MUTAZIONI. Alba Pulimanti

Dedicato a chi, oggi, come ieri, come tanto tempo fa,

resiste e lotta per la libertà.

*

Lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole

Philip K. Dick

**

INTRO

Sono stata sorpresa da un racconto.

Estremo, come il tempo che viviamo.

Evocativo, come la memoria che troppo spesso cancelliamo.

A cavallo tra incubo e catarsi, in questa storia la speranza diventa un urlo e il bisogno di cambiamento richiama la violenza, ma permane immutata la fiducia in quella parte dell’essere umano che, disposta a pagare anche costi elevati, non cessa di perseguire uno stato di salute in cui è la salvezza dell’intero organismo la sola garanzia di sopravvivenza per le singole cellule di ognuno dei suoi tessuti.

MR. W.

Il suono fastidioso, acuto ed insistente, si insinua nel suo cervello dormiente e lo risveglia. La mente è ancora offuscata dal sonno e gli occhi stentano ad aprirsi quando, allungando la mano nella parte del letto destinata a lei, la trova vuota.

Si è già alzata… e questo lascia presagire che anche il suo risveglio non sia stato pacato. Finalmente le palpebre si alzano e può scorgere, nella penombra, incastonato nello spazio che separa la finestra sigillata dal soffitto, il complesso macchinario destinato a sanificare l’aria proveniente dall’esterno. Emana il solito persistente brusio, ma l’abitudine fa sì che risulti quasi impercettibile.

Alzarsi è faticoso; la notte con i suoi incubi non consegna mai un sonno ristoratore, ma piuttosto un’altra esperienza defatigante. Quando raggiunge l’angolo cucina la trova impegnata a preparare la solita colazione. “Buongiorno”. Si scambiano il consueto saluto: parola ormai privata del suo significato augurale e diventata strumento abbordabile per ristabilire un contatto. “Sei ancora arrabbiata per la discussione di ieri sera?” la questione e impellente. Sa bene di non poter rischiare una rottura. La solitudine potrebbe consegnargli la sua perdizione… ma, in fondo, è già così solo! E, tuttavia, deve assolutamente evitare una frattura e un abbandono, perché anche questo lo esporrebbe a severe sanzioni. “Non sono arrabbiata, ma più semplicemente amareggiata. Ogni volta che parliamo dei miei desideri e che fronteggio la tua resistenza mi sembra di non poter pretendere un futuro…” “Lo so… e me ne dispiace, ma questo non mi sembra proprio il momento di pensare a un figlio. Guarda fuori! La città è quasi deserta.” Una lacrima le solca la guancia. Lei non ha più parole, anche perchè, come sempre più spesso le succede, si sente invadere dalla paura che la situazione, nella quale vive ormai da mesi la popolazione urbana , possa diventare qualcosa di più che una congiuntura transitoria.

E’ lui a interrompere nuovamente quel silenzio insostenibile. ” Oggi dovrò andare in ufficio”

“Veramente? La Società ha revocato la possibilità di lavorare da casa?”

“No, naturalmente, la situazione sanitaria non ci permette ancora di circolare liberamente… ma la riunione di questa mattina sembra rivestire particolare importanza e richiede la presenza di tutti i dirigenti.”

“Certo che la Società è particolarmente vitale! A fronte della crisi produttiva che prosegue da settimane e dello stallo generale delle attività, sembra irreale che un’azienda finalizzata a consulenza finanziaria indica riunioni urgenti.”

“Bah, dovremmo considerare una fortuna questo lavoro che non conosce crisi…” taglia corto . Poi inizia la consueta vestizione che comprende la bianca tuta isolante e la maschera dotata del potente filtro che protegge le vie respiratorie.

Quando apre il massiccio portone, anche questo sembra un baluardo protettivo per il palazzo nel quale vive, la strada appare disabitata. L’aria brumosa confonde un poco i contorni delle cose, un vento lieve sposta alcuni rifiuti leggeri accatastandoli contro il bordo del marciapiede. In quel silenzio il ritmo della respirazione, amplificato dalla maschera, diventa quasi assordante. Da molto tempo non è più possibile liberare completamente le strade dai rifiuti costantemente conferiti nei cassoni tramite i grandi tubi che fiancheggiano i condomini e li collegano alle singole unità abitative. Soltanto ogni venti giorni, a rotazione, i quartieri possono essere sanificati. Per il resto del tempo l’igiene pubblica è affidata a poche squadre di temerari che accettano di svolgere all’aria aperta la loro attività lavorativa.

Proprio uno di questi netturbini lo saluta sbracciando dopo un paio di minuti. “Buongiorno, dottore, ci facciamo una bella passeggiata quest’oggi?” esordisce ironico. “Buongiorno a lei… si riguardi.” E sta pensando che ormai soltanto i tossicodipendenti, sempre bisognosi di denaro per soddisfare la propria esigenza di anestesia, sono disposti ad operare all’aperto in cambio dei lauti incentivi che le amministrazioni consegnano alla necessità di gestire servizi essenziali.

La corsa in auto dura soltanto alcuni minuti, perchè la Società ha provveduto, al momento dell’assunzione, a garantire un’ unità abitativa nei pressi della sede centrale ad ognuno dei dipendenti… d’altra parte il traffico è praticamente inesistente. Il tunnel sotterraneo che conduce alle autorimesse fagocita il veicolo e lo restituisce ad una vasta superficie semivuota. Digita rapidamente il codice di accesso; l’ascensore lo accoglie e lo vomita dopo pochi secondi nella vasta hall della sede centrale. In questo spazio respirare sembra più facile. L’aria pompata dai giganteschi ventilatori a soffitto ha un buon profumo. Una segretaria in divisa, valorizzata da un maquillage impeccabile, lo saluta prontamente: “Buona giornata, Mr. W. , la stanno aspettando in sala grande. La riunione inizierà tra meno di dieci minuti.

Effetti collaterali

Nonostante la fragranza fiorita dell’aria, l’illuminazione efficiente, ma anche confortevole, la profusione di generi di conforto, nonostante sia immediatamente percepibile il privilegio di queste persone, sedute intorno al grande tavolo, nonostante tutto l’atmosfera è pesante e la tensione percepibile. Lui sta attendendo con apprensione la lettura dell’ordine del giorno e spera che le nuove proposte da parte della direzione non siano altrettanto radicali delle ultime disposizioni. Sa che gli sarebbe difficile condividerle e ancor più diramare gli ordini necessari alla loro esecuzione, ma sa anche che sarebbe impossibile una qualsiasi forma di opposizione.

Le uniche critiche che si sono trasformate in minaccia per il buon andamento del progetto in corso sono state quelle di Mr.Q. Ricorda perfettamente la sua reazione furente di un paio di mesi fa… ma sa anche che proprio da due mesi Mr.Q non siede più a quel tavolo. Probabilmente non sta bene… Poco dopo comprende che la riunione è stata convocata poiché le vittime dell’epidemia in atto hanno superato il numero previsto.

“La soglia di protezione si è spostata e si attesta attualmente al 37% della popolazione.”

“Ciò significa che ben il 63% dei cittadini non sono più economicamente in grado di procurarsi i presidi salvavita”

“Potrebbe valer la pena di abbassarne il prezzo?”

“No. Non ha alcun senso economico, dal momento che comporterebbe un aumento della produzione lasciando praticamente inalterati i profitti e procurando, al contrario, una problematica mobilitazione di maestranze alle quali la situazione concederebbe nuove occasioni …”

“Il problema sembra essere determinato dai ritardi nel reperire, sperimentare e distribuire una cura…”

“Anche questo aspetto era, in gran parte, prevedibile e previsto. I nostri rapporti con i produttori di farmaci sono da molti anni regolamentati da precisi protocolli che non possono e non devono essere modificati in corso d’opera”

“Forse un’informazione, seppur parziale, sulle modalità di…”

“No. E’ tassativo. L’epidemia è destinata ad una remissione spontanea, come sempre. Il nostro impegno deve concentrarsi sullo sfruttamento delle risorse che, a quel punto, si saranno liberate.”

“Ma il 67% della popolazione non ci sarà più!”

” Attenzione, per cortesia: non intendo tornare sull’argomento. Siete chiamati senza alcuna eccezione ad elaborare piani analitici di previsione dell’andamento dei mercati alla luce delle prevedibili variazioni delle curve di domanda e offerta.

Occorrerà senz’altro considerare la diminuzione del 67% dei consumatori, probabilmente recuperabile in meno di un decennio, dati gli effetti demografici dell’auspicabile boom economico, e comunque attualmente conteggiabile tra gli inevitabili effetti collaterali della nostra ultima operazione”

Qualche minuto dopo Mr. Z, l’uomo dal pugno d’acciaio, chiude la riunione. Amministratore delegato della Società, deve la sua rapida ascesa al potere alla sua capacità di imporre le proprie direttive a tutti i membri dello staff, ma soprattutto alla sua impermeabilità a qualsivoglia influenza emotiva sulla progettazione e valutazione dei piani di ristrutturazione volti a risollevare i profitti delle imprese che commissionano tali sfide. Adesso la riunione è conclusa e, mentre tutti stanno recuperando i mezzi che li ricondurranno alle proprie abitazioni , lui pensa che avrebbe voglia di passeggiare e di riflettere, ma che non è opportuno. Non casualmente la riunione è stata frettolosamente conclusa, poiché la vicinanza fisica tra le persone è già da molti mesi sconsigliata. Contemporaneamente gli capita di considerare che soltanto un’emergenza avrebbe potuto determinare la mobilitazione di quella mattina e che Mr. Z aveva sentito la necessità di guardare negli occhi i suoi collaboratori e di osservare l’incrociarsi di altri sguardi, di indagare le espressioni mimiche che gli strumenti di comunicazione a distanza rischiano di inquinare, di scrutare le pieghe con le quali le rughe disegnano la mappa delle emozioni prevalenti.

In altre parole quella mattina Mr. Z aveva avuto bisogno di accertarsi che nessuno e per nessuna ragione avrebbe smascherato i segreti della Società e avrebbe tradito il proprio mandato . E, forse, ma di questo non si può mai essere certi, per questa volta non sarebbero state messe in campo azioni sanzionatorie nei confronti di potenziali dissidenti. Per un attimo gli sembra di intuire che la politica societaria stia sfiorando e sfidando un punto di rottura. Se l’uomo col pugno d’acciaio a capo dell’organizzazione ha bisogno di guardare i suoi sgherri negli occhi, può darsi che un dubbio lo abbia sfiorato circa il fatto che il prezzo estremo da pagare al tradimento e alla diserzione possa continuare ad essere il deterrente adeguato.

Sequestro

Sta lavorando al proprio terminale da un paio d’ore, nella stanza deputata ad essere il suo ufficio domestico. Lei è di là, in salotto, e sta registrando una di quelle lezioni che ormai da molti mesi non può impartire dalla propria cattedra. I depuratori dell’aria funzionano a normale regime e il loro brusio, con l’abitudine, è diventato praticamente impercepibile. Queste due presenze, la sua compagna e la macchina salvavita, dovrebbero essere rassicuranti, ma non ci riescono affatto: le macchine potrebbero andare incontro a malfunzionamenti o, peggio ancora, decisioni e politiche imprevedibili potrebbero renderle indisponibili. E poi c’è lei, con la sua ineludibile inconsapevolezza. E l’inconsapevolezza non può mai essere rassicurante.

Talvolta, quando si ferma a riflettere su questo momento della sua vita, gli sembra che la tensione divenga insopportabile e che la testa stia per scoppiare… Anche se nessuna delle informazioni in suo possesso potrebbe consigliarlo, decide improvvisamente di uscire da casa. Indossa velocemente i presidi protettivi e abbozza una scusa qualsiasi con la quale rispondere all’interrogativo di lei. Lei, che percepisce la menzogna, ma che sente anche la paura. Lei, che rinuncia come molte altre volte a un chiarimento, forse perché una parte della sua mente preferisce l’ignoranza, e gli chiede semplicemente di rientrare appena possibile.

Il primo pomeriggio è brumoso come quasi tutti i pomeriggi degli ultimi tempi. Anche gli alberi spogli che fiancheggiano il viale di questo quartiere residenziale contribuiscono alla desolazione del paesaggio urbano. Intorno a lui sembra non esserci anima viva. Cammina lentamente, proprio come chi una meta non ce l’ha.

Arrivano improvvisamente, sbucando insospettabilmente da un vicolo più buio della strada principale. L’aria che respirano è filtrata da semplici passamontagna che lasciano vedere soltanto gli occhi spiritati. Queste tre persone agili e scattanti sono probabilmente povera gente, o comunque appartengono ad un ceto sociale che non può neppure permettersi di respirare in relativa sicurezza. Gli balzano addosso… è un attimo…e si sente trascinato, sollevato, gettato in una scatola buia che si richiude su di lui con il tonfo metallico del portellone. Poi può percepire il rombo isterico di un motore spinto oltre il limite della propria potenza e si sente sballottato da ogni curva e da ogni asperità del terreno.

Dall’abitacolo giungono voci concitate, ma è impossibile decodificare il significato di quelle parole quasi urlate. Per qualche ragione che non riesce a comprendere la paura che si mescola all’impotenza finisce per consegnargli una sensazione quasi consolante, che concerne la necessità della resa. l tragitto è abbastanza lungo da suggerire un trasferimento verso la periferia della città, se non addirittura verso la campagna. Quando la vettura si ferma e il bagagliaio viene riaperto non trova il tempo di guardarsi intorno, perché una mano rapida gli strappa la maschera dal volto e un drappo scuro e setoso sigilla immediatamente il suo sguardo. C’è rumore di mobili che scorrono sul pavimento, nel locale in cui viene condotto; c’è la percezione di essere adagiato, spalle al muro, su di un materasso appoggiato al suolo.

Quando i suoi occhi vengono liberati dalla benda scura si rende conto che i passamontagna non gli consentono di riconoscere i lineamenti dei suoi rapitori e che i mobili, alte e pesanti librerie colme di volumi, sono destinati ad occultarlo alla vista di chi potrebbe aggirarsi nell’appartamento o persino transitare vicino ad una delle necessarie finestre. Prima di essere lasciato solo, nell’angusto spazio ricavato tra il muro e lo sbarramento delle librerie, può ascoltare dall’ultimo dei rapitori che stanno allontanandosi una minaccia, un avvertimento…un progetto?

“Resterai qui, prigioniero. Nessuno potrà trovarti, stanne certo. Ma probabilmente nessuno vorrà provare a cercarti. Sarai sottoposto a interrogatori, e ti saranno dati ottimi motivi per rispondere. Perché abbiamo bisogno di informazioni, ma soprattutto abbiamo bisogno di confessioni e testimonianze. Adesso puoi dormire. Amanda ti farà avere acqua potabile e un po’ di cibo. Domani mattina si comincia: da questo momento dovrai lavorare per noi.”

Nello stanzone che si apre oltre le librerie ci sono un paio di letti, un paio di materassi a terra e quattro persone. In fondo al locale si può distinguere una specie di cucina da campo. L’ambiente è illuminato da un paio di finestroni che affacciano su un cortile disadorno confinato da uno di quei muri di contenimento in parte infestati dal muschio. Si tratta di uno dei tanti fondi che occupano il pianterreno di edifici dismessi e abbandonati alla periferia della città. Dopo una cena frugale e dopo che l’unica donna presente ha consegnato al prigioniero la sua razione, i quattro ripercorrono brevemente gli eventi di quel pomeriggio, pianificati da lungo tempo. E’ andato tutto come previsto e, da domani, verranno effettuati gli interventi successivi… quelli che dovranno essere registrati, archiviati e trasmessi.

Il giovane uomo che aveva guidato il mezzo utilizzato per il rapimento si avvicina, dopo un po’, alla zona del salone occupata dalle librerie. Sul lato destro è predisposta una postazione telematica. Accende il computer, si connette alla rete e carica un messaggio anonimo e molto preciso.

“In data odierna abbiamo catturato uno degli agenti impiegati presso la principale organizzazione dei Servizi Segreti del Paese. Da domani sarà opportunamente interrogato al fine di smascherare e rendere pubbliche le trame che nel corso degli ultimi decenni hanno deliberatamente danneggiato la maggior parte dei cittadini allo scopo di favorire gli interessi di una minoranza. Lo scopo principale di questa azione politica è lo smascheramento e il superamento delle tesi negazioniste che hanno fino ad oggi impedito alla popolazione di prendere coscienza dei reali rapporti di potere che da molti anni regolano le relazioni economiche planetarie. Vi auguriamo che la documentazione caricata negli ultimi mesi su questo canale possa aver favorito la costituzione di altri gruppi di attivisti e attendiamo i relativi contributi. Questo gruppo di lavoro potrà essere identificato sul canale con lo pseudonimo << cellula zero>>”.

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Primo interrogatorio

Quello di Amanda è stato l’unico volto che ha potuto vedere da quando è stato recluso dietro la lunga barriera delle librerie. Un volto teso, un po’ emaciato e, nonostante questo, illuminato da uno sguardo dolce, quasi materno, che lo ha investito con compassione quando gli ha passato il pasto serale e la colazione, e anche quando ha ritirato il bugliolo che era stato lasciato accanto al suo giaciglio. Amanda non ha detto una sola parola mentre eseguiva quei compiti che sembravano rispondere ad un piano più ampio di quello che la sua volontà avesse mai potuto compiutamente valutare. Per questo, forse, lui aveva avuto la sensazione che entrambi appartenessero ad un disegno, ad un destino, che solo parzialmente erano stati in grado di scegliere. Per questo, durante la lunga notte che gli ha consegnato appena un paio d’ore di sonno, non ha mai pensato alla possibilità di una fuga, del resto inibita dal respiro individuabile a due o tre metri di distanza e dalle frasi concitate e incomprensibili dei suoi carcerieri al momento del cambio di guardia.

Da poco la luce lattiginosa del giorno è tornata ad illuminare debolmente l’ambiente , quando un paio di quegli uomini mascherati si è ripresentato al suo cospetto. Sono entrambi piuttosto defedati e il loro discorso è talvolta interrotto da brevi , acuti e profondi colpi di tosse. La prodezza del giorno precedente potrebbe essere stata consentita da una dose sufficiente di stimolanti; d’altra parte la reperibilità delle sostanze stupefacenti sul mercato clandestino non ha mai conosciuto momenti di crisi.

Il più robusto dei due, che il collega chiama “ingegnere”, maneggia con perizia l’apparecchiatura per le riprese video e le registrazioni audio , e anche un paio di faretti destinati ad illuminare la scena. Dopo aver attivato il computer controlla il funzionamento di un’applicazione idonea al montaggio dei file audio e video, ma anche quello di un traduttore simultaneo e di un compilatore automatico di testo. Poi dà una rapida occhiata al canale utilizzato la sera precedente in rete. Si scollega quasi subito, perchè nonostante le garanzie di anonimato e di non tracciabilità fornite da un provider di IP variabili, non conviene rischiare di essere localizzati e rintracciati proprio durante questa fase del progetto. Ma, prima di chiudere, il suo sguardo si illumina brevemente di entusiasmo perché, nonostante gli sia mancato il tempo di leggere con attenzione i contributi, ha potuto visualizzare le firme di <<cellula 1>> e 2, e 3, e 4, e 5… e, allora, che la celebrazione cominci!

“Come ti è stato anticipato sei stato tradotto in questo covo in quanto persona a conoscenza di dati e fatti non pubblicizzati al fine di perpetrare l’ignoranza della popolazione e renderla manipolabile. Sarai chiamato a testimoniare sui piani speculativi che mai hanno tenuto in considerazione l’incolumità delle masse , la loro salute, la conservazione delle condizioni di sopravvivenza collettiva sul pianeta. Non credere che la scelta della tua persona sia dipesa da un errore di sopravvalutazione del tuo ruolo perché, al contrario, è stata determinata dalla tua esposizione e rintracciabilità; in altre parole, dai dubbi che ti hanno reso vulnerabile. Per noi è stata una questione di fattibilità, per usare il linguaggio che ispira e media le vostre decisioni.”

La scarica di adrenalina lo invade al di là delle sue peggiori aspettative. Il suo sudore scorre copioso e fa davvero fatica a governare i movimenti dei suoi organi interni che sembrano voler esplodere improvvisamente. Sperimenta una paura sorda e muta, più potente di quella che lo aveva colto quando gli avevano strappato di dosso la maschera protettiva e la tuta isolante, a sottolineare la sua incombente vulnerabilità. Sperimenta una paura paralizzante, che non gli concede di pianificare una qualsivoglia strategia di gestione della propria posizione, che spinge la sua mente ad una involontaria regressione e che lo colloca nell’aberrante posizione di chi è già disposto a chiedere pietà. I suoi aguzzini sembrano avere, al contrario, la lucidità e le capacità intellettive adeguate a decodificare, comprendere e strumentalizzare la sua situazione. E, invocando un istinto primordiale, sentono anche che il nemico emana l’odore inconfondibile di chi è destinato a soccombere.

“Renderò il tuo compito più semplice possibile, perciò partirò dal presente per poi risalire alle origini. Domanda numero uno: l’epidemia in atto è stata deliberata a fini economici?”

“Non lo so! Come posso saperlo? Io sono soltanto un esecutore di ordini.”

L’urto di un pugno nello stomaco interrompe la sua lamentazione, ma il brivido più feroce lo coglie alla vista del secondo interlocutore che osserva con aria quasi beffarda la lama affilata di un lungo coltello. Contemporaneamente, sullo sfondo, può osservare l’ingegnere che, abbandonato il terminale, sta armeggiando con un grosso generatore di corrente al quale sono collegati alcuni elettrodi.

“No! Non potete…”

“Sì, che possiamo! VOI non dovevate ! E crediamo che VOI abbiate superato il limite!”

“Ricominciamo: detentori di poteri economici hanno pianificato questa malattia che sta falcidiando la popolazione?”

” Sì, ma i suoi effetti devastanti non erano stati previsti.”

“Non importa. Il virus che sta infettando il pianeta è stato concepito in un laboratorio?”

” Non ne sono sicuro. Forse già esisteva ed è stato soltanto modificato al fine di renderlo aggressivo per l’organismo umano.”

“Bene. Qual era lo scopo di tale aggressione di massa?”

“Non lo so. Io sono soltanto un esecutore… un analista economico assunto da una multinazionale … io faccio quello che mi dicono e non capisco nulla di questioni chimiche…”

Questa volta il suo stomaco viene colpito da un calcio. E’ abbastanza violento da causargli il vomito, mentre l’ingegnere produce piccole scintille avvicinando i suoi elettrodi ad un corpo metallico.

“Pensa attentamente alla tua prossima risposta. Ti lasceremo un paio d’ore per riflettere e per elaborare un resoconto esauriente e soddisfacente . Tieni conto del fatto che le uniche persone consapevoli della tua posizione non hanno alcun interesse a trovarti, né, tanto meno, alla tua sopravvivenza. Quelle che forse ti vogliono bene nulla sanno e nulla possono ipotizzare circa la tua scomparsa. Questa è la perversione intrinseca alla logica negazionista , laddove si vorrebbe che quanto non viene detto non esista.”

Dopo aver raggiunto il tavolo della loro cucina improvvisata si sono tolti il passamontagna e hanno bevuto un bicchiere di vino. Sembrano stanchi. Amanda li osserva con aria preoccupata. “Ma, se non collabora e non ci fornisce le informazioni di cui abbiamo bisogno, siete determinati ad ucciderlo?”

Non è l’ingegnere a rispondere, che continua ad osservare un monitor da distante, e neppure il secondo, che continua a giocherellare col suo coltello, ma ancora lui, che si è assunto il difficile compito dell’interlocutore principale.

“La risposta è no! Ad entrambe le ipotesi che la tua domanda contiene. In primo luogo escludo la possibilità di non ottenere informazioni sufficienti a sostenere una mobilitazione. Sono davvero convinto che si siano spinti oltre un punto di non ritorno. In secondo luogo non uccideremo nessuno, perché noi siamo i difensori della memoria storica e la stessa ci insegna che un omicidio ci consegnerebbe alla parte dei perdenti e al fallimento. Già troppe volte l’uso della violenza si è prestato a sigillare con l’etichetta di terrorismo le ragioni che sostenevano l’opposizione e la ribellione, occultando definitivamente i rapporti causali tra le violenze esercitate e quelle, occulte, subite precedentemente. Non cadremo un’altra volta nella stessa trappola, perché la nostra lotta è semplicemente finalizzata alla conoscenza, perché soltanto la coscienza e la consapevolezza può sostenere una rivoluzione”

Adesso, nello stanzone, c’è silenzio, e necessaria attesa.

Secondo interrogatorio

“L’economia era entrata ormai da troppo tempo in una fase irrisolvibile di stagnazione. La globalizzazione aveva favorito lo spostamento di alcuni equilibri geopolitici , ma troppo spesso il mantenimento degli interessi egemoni comportava l’ingaggio in azioni belliche cruente, ma soprattutto visibili e capaci di mobilitare massicci movimenti di opposizione. Per quest’ultima ragione, soprattutto, era stato deciso che un evento destabilizzante capace di coinvolgere ampi strati della popolazione avrebbe rimestato le carte, liberato ampi scenari utilizzabili a fini commerciali.”

“E a fini speculativi.”

“La speculazione si è ripetutamente dimostrata come motore di importanti cambiamenti economici…”

“Non abbiamo bisogno di queste precisazioni. Il punto cruciale è che l’esigenza di confermare un potere economico è stata anteposta alla conservazione della specie e del suo habitat… ciò che non possiamo esitare a definire come crimine contro l’umanità.”

“Questi meccanismi sono purtroppo e malauguratamente destinati a travolgere anche coloro che li hanno innescati… e, poi, c’era il parere influente dei tecnici che si occupano di relazioni di massa…”

“Spiegati meglio. E ricorda di rivolgere il tuo sguardo alla webcam: in questo lungometraggio ti è stato assegnato il ruolo di protagonista.”

“I Servizi, ormai in tutti i Paesi, utilizzano le ricerche di esperti in comunicazione di massa. E’ stato da tempo dimostrato che la minaccia all’incolumità collettiva e la paura che la stessa è in grado di generare producono due effetti congiunti: distogliere l’attenzione da bisogni secondari che potrebbero generare opposizione e ribellioni e produrre una percezione di impotenza e potenziale ineluttabilità della propria sorte che conduce la massa alla ricerca e all’affidamento a un capo carismatico e indiscutibile capace di promettere una soluzione, naturalmente alle proprie condizioni.”

“Questa è la funzione che in altre epoche fu affidata alle religioni, non prima di aver alienato il significato che la spiritualità può rivestire nella storia dell’umanità.

Ma nella situazione presente il punto è che la garanzia di sopravvivenza è data soltanto ad una élite facoltosa, in grado di acquisire, a prezzi esorbitanti, i presidi di protezione…”

“Un rischio genericamente calcolato… la selezione di consumatori identificati dal loro potere d’acquisto e differenziabili da quanti, al contrario, necessitano di interventi assistenziali a carico della colllettività.”

“Sopravvivono i più forti, che, in questo disegno, corrispondono a coloro che sono stati capaci di arricchirsi sfruttando e impoverendo gli altri attraverso l’accumulazione delle risorse.

Si tratta, in poche parole, di una guerra occulta che non ha più bisogno di mostrare i propri armamenti”

“Sì, credo che sia come dici tu”

“Crediamo che l’esigenza di scatenare una guerra senza mostrarla sia nata dalla necessità di prevenire l’opposizione per poi approfittare delle occasioni che le guerre hanno sempre generato.

Perciò torniamo indietro e parliamo di guerre, e degli strumenti alternativi alle armi convenzionali ormai in uso da diversi decenni. Coraggio! Racconta al mondo quando è cominciata!”

“Ma io non c’ero! Ho soltanto quarantacinque anni e sono stato reclutato da meno di un decennio!”

Lo sguardo che trapela dalla fessura del passamontagna si incupisce nuovamente e trasmette evidente disgusto. Ma questa volta non è il comandante ad agire sull’interrogato. Il secondo, coltello alla mano, viso coperto e sguardo inespressivo, gli si avvicina lentamente. Una sensazione di gelo invade l’interrogato che si stupisce a sperare che il prossimo colpo possa gettarlo definitivamente fuori da questa penosa situazione. Ma l’uomo mascherato, incombendo su di lui, alza la manica e scopre il braccio sinistro; le vene bluastre disegnano un’incoerente ragnatela appena sotto la pelle ancora giovane. La lama è affilata e il piccolo taglio autoinferto non suscita particolare dolore, ma il sangue esce ed è sufficientemente copioso per gocciolare… sulla testa, sul volto e sugli orifizi dell’interrogato. Lui si rende improvvisamente conto che la più potente delle armi chimiche generate dal sistema per il quale opera gli sta adesso proprio di fronte.

“D’accordo, d’accordo. Vi dirò quello che volete sapere. Ma adesso ho bisogno di un bagno… di acqua… di ripulirmi!”

“Vedremo cosa si può fare. Ma prima devi mostrare la tua bella faccia proprio di fronte alla camera e dirci qualcosa che valga la pena di essere ascoltata. Così stanotte il nostro ingegnere potrà restituire alle gente un pezzetto di ciò che da troppo tempo gli è stato espropriato.”

Passa, lentissimo, un paio di minuti. Il sudore scorre copioso lungo la sua schiena, l’odore rancido della paura invade lo spazio tra la parete un po’ ingrigita e le librerie. L’ingegnere orienta al meglio il faretto e la luce algida quasi lo acceca. Fa del suo meglio per soddisfare quella richiesta che, immagina, potrebbe valergli un supplemento di vita.

“Tutto accadde dopo la seconda grande guerra del ventesimo secolo, dopo che il nazismo associò indelebilmente la guerra all’oltraggio e al crimine, rendendola definitivamente inaccettabile.

Dopo la guerra fredda le contese economiche, che sempre hanno sotteso la guerra nella storia dell’umanità, non erano cessate. Ma le armi convenzionali erano ormai tacciate di barbarie. L’atomo, in Giappone, aveva chiaramente mostrato il suo volto devastante e inaccettabile. Anche le armi chimiche ebbero vita breve e furono quasi immediatamente condannate. Dovettero essere bandite principalmente per evitare che gli oppositori potessero trovare in quei metodi strumenti utili a mobilitare energie sufficienti al rovesciamento degli equilibri. Fu chiaro anche che l’opposizione e il potere di veto di alcune grandi organizzazioni internazionali nate per tutelare i diritti universali potevano diventare una minaccia per il sistema egemone e che la loro azione poteva essere superata soltanto se le azioni incisive fossero rimaste occulte e, pertanto, non criticabili. Per questo si resero necessari strumenti di controllo delle masse che non solo sarebbero rimasti segreti, ma avrebbero altresì consentito un vero e proprio ribaltamento dei ruoli…”

“Spiegati meglio… che è ora di spegnere!

“Intendevo dire che l’aggressore avrebbe potuto, dopo aver determinato una condizione di grave bisogno e mistificando la propria posizione, assumere quel ruolo salvifico che le masse avrebbero invocato senza troppo discuterne i costi.”

Sul volto dell’inquisitore passa un’ombra. Per un momento lo scoramento e la disperazione sembrano poter riprendere il posto della rabbia e della mobilitazione. Ma è soltanto un attimo, che non è questo il momento di desistere.

“Ok. Adesso vai a ripulirti, che la puzza è insopportabile. Per oggi ci faremo bastare questa parte della tua testimonianza.

Domani si prosegue.

Terzo interrogatorio

La notte è calata inderogabilmente, madre premurosa e solerte che molti ristora e che, se non riesce, consola con una pausa auspicando riflessione. L’ingegnere, collegato alla rete, è riuscito a contattare <<cellula 125>> prima di postare il video e i suoi commenti sulle circostanze nelle quali è stato prodotto. Cellula 125 dispone di ottimi garanti e il documento, entro poche ore, comincerà la sua tournée mondiale dopo essere stato vagliato dal potente traduttore simultaneo. Quando le prime luci del giorno invadono la stanza i tre uomini siedono ancora intorno allo stesso tavolo e Amanda, ai fornelli, sembra una delle tante massaie che a quest’ora mettono le proprie competenze a disposizione di una famiglia. L’ingegnere mostra vistose occhiaie, dono di una notte quasi insonne . Ma anche l’uomo del coltello presenta profonde striature violacee intorno alle orbite, e la sua tosse si fa insistente. Amanda gli si avvicina con attitudine materna.

“Come ti senti?”

“So che non ce la farò. Mi resta poco tempo… ma sono contento di essere qui, perchè tutto questo sta consegnando un significato alla mia vita abusata. E…lascia stare: ormai faccio fatica persino a parlare.”

Lei lo guarda pietosa, e terge contemporaneamente lacrime e sudore. Poi si rivolge, muta, agli altri due.

“Non c’è nulla da dire.” la intercetta l’uomo forte ” Questa è la nostra Resistenza.”

Quando i due si presentano al cospetto del prigioniero i loro volti sono ormai ricomposti e severi, anche se soltanto gli sguardi induriti sono percepibili dietro le maschere. Le luci vengono accese e il computer si riavvia con un indifferente brusio.

“Dunque, ci stavi parlando dell’intenzione che sostituì la malattia alle armi.”

“All’inizio non fu necessaria un’azione particolarmente cruenta. Fu soltanto necessario infettare qualche cibo, sacrificare qualche animale: mucche, polli, maiali… e un numero limitato di vite umane. Le informazioni adeguate furono in grado di modificare i comportamenti alimentari e di manipolare i prezzi delle derrate. Ciò permise di incrementare i profitti delle stesse parti che avevano voluto e finanziato l’intervento”.

“Un momento! Quelle che tu chiami “parti” si sono necessariamente avvalse di un apparato di consulenti e tecnici, lo stesso di cui tu fai parte. Come siete stati reclutati?”

“Ma… E’ un lavoro. Ognuno di noi ha bisogno di lavorare!”

Lo schiaffo potente gli fa voltare la testa . Già da qualche ora percepisce anche un capogiro inquietante che, a tratti, gli ha procurato conati di vomito e qualche difficoltà respiratoria, ma la situazione non gli consente di distinguere chiaramente gli effetti della paura da quelli di una probabile incombente infezione. Solleva il volto mostrando un’espressione contrita.

“L’offerta in denaro fu molto allettante. I pochi che declinarono l’invito furono mossi da una clausola del contratto che prevedeva di essere eliminati in caso di tradimento, defezione o fuga di notizie. Comunque i pochi rinunciatari furono persi di vista…non sapemmo mai che fine avevano fatto. Come vedete, non avevamo scelta”.

“Ti sbagli di grosso! Abbiamo sempre una scelta. Soltanto il nostro perverso egoismo ci acceca di fronte alla possibilità di fare l’unica scelta giusta!”

“Ricominciamo” interviene l’ingegnere “che qui c’è ancora tanto da lavorare”

“Perfetto” riprende il socio “Stavamo parlando della scoperta della malattia come strumento di controllo dei comportamenti di massa. Andiamo avanti. Le epidemie virali di fine secolo avevano la stessa matrice?”

“Sì. Ma allora era stato possibile selezionare un patogeno in grado di colpire determinate categorie sociali.. diciamo così…indesiderabili. Con una mossa ardita fu possibile ottenere più di un risultato atteso. L’epidemia, successivamente contenuta, provocò l’espansione di alcuni settori di mercato inerenti la clinica. Questi settori conservarono vitalità grazie al fatto che la patologia venne cronicizzata, ma mai risolta, garantendo un bacino sempre rinnovabile di persone bisognose di cure. Contemporaneamente fu possibile stigmatizzare ed emarginare comportamenti devianti, indesiderabili o comunque onerosi per la collettività.”

“Possiamo affermare che quegli stessi comportamenti costituivano una minaccia per la riproduzione delle norme sociali e dei suoi fondamenti istituzionali?”

“Sì. Possiamo dirlo. Molti dei bersagli trovarono la morte. Altri furono indotti a modificare o a nascondere le proprie condotte, finendo così per delegittimarle totalmente.”

Sono stanco. Ci fermiamo qui, ma prepara adeguatamente la tua prossima deposizione, perchè dovremo affrontare lo spinoso tema della pandemia degli ultimi due anni.”

“Vi prego!”

“Il nostro martirio è una vocazione ineludibile, ma non possiamo permetterci la santità… forse avresti dovuto rivolgerti a qualcuno di quegli Dei che già da tempo avete rinnegato.”

E’ già sera quando l’uomo del coltello si accascia in un angolo dello stanzone. Gli altri accorrono, in due lo adagiano sulla brandina. Non si possono cercare soccorsi all’esterno, ma comunque già da molti mesi le richieste di soccorso sono diventate del tutto vane.

“Non ce la faccio più, ragazzi. Devo mollare”

Amanda gli porge apprensiva un bicchiere d’acqua, ma un rivolo di saliva insanguinata sta già scorrendo all’angolo della sua bocca che non si apre.

“Non ti preoccupare” lo conforta l’ingegnere “siamo a buon punto. Tra pochi giorni il mondo saprà, le trame verranno smascherate e il sistema non avrà più ossigeno… siamo più giusti, e perciò siamo più forti, e per questo vinceremo”

Il suo compagno lo guarda con gli occhi sbarrati, il suo respiro si fa sempre più corto, fino a smorzarsi in un lamento flebile, il suo saluto alla vita che gli sfugge. Quella che scende è una notte laboriosa e concitata. Il povero corpo di Manuel, l’uomo col coltello che adesso, nel sonno definitivo, sembra poco più che un ragazzo, viene trasportato a fari spenti fino alla scogliera . Poi viene consegnato all’acqua, mentre i suoi due compagni lo salutano con quel gesto che da tempo è diventato il simbolo della loro lotta. Amanda non c’è. E’ rimasta nello stanzone per sorvegliare il prigioniero. Sta piangendo e, come un animale ferito, annusa l’odore dell’altro animale presente e gli si avvicina, forse per combattere la paura che la raggela.

“Come stai?”

“Non bene. Credo di essermi ammalato. Respiro faticosamente e probabilmente questo significa che la mia storia sta volgendo al termine”

“Questa epidemia sta massacrando la popolazione dell’intero pianeta. Non so se lo avevate previsto, ma questa volta avete davvero esagerato.”

“Ti giuro, non era previsto. La cosa è scappata di mano…la follia, la follia ha avuto la meglio. Molti di noi avrebbero voluto uscirne, ma ormai era troppo tardi.”

“Non dire altro. L’odio che le tue parole alimentano mortifica noi e i nostri nemici”

Piangono entrambi, in silenzio, sui lati opposti della libreria.

Quarto interrogatorio

Questa mattina il passamontagna calato sul volto gli sembra particolarmente fastidioso. Respira con un po’ di fatica e non è riuscito ad inghiottire altro che una grossa tazza di caffè. Amanda lo osserva con tenerezza, poi posa le labbra tiepide sulla sua fronte calda e chiude gli occhi. Rivede una scena fra le tante che affollano i suoi ricordi: loro due che giocano su una spiaggia primaverile e poi, rincorrendosi, cercano un nascondiglio per fare l’amore…. Amanda pensa che le è stato tolto molto, ma che nessuno potrà rubarle i ricordi. Poi pensa che fra poche ore tanti ricordi e tanta memoria saranno finalmente restituiti e sa che la gente, quella massa di disperati costretta ormai a vivere in una condizione che la aliena persino dal mondo animale , saprà cosa farne. Quando i due oltrepassano la libreria il prigioniero sembra dormire. Lo scuotono con un calcio nel fianco che gli strappa un breve urlo di dolore. Poi, luci accese e computer attivato, si ricomincia.

“Due anni fa…erano stati i più potenti della terra a chiedere una soluzione radicale, simile a quelle precedenti, ma decisamente più incisiva. Il virus avrebbe dovuto ancora essere custodito in un laboratorio di oltre oceano quando si ebbe notizia dei primi morti. Qualcosa era forse andato storto, ma non ci fu dato di saperlo. Piuttosto ci venne chiesto di impugnare immediatamente la situazione per ottenere comunque i risultati attesi. Dopo qualche mese ci accorgemmo che la faccenda sarebbe stata più lunga e invadente del previsto. Ma anche di fronte a questo si decise di sfruttare la situazione come mai era stato possibile in precedenza. Una volta pilotati al rialzo i prezzi dei presidi salvavita, si sarebbe ottenuta una selezione eccezionale. I sopravvissuti sarebbero diventati ricchissimi accentrando e capitalizzando le enormi risorse divenute disponibili. Poi, una volta passata la tempesta, il pianeta avrebbe avuto modo di ripopolarsi, la ricostruzione avrebbe prodotto un nuovo periodo espansivo e il gioco dello sfruttamento dei molti da parte dei pochi avrebbe potuto ricominciare… mentre la curva dei consumi e della produzione si sarebbe nuovamente impennata”.

“Era stato pianificato un altro genocidio?”

“Sì”

“E le intenzioni di chi lo ha deciso sono state mistificate?”

“Sì, tutto quanto avrebbe dovuto essere per sempre e come sempre negato”

Lo sguardo furente si rivolge all’ingegnere.

“Ne ho abbastanza. Spegni tutto che faccio troppa fatica a controllare i miei impulsi vendicativi nei confronti di questo disgraziato”

“Aspetta.” lo interrompe il compagno ” Ho ancora una domanda importante prima di chiudere questo servizio.”

E poi, rivolto al prigioniero: ” Guarda la camera e spiega al mondo chi sei. Ci serve la tua firma”

“Mi chiamo Mr. W…no! Mi chiamano così le persone per le quali lavoro. l mio nome è Alex. Sono un esperto di macroeconomia e geopolitica. Sono stato reclutato otto anni fa dal corpo dei Servizi Internazionali. Faccio parte di uno staff di circa 150 membri… ma non mi è dato conoscerli tutti…”

Il tardo pomeriggio sembra voler sigillare un’altra giornata durante la quale, nelle strade della metropoli, l’inquietudine danza con la rassegnazione. Individui mascherati dai più strani oggetti con i quali la gente comune ha imparato a tentare di proteggersi passano, rari e silenziosi, quasi strisciando contro i muri, talvolta guardandosi con sospetto, più spesso ignorandosi e tirando dritto. Nel covo, scarsamente illuminato, sta volgendo al termine un’altra giornata importante. Tocca all’ingegnere interrompere il silenzio interrogativo.

“Ormai è fatta. Domani potrò caricare l’ultimo documento. Gli altri sono già stati allertati e le testimonianze potranno essere diffuse, ma anche poste al riparo dagli inevitabili tentativi di dissimularle. Il nostro compito volge al termine… è il momento di passare la mano.”

“Credo che anche la mia storia volga al termine”.

La voce dell’altro uomo è rauca e costernata. Amanda lo accarezza brevemente.

“Non dire così, Andy, ce la possiamo fare!”

“No. Tu ce la farai. Tu sei sempre stata forte. Tu non ti sei ammalata. Adesso è arrivato il momento di andare. Non restare qui! Esci fuori e cercati un altro riparo, non serve più che tu resti con noi. Vattene, in fretta!”

Amanda piange. Il suo cuore si ribella a questa ennesima ingiustizia, ma sa che nulla potrà fare per cambiare quell’epilogo già previsto da tempo. Accompagna il suo uomo verso i materassi che hanno ospitato il loro riposo durante gli ultimi giorni, si inginocchia e prende la sua testa tra le gambe…la accarezza dolcemente. Resterà lì, tutto il tempo che a lui serve per addormentarsi definitivamente. Poi metterà le povere cose che le rimangono nella sua sacca, saluterà il compagno che lascerà con il prigioniero e fuggirà con la complicità della notte, affinché nessuno possa vederla, affinché non si rischi proprio adesso che qualcuno possa vanificare anche quest’ultimo tentativo di cambiare le cose.

Uscirà, credendo ancora che un mondo diverso è possibile.

Domani

Sono rimasti soli, l’ingegnere e il prigioniero. Entrambi hanno ancora paura, ma sanno che la paura non potrà consentire loro di difendersi, né di salvarsi. Ognuno dei due, con istinto animale, sta già cercando un angolo buio nel quale lasciarsi andare. Ma l’ingegnere sa che il suo compito non è ancora finito, e in questo trova la forza per avvicinarsi all’altro, per riaccendere luci e computer, per porsi di fronte ad Alex che lo osserva un po’ stupito quando si strappa di dosso l’ormai inutile passamontagna. Di nuovo, l’ingegnere parla per primo:

“Ti lascio l’opportunità di registrare un ultimo messaggio… Ricordi quella storia dell’ultima sigaretta concessa ai condannati a morte? Entrambi lo siamo. Condannati da quelli ai quali hai accettato di asservirti. La mia ultima sarà tra poco, quando il mio dito potrà finalmente pigiare per l’ultima volta il tasto di invio. La tua ultima comincia adesso. E accende il registratore della videocamera.

“Ciao, amore. Credo sia l’ultima volta che potrai ascoltare la mia voce. Anche io mi sono ammalato … e non durerà ancora molto. Voglio chiederti perdono. Perdonami per tutto quello che ti ho nascosto. Perdona le mie scelte sbagliate e la mia mancanza di coraggio. Perdonami per tutti i figli in cui non ho creduto e che non ti ho voluto dare. Spero che arriveranno anche senza di me, e che vivranno in un mondo migliore”.

Poi si rivolge al carceriere superstite ” Ti prego, manda soltanto la traccia audio. Non voglio che lei veda il mio volto; non come mi sento stamattina.”

L’ingegnere interrompe la registrazione e, senza rispondere, si dedica ad un rapido montaggio. Poi si siede su uno sgabello e si stupisce ad osservare Alex con indifferenza. Sente un lieve senso di vertigine, ma si fida della propria capacità di dosare le forze che gli rimangono. Il prigioniero è ormai raggomitolato in un angolo del suo giaciglio e respira a fatica. Il materasso sembra troppo grande. O forse è quell’uomo che sembra troppo piccolo. Il suo respiro è un rantolo sempre più concitato che l’ingegnere associa irrazionalmente al timer di un cronometro. Allora si scuote, raggiunge la postazione e assale la tastiera. Prima di caricare il frutto della sua ultima fatica riesce a salutare i compagni di <<cellula 10.215>>. Qualcuno, da lontano, prova ancora a comunicare, ma dalla cellula zero nessuno risponde più. Soltanto i pixel dello schermo azzurro continuano ad illuminare il buio.

**

Nota biografica

Mi chiamo Alba Pulimanti e sono nata a Genova nel 1958. Ho studiato psicologia presso l’Università di Padova nei roboanti anni settanta e, più recentemente, ho completato il corso di laurea in scienze della comunicazione presso l’Università di Genova. Dagli anni ottanta ho lavorato presso diversi servizi sanitari pubblici in Lombardia e in Liguria occupandomi di salute mentale e, particolarmente, di riabilitazione psichiatrica. Dal 1992 esercito la professione di psicoterapeuta centrato sulla persona, sulla base delle teorie di Carl R.Rogers e di quanti le hanno sviluppate. Dopo la pubblicazione di alcuni brevi articoli e di un paio di saggi su argomenti psicologici e sociologici, ho scoperto da qualche anno la modalità espressiva del racconto come strumento di elaborazione di idee e valori, ma anche di riflessione sui miei bisogni e i miei desideri. Vivo attualmente tra Genova e la Versilia, parlando con le persone e provando a prendere cura dei miei pensieri.

Alba Pulimanti

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