a dimenticare qualcosa di essenziale. Prova ne sia che non vi è un rimedio a tutto un sacco di storture. Mordi la prima mela non funziona, il Carpe diem è distruttivo. Ci vuole empatia, affetto, per tutto ciò che ci circonda, non importa il prezzo.

**

Una carezza e…

torna la vita

una ciocca sul viso

e senza vedere

so ciò che mi aspetta

una pelle di seta

e senza spere

vicino un calore un sapore un cadere

un amore

Aspettare finire la notte

e solo potere vederti volare

solo sognare.

una carezza e…

Raffaella dorme, i miei sentimenti vegliano.

che devo fare?

Dove trovare lo spazio per un piccolo re?

Datti tempo, mi direi, ma quanto?

La mia vita è un punto interrogativo, posto che esistano vite certe.

**

Una buona giornata, che mi porta a una sera dai mille dubbi, mille rigagnoli di unico grande lago: che fare di questa mia vita? Che fare, alla luce dell’inversione del pensiero di Cartesio? E di una diversa interpretazione dei vangeli? Della rivelazione animista? Dell’utilità di parte della filosofia orientale? Troppe domande. Per ora ritengo di accontentarmi di una: chi sono? Un tagliaboschi, un raccoglitore di more o il Custode del Tramonto? Un San Francesco? Mi torna utile riordinare alcune direttive primarie figlie della saggezza dei 50 anni. 1. Stare bene (leggi evitare ricadute psicotiche) per me, i mie figli, i miei cari, tutta la società civile. 2. Pagare la mia indole che non sopporterebbe l’eterna attesa (leggi rischio suddette ricadute). Non posso vivere senza il bosco, non posso stare bene se mi isolo troppo. Ho chiaramente bisogno di conciliare queste due verità. Per il momento la questione cruciale è la casa in vendita.

Devo trovare una giusta dimensione in entrambe le possibilità, che si venda o no ogni momento è una ripartenza, un divenire. Di nuovo qua di nuovo io. Sospeso ascolto, interpreto. L’eccesso di interpretazione è un sintomo psicotico ma non mi sembra questo il caso, manca completamente il delirio di onnipotenza, anzi, mi sento piccolo come piccoli sono effettivamente gli uomini. Diminuire a coscienza di sé è il modo per meglio comprendere quello che ci circonda, esseri umani compresi. Il mondo è invaso da voci che vorrebbero farsi ascoltare. Cartesio sostiene: Cogito ergo sum, chiudendo il significato, la motivazione della nostra vita dentro il piccolo essere che ognuno è. Sum ergo cogito mi porta a pensare che il significato della nostra vita sia talmente grande e importante da non poter essere compreso dalla nostra limitata mente.

Certo ribaltare completamente il pensiero del grande filosofo è riservato ad eminenti studiosi. Ma io persevero e dico anche la mia sull’interpretazione dei Vangeli. Il santo Bambino nasce e cresce in una povera e decorosa famiglia poi avverte una vocazione e parte per predicare al mondo. Molte persone vengono attratte da questo Messia che predica e pratica il bene. Così come molte persone potenti ne vengono disturbate. Qui il nostro eroe viene imprigionato, conosce il male, la sofferenza, muore. Secondo me la morte è un’allegoria come la resurrezione, si vuole invece parlare della nascita di un uomo nuovo, più completo, che sa, che conosce il bene e il male.

Ci sono due livelli di realtà – una piccola realtà, che è il nostro raziocinare, e una grande realtà che comprende l’universo. Se noi saturiamo la vita di raziocinio perdiamo la facoltà di comunicare con la grande realtà di cui il nostro inconscio fa parte.

**

Di qui, di là, dal canto allunga e trova la via.

È stato e sarà della scienza del sale,

conosciuto davvero per la fine del tempo.

Là dove scende

o vive senza capire

Custode del tramonto

del tempo che prego sia senza vento.

Sia nuova forza la tradizione perduta,

ed ogni sabbiosa cancellatura.

Fuoco e fiamme

È di nuovo mattina,

mi sento cerebroleso

in grana la marcia bambino

e schiaccia la tavoletta!

Attento, adrenalina!

Bisogna rischiare nella vita

Se vuoi campare!

Un bell’incidente mortale

oppure senti l’aria intorno a te,

d’improvviso ti potrebbe parlare,

quanto sottile sarebbe la voce,

di grasso e rumore sono piene le orecchie.

Gentile.

Trova la forza.

Gentile.

Vita come Odissea, come puledra ombrosa

che ama la briglia salda.

Entra…C’è una porta dentro te,

una porta che non hai mai varcato.

L’ignoto spaventa, ciò che ti aspetta

è momento di puro terrore.

Entra…la caduta diventa discesa,

sempre più lenta, dolce.

Finalmente dialogare con l’interezza di te.

Entra…unica via.

Non più inadeguata, c’è una persona

che dove serve sta, anche con se stessa.

Vincere la presunzione:

imparare l’arte dell’attesa, del vuoto.

Corri la vita alla criniera veloce di luce

che schiva, volta, riparte inarrivabile

senza segno di momento inerziale,

senza segno di sosta.

Come in sogno, reale, il tuo arco si alza, si tende.

Parte la freccia, l’immateriale semiretta

si compie, colpisce, punge. E tu…

Non vedi la punta, il bersaglio.

La tua pena, la tua fortuna.

Sei salvo da un’inumana pietà.

Quanto pesa la verità, quanto una luce troppo forte.

Chiudi gli occhi, chiudiamo gli occhi, ascendiamo,

affrontiamo l’ignoto senza coraggio, senza paura.

**

Comunque alla faticosa gestione del malessere esistenziale è deputata la spiritualità dell’essere umano. Divertente notare che la conoscenza apporta risorse utili allo scopo e insieme comporta maggiori e onerosi interrogativi.

**

Lontano

nel nulla

ti sembra

vedere tornare la vita

componi te stesso

respiri

con gli occhi fai grande

più grande

questa nuova venuta

nebbia infinita.

Lontano

nel nulla

ti sembra

comporre la vita.

Di qui, di là, dal canto allunga e trova la via.

È stato e sarà della scienza del sale,

conosciuto davvero per la fine del tempo.

Là dove scende

o vive senza capire

Custode del tramonto

del tempo che prego sia senza vento.

Sia nuova forza la tradizione perduta,

ed ogni sabbiosa cancellatura.

**

Neve latte pan bagnato

serve cerchi ciò che è stato

zuppa dolce uomo antico

trova il debito non pagato

quando monta la marea,

scendi la duna, parla all’ebrea.

Acqua alle caviglie, salsedine alle narici,

cancella l’ordine dei lari

trova la serpe e cambia la sorte

ora ti basta la luce della luna

Quanto

se canto di me

trovi sentimento e ragione

in una tua nuova armonia

vento

posso sentire

di guerra o di grande sapere

nella mente del sia

fame

nel mondo che c’è

di pancia o di tecnologia

senza

capire di sé

ogni vita nasconde

una sorte senza una via.

Molte cose tengo per me

alcune sono per chiunque voglia sapere e…

posso serenamente affidare

l’onore di piccole, nobili mani solo una vita

dura o leggera fatica

per forti o tenere spalle

Il tenero germoglio

sempre che sia nato

di un nuovo futuro, o…

Troppo grande per piccoli occhi la verità?

Il senso del segno del sogno

può fare capire.

**

La luce è troppo forte, chiudo gli occhi, odore di caffè, passa un trattore sulla strada. Non sento canto di uccelli da molto tempo. Lentamente mi siedo, non vorrei agire troppo, scollarmi dal reale. Ricordo un lento camminare, la strada trafficata, persone, volti. Buongiorno sì buongiorno no, dipende dall’umore, sono in fondo, passo sul ponte e, il rito, guardo giù… Un sentiero, ormai son qua, entro e nel bosco mi collego con i miei amici leggeri, loro hanno sempre un buon motivo per volare o cantare. Mi lascio prendere, ascolto, mi guidano anche verso improbabili direzioni, verso passi impenetrabili. Ma non mi dispiace avere un senso, val la pena pungersi e faticare: è sempre più difficile, impervio. E ora? Ho i piedi su di un albero caduto e dondolo…. Vedo un grappolo di succose more e la volontà muove la mia mano. Non c’è desiderio nella mia mano che con delicatezza sfiora i frutti. Solo i più maturi sono destinati a cadere. Altri rimangono. Altri verranno. Comunque alla faticosa gestione del malessere esistenziale è deputata la spiritualità dell’essere umano. Divertente notare che la conoscenza apporta risorse utili allo scopo e insieme comporta maggiori e onerosi interrogativi.

Che facciamo con ‘ste more?

Il vino naturalmente! Così le metto in un vaso di vetro che chiudo ermeticamente per ottenere una fermentazione carbonica. Dopo un paio di mesi lo ritrovo e, magia, champagne di more! Me lo bevo goloso. A questo punto mi dico –ancora!- e richiudo il vasetto dopo aver versato una generosa dose di zucchero.

**

Aiuto,

è il messaggio cifrato,

il Druido è in armi accerchiato,

la mano è salda ma per il timone c’è bisogno del favore del vento.

Chiamerà a raccolta lo spirito dei fratelli.

Una vita votata allo sconfinato, alla frontiera, al bordo, all’immatura ricerca della solitudine dove trovare l’immensa brughiera, l’immensa prateria, lo spirito, la realtà di un antico fantastico mondo. Ataviche fantasie di viaggio in un mondo deserto hanno trovato spiegazione nell’abbondanza dei presagi. Il cane guardava il falco ma le cornacchie erano con loro. Il cane deve decidere se chiamare a raccolta il branco ma il grande valore della preda non gli fa dimenticare che il fiero rapace può identificare la sorgente di un attacco e privarla della vista. Questa la motivazione della cautela che il falco avverte intorno a sé, incurante delle prede che si mostrano. Bene o male non ce n’è per nessuno. Per volare l’unica cosa è il vento e trovare le correnti. E d’improvviso…un’esplosione che squarcia la notte…

Insieme ai cani scendo la scala con sentimenti interrogativi e trovo la spiegazione. La dose di zucchero per il vino era eccessiva e il pur robusto vaso di vetro è esploso.

**

Una buona giornata, che mi porta a una sera dai mille dubbi, mille rigagnoli di unico grande lago: che fare di questa mia vita? Che fare, alla luce dell’inversione del pensiero di Cartesio? E di una diversa interpretazione dei vangeli? Della rivelazione animista? Dell’utilità di parte della filosofia orientale? Troppe domande. Per ora ritengo di accontentarmi di una: chi sono? Un tagliaboschi, un raccoglitore di more o il Custode del Tramonto?

**

Una carezza e…

torna la vita.

Una ciocca sul viso e…

senza vedere

so ciò che mi aspetta.

Una pelle di seta e…

senza sapere

vicino

un calore un sapore un cadere un amore.

Aspettare finire la notte e solo potere vederti volare

solo sognare.

Una carezza e…

Custode sa

e chiama un piccolo amico dal grande cuore

Custode aspetta

che l’orrida mano semini il suo stesso raccolto.

È così che la lama scende

tanto veloce da non apparire

alla gola di chi ferma il respiro dell’amore.

Ad ogni meraviglia

nuova meraviglia. Ad ogni terrore

nuovo terrore

Come la mano

raccoglie la sabbia

la sabbia cade

il vento la porta via

qualcosa rimane

la mente pensa

un’altra cosa

Come la mano…

La domanda che fai al destino

è il grande segreto che porti.

Mai devo capire il tuo sogno.

Bagna la mano

l’odore che senti

è una seconda voce.

Togli il rumore al vivere

sentirai ciò che è dolce.

Chiudi gli occhi

per colorare il buio.

Ogni corpo parla

anche se

non sempre risponde.

La libertà comincia dall’amore per la propria prigione.

Solo una vita. Fatica non nemica. Di lei, della vita.

La libertà è un’esperienza vertiginosa che confina con il nulla. Chi sa, sa.

A ciascuno il pane che semina.

La rabbia alimenta se stessa.

**

Volevo un mondo senza esseri umani.

Oppure persone leggere, come nuvole.

Quando camminavo, lo sa,

aprivo e chiudevo il ventaglio.

L’io è gli altri. Io sto abbastanza bene, ma questi colloqui sono importanti non soltanto per me. Se lei impara dalle mie parole qualcosa di più di quanto già non sappia, ne potrà trarre beneficio qualche persona che soffre più di me, che ha bisogno di lei ora più di quanto non ne abbia bisogno io: non siamo soli al mondo.

La mia malattia è stata un’esasperazione della mia vita interiore. Io […] devo stare attento alla mia corda psicotica. Però voglio parlare con gli uomini, ironizzare. Chi non sa cogliere l’ironia, che provi a cogliere pomodori. C’è spazio per la melissa e per l’origano: basta che li piantiamo in campi diversi. Una vita è poco, ma quel poco è essenziale. Per quel poco lavoriamo. E il lavoro è fatica. Fatica non nemica. Capisce? Fatica non nemica.

Se una madre sente il suo bambino piangere deve alzarsi da letto e andare verso la culla. Deve faticare. Non può continuare a dormire. Passo dopo passo si costruiscono i confini. Non sono mai certo di dove andrò veramente. Diciamo che la persona che sono adesso è venuta fuori da uno stato di necessità, e quindi anche dalla malattia. Per una persona intelligente la mancanza di una malattia psichica può anche essere un vero problema, può banalizzare la vita. Io ora, sto bene così. Non essendo né spontaneo né istintivo e mancandomi i fondamentali della vita, gioco la mia battaglia sapendo di aver perso qualche partita, ma non smetto di lottare.

**

Basta con le scatole delle convenzioni. Io mi sento una persona che ha un suo preciso valore etico e lo stesso valore lo sento in lei, Marco, anche se le nostre affinità non sono molte. Io non ho inibizioni. Ho handicap da cui attingo forza. Io stendo il mio lenzuolo senza disturbare la funzionalità dello scambio fra me e l’altro. Che anche l’altro stenda il suo. Se poi troveremo modo di tessere qualcosa insieme, tanto meglio. Io voglio avere una funzione, essere utile all’altro, essere una ricchezza. Io ho il rigore di un obiettivo: questa è follia? Bisogna applicare una spinta, non arrendersi.

Di qui, di là, dal canto allunga e trova la via.

È stato e sarà della scienza del sale,

conosciuto davvero per la fine del tempo.

**

Come la mano

raccoglie la sabbia

la sabbia cade

il vento la porta via

qualcosa rimane

la mente pensa

un’altra cosa

Come la mano…

(Genova, 2014)

Fausto Ferraiuolo

**

L’IO E GLI ALTRI

*In questo breve testo, pubblicato nel n. 34 (aprile-giugno 2014) di Fili d’aquilone sono annotate, in corsivo, le parole reali di Maurizio B. e, in tondo, le mie riflessioni sulle sue parole.


1.

«Volevo un mondo senza esseri umani. Oppure persone leggere, come nuvole. Quando camminavo, lo sa, aprivo e chiudevo il ventaglio».

Maurizio ha immaginato un mondo altro, disabitato dall’uomo, che possa essere aperto e chiuso dal movimento di un ventaglio. Sigmund Freud definisce il sogno allucinazione notturna e il delirio allucinazione diurna. Wilfred Bion descrive l’universo del delirio come “stato permanente di sogno”. La differenza tra allucinazione e sogno sarebbe solo la capacità di risvegliarsi, che nel folle è assente. Ogni notte, quando l’io tace e i sogni affiorano, sperimentiamo la possibilità di impazzire per un limitato numero di ore: il sogno è la follia notturna che permette al giorno di esercitare le strategie della ragione. Secondo Maurice Blanchot: «Quando la follia si fu completamente impadronita della mente di Hölderlin, anche la sua poesia si capovolse. Tutta la durezza, la concentrazione, la tensione quasi insostenibile degli ultimi anni, diventa riposo, calma, forza placata. Perché? Non lo sappiamo». E se il poeta Hölderlin avesse finto, almeno in parte, la sua pazzia? La poesia è anamorfosi del mondo, suo specchio rovesciato: attraverso le vie segrete del linguaggio difende la necessità dell’uomo di creare sogni paralleli al mondo ma reali. Conoscere un folle che salvi la sua follia dalle regole del delirio e la trasformi in vivente poesia è la mia personale utopia di psichiatra e di scrittore.


2.

«L’io è gli altri. Io sto abbastanza bene, ma questi colloqui sono importanti non soltanto per me. Se lei impara dalle mie parole qualcosa di più di quanto già non sappia, ne potrà trarre beneficio qualche paziente più grave di me, che ha bisogno di lei ora più di quanto non ne abbia bisogno io: non siamo soli al mondo».

Maurizio era affascinato dal delirio, oggi è sedotto dalla normalità. Pensare che il proprio problema possa risolvere quello di un’altra persona è un atto di solidarietà, generale ma non generico, che orienta verso la guarigione. M. non si trincera più in una verità-delirio da opporre al mondo ostile. Cerca di capirlo, quel mondo, anche con una certa ironica pietà. Cerca di venire a patti con lui, a costo di soffrire la tristezza di alcuni sogni falliti. Una pizza condivisa con i figli è più importante di un solitario delirio di onnipotenza. Talvolta, ma solo talvolta, rimpiange l’energia che lo traversava. Ora quell’energia, mi ricorda, gli serve per camminare in altre strade. E, se in anni passati pensava il cibo come qualcosa di ostile e di nemico, ora il cibo lo prepara lui e dei suoi piatti si vanta con un sorriso.


3.

«Lontano / nel nulla / ti sembra / vedere tornare la vita / componi te stesso / respiri».

Il racconto di Georg Büchner, Lenz si conclude con queste parole definitive: «Così trascinò la sua vita…». Maurizio esige il contrario: comporre se stesso, respirare. Non vuole l’assenza di via e di viaggio, il prolungarsi indefinito dell’angoscia, come Siegfried Lenz, scortato via dalla casa di Oberlin. Il poeta che si sente disperato al calare del buio e cerca nel dolore fisico la certezza di essere vivo, è l’uomo descritto da Celan: colui che guarda il cielo con la testa rovesciata. Il cielo, è per lui, la voragine azzurra in cui precipiterà. Lenz è il simbolo del poeta folle, veggente: dell’occhio condannato a non chiudersi mai sulla visione che lo attraversa.


4.

«La mia malattia è stata un’esasperazione della mia vita interiore. Io […] devo stare attento alla mia corda psicotica. Però voglio parlare con gli uomini, ironizzare. Chi non sa cogliere l’ironia, che provi a cogliere pomodori. C’è spazio per la melissa e per l’origano: basta che li piantiamo in campi diversi».

Pacificato dalle sue crisi, che lo portavano a viversi o come un nomade senza pace o come un dio dal potere illimitato, Maurizio è consapevole di poter modulare la sua sofferenza: di far vibrare meno la sua corda, che però non smette di essere presente, e lui ne è consapevole. Scrive Emile Cioran: «Non ho incontrato un solo uomo interessante che non abbia avuto una malattia più o meno segreta». E questa malattia più o meno segreta non può che corteggiare i confini incerti della mente. Ma neppure troppo incerti, se si riesce a trovare il gusto delle differenze e dell’ironia. In campi diversi convivono diverse energie, e si mescolano senza confondersi.


5.

«Una vita è poco, ma quel poco è essenziale. Per quel poco lavoriamo. E il lavoro è fatica. Fatica non nemica. Capisce? Fatica non nemica. Se una madre sente il suo bambino piangere deve alzarsi da letto e andare verso la culla. Deve faticare. Non può continuare a dormire».

Alle parole di Maurizio continuo a rispondere ogni giorno, perché ogni giorno è costruzione di salute, per me e per gli altri – costruzione irregolare, erratica, confusa, nebbiosa. Talvolta dimentico di cercare le parole giuste. Lascio che mi arrivino. E soltanto dopo, lavorando con frasi e sorrisi, giudizi e commenti, cercando di osservare nodi, di sciogliere dilemmi, mi accorgo che guarire gli altri è possibile, ma sempre in modo relativo. A spicchi. A frammenti. Per attimi. Dopo anni. La vita è inguaribile, scrive Artaud. E la ferita, ogni ferita, nel presente e nel passato, resta inconsolabile. Quando un giorno un paziente mi chiese se anch’io sentissi le voci, gli risposi che talvolta le sentivo, ma senza dolore. Lui restò interdetto, ma sorrise.


6.

«Passo dopo passo si costruiscono i confini. Non sono mai certo di dove andrò veramente. Diciamo che la persona che sono adesso è venuta fuori da uno stato di necessità, e quindi anche dalla malattia. Per una persona intelligente la mancanza di una malattia psichiatrica può anche essere un vero problema, un banalizzare la vita. Io ora, sto bene così. Non essendo né spontaneo né istintivo e mancandomi i fondamentali della vita, gioco la mia battaglia sapendo di aver perso qualche partita, ma non smetto di lottare».

È una convenzione affermare che la follia sia una disgregazione dell’identità. In certi casi, cronici e di estrema gravità, può esserlo, ma più spesso ci troviamo di fronte a un quadro diverso: una esasperazione delle idee ossessive, una eccessiva riorganizzazione del mondo, che rallenta il flusso vitale e lo cristallizza in gesti, formule, cifre. Il compito del terapeuta è non tanto quello di una chiarificazione precisa del sintomo ma quello di una volontaria divagazione dal, di una amorevole distrazione, dove il paziente possa trovare modo di sciogliere i suoi nodi anche con gli strumenti dell’improvvisazione. La malattia mentale è uno dei modi concessi all’uomo per approfondire le dinamiche del vivente. ma occorre anche riposarsi.


7.

«Basta con le scatole delle convenzioni. Io mi sento una persona che ha un suo preciso valore etico e lo stesso valore lo sento in lei, dottore, anche se le nostre affinità non sono molte. Io non ho inibizioni. Ho handicap da cui attingo forza. Io stendo il mio lenzuolo senza disturbare la funzionalità dello scambio fra me e l’altro. Che anche l’altro stenda il suo. Se poi troveremo modo di tessere qualcosa insieme, tanto meglio».

Maurizio conosce la mia doppia natura: il critico che ascolta la parola veggente e sregolata dei poeti, e lo psichiatra che ha il mandato sociale della reclusione dei matti. Entrambe le mie identità gli sono note. Sa qual è il mio lenzuolo e se può entrare in una rete di scambi con il suo. Quando si fa socio dell’associazione culturale* , dove organizzo mostre e readings su arte e follia e dove dirigo le attività della Biblioteca bandita, si assume l’incarico di rinfrescare le pareti dei bagni e di riverniciare le porte. Stende il suo lenzuolo. Io gli chiedo se non sia troppo faticoso, e risponde semplicemente:

«Dottore, va bene così. Tutto questo mi rende eccitato, curioso. È un modo di essere diversamente poeta. E poi, gliel’ho detto. Non ho paura della fatica. Lo ricorda? Fatica non nemica. Non nemica».

Io mi allontano nella sala della Biblioteca Bandita, che ospita testi eccentrici di autori non presenti nelle librerie e nelle biblioteche regolari. Ricordo le parole di Giovanni Benedetto Castiglione:

«e chi è riuscito pazzo in versi, chi in musica, chi in amore, chi in danzare, chi in far moresche, chi in cavalcare, chi in giocar di spada, ciascun secondo la miniera del suo metallo; onde poi, come sapete, si sono avuti meravigliosi piaceri. Tengo io adunque per certo: che in ciascun di noi sia qualche seme di pazzia, il qual risvegliato, possa multiplicar quasi in infinito».

Non solo “moltiplicarsi” ma “reinventarsi”. Scopro che una casa traversata dai vortici può essere anche una casa che contiene il vento. Smetto di capire ciò che potrei non capire. Il filosofo Platone dice che la mente non è un vaso da riempire ma un fuoco da accendere. Il poeta persiano Hafez che il segreto di questo mondo è un enigma che nessuna sapienza può sciogliere. Io sorrido delle citazioni che mi vengono alla memoria. Intanto Maurizio finisce di smaltare le porte e io sento che l’enigma resta indecifrabile, come lo restano i sogni, anche dopo l’interpretazione più convincente.

Biblioteca bandita


8.

«Io voglio avere una funzione, essere utile all’altro, essere una ricchezza. Io ho il rigore di un obiettivo: questa è follia? Bisogna applicare una spinta, non arrendersi».

Anch’io non mi arrendo. Se un obiettivo è rigoroso, mi sembra sano perseguirlo con ostinazione. Io resto qui, sentinella, tra chi crolla e chi è sospeso.

«Con gli occhi fai grande / più grande / questa nuova venuta / nebbia infinita / lontano / nel nulla / ti sembra / comporre la vita […] Di qua e di là / dal canto / allunga / e trova la via / è stato / e sarà / della scienza del sale / consente davvero / per la fine del tempo»

Se il sale è un fluido virtuale, che non si vede ma che si sente e insaporisce il cibo, la scienza del sale potrebbe essere quella conoscenza tutta umana, quel sapere concreto (l’etimologia è saphés, dal sapore penetrante) che da’ senso al percorso fisico e metafisico dell’uomo, dove la via si trova proprio di qua e di là dal canto. Parole come quelle che io e Maurizio ci scambiamo, nel corso delle settimane e dei mesi, vorrebbero accennare ai confini che si costruiscono camminando, segni di strade ancora nuove, da esplorare con la magia del reciproco parlarsi.

(M.E., Genova, 2014)

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