ALEKSANDR BLOK. TACCUINI 1902-1921

Aleksandr Blok

Io sono una febbre che vuole incarnarsi.

Una solitudine che sta imparando a sanguinare.

La mia tragedia è l’identità che quella sporca traversa del Nevskij stabilisce con il ritmo di ballata del mio ultimo poema, la perfetta uguaglianza fra il fango che mi macchia lo stivale e la scelta di una parola scurrile all’inizio della seconda strofa, la sconcertante somiglianza fra il chiarore soprannaturale che inonda la chiesa e i morsi della fame che mi contraggono lo stomaco, mentre i cavalli dei soldati scalpitano sulla Prospettiva gelata. Guardo la morte futura come un verso dei Dodici dopo l’ultima correzione: ineluttabile, definitivo, sepolcrale.

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Un colpo di tosse. Il crepitìo della pioggia sulla ringhiera di marmo. La realtà mi cerca, non come testimone disincantato ma come uomo atterrito, vivo, percorso da brividi. Evito di pensare. Nella solitudine, il pensiero condanna alla sragione.

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Strana sorte nascere in una città fredda come Pietroburgo. Ma dal suo gelo ho imparato l’amore per il fuoco, la capacità di riconoscere la scintilla nel legno inerte, l’affetto per le superfici tiepide, la devozione per e tende di velluto e la stoffa dei tappeti. Ma la contraddizione resta: il carro gelato, là sul marciapiede, e la vampa del camino qui, fra quadri e libri, nella stanza rischiarata da un alone domestico e rossastro.

Nelle notti più rigide Pietroburgo mi vorrebbe complice passante delle sue strade tortuose, muto testimone dei crimini commessi in isolati tetri, fra androni gelati, sotto ponti deserti. Ma è proprio in questi momenti che in me scatta l’amore per l’altra parte della città, per la limpida architettura dei palazzi che si rispecchiano nel corso maestoso della Nevà, per i viali ampi, le scalinate marmoree, le statue trionfali, gli stemmi lucenti. Come tutti, a Petr, vivo un duplice sogno: sono l’ufficiale dai baffi impomatati che in pieno giorno incede con portamento superbo nella Prospettiva Nevskij, tesa come una retta nel cuore pulsante della città, e sono il fantasma che si aggira di sbieco, a notte alta, fra rampe strette e vicoli ciechi, ora zoppicando ora no, reclamando con voce atona il cappotto rubato…

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Fra il sogno che mi coglie inerme in piena notte e l’eveto reale di cui sopporto il peso, fra il poema che scrivo e la notte fredda che allaga il terrazzo, avverto un’incerdibile somiglianza. È solo una questione di densità. Non commetto più l’errore di impoverire l’immagine reale confrontandola a quella sognata: le due esistenze si svolgono parallelamente, in una relazione segreta che io solo comprendo.

È ineluttabile: muoio. E nel mio corpo che decade si riassumono vite cominciate e non concluse, mille virtualità affiorano, contendendosi una carne in agonia, incapace di fermare il minimo desiderio.

Che ironico destino… Forse ho amato la vita guardandola oltre di me, come un oggetto staccato dai confini del corpo, per il quale provare una tristezza rassegnata e sprezzante. Ma un giorno dissi a Ljuba che la sua angoscia era una vela tesa, inconsapevole del vento che la gonfiava. Lei mi guardò allibita, mi strinse rapidamente la mano. Ero un uomo da cui era caduta l’ultima corazza.

O giorno irripetibile e stupendo – da segnare, avrebbe suggerito Catullo, con la pietra bianca…

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La mia tentazione è sempre stata sparire. Non esserci più, sottrarmi al ruolo di testimone a cuui sono condannato dall’esercizio della scrittura, liberarmi dalla lucida preveggenza che da anni mi inhioda alla stessa croce.

Io so troppo. Io so il prima e il dopo.

Finirà questo inutile sapere?

Mi sento inerme come un bambino. Lo schiocco della tenda mi allibisce, il fruscìo della foglia mi commuove. Tutto può essere tutto – principio e fine. Ma la preveggenza riduce gli spazi del possibile. Chiuso in una corazza di ghiaccio, gli occhi perennemente aperti, sento senza soluzione di continuità un brivido inspiegabile. Potrei paragonarmi a un blocco di pietra nel quale si muovono forme, e di ognuna di esse sento l vita presente, la morte futura, il non-essere possibile. L’unico modo per lottare contro questa preveggenza senza contenuto, questa oscura lucidità che mi fa sempre cosciente della fine di qualcosa ogni volta che ne assaporo l’inizio, è morire. Quando non tollererò più che gli occhi siano vinti dal fluire delle cose, cederò. Ma vorrei che di me restasse questa parola precisa, questo carattere di piombo stampato sulla carta: vorrei che le mie frasi avessero il peso che alle mie emozioni è stato negato.

Genova, 1988-1991

(continua)

I testi sono tratti da: Marco Ercolani, Aleksandr Blok. Taccuini 1902-1921, Ripostes, Salerno, 1992.

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