FORME DELLA SINGOLARITA’. DA MICHAUX A QUIGNARD. Giuseppe Zuccarino

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Il commento a questo volume potrebbe celarsi in queste antiche parole di Edmond Jabès: «Ogni nuovo libro mi dà l’occasione di interrogare i precedenti; come se ognuno di essi fosse la tappa del percorso: il mio percorso, dal libro al libro, in cui la mia vita si lascia leggere». Opera, questa di Zuccarino, ultima solo cronologicamente nell’arco di una ricerca temporale ininterrotta che, da decenni, convoca scrittori e artisti visivi del Novecento francese per interrogarli (e interrogare noi attraverso di loro) sul tema del farsi e disfarsi del linguaggio dell’arte, tema che l’autore insegue e persegue tessendo una rete di analogie e di corrispondenze fra opere e artisti, rete che sottolinea la “gravità” dell’atto di creazione, la sua ineluttabile necessità interiore, la ricerca, ardua e forse impossibile, di un’opera sempre da raggiungere e definire – inquieta, essenziale energia di un blanchotiano livre à venir che siamo sempre costretti a sognare, alludendo, inventando, reimmaginando. La via maestra e sinistra dell’allusione/evocazione è il fondo onirico del libro, sospeso fra rigore e intuizione, perché l’esercizio della critica è un’avventura etica pari per intensità alla creazione di una poesia o di un romanzo (M.E.).

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Antologia minima

Da: Ritratti reciproci. Leiris e Bacon

Dunque il dialogo intercorso tra lo scrittore e il pittore è continuato fino alla fine. Pur essendo differenti per età (Bacon era di otto anni più giovane) come per luogo d’origine e residenza, essi si sono sentiti accomunati dai gusti artistici (ad esempio l’ammirazione per le opere di Picasso e Giacometti), dalla ricerca di una forma non convenzionale di realismo e più ancora dall’atteggiamento verso l’esistenza. Entrambi, infatti, hanno escluso con rigore qualunque scappatoia per la condizione umana, necessariamente vorata all’invecchiamento e alla morte, ma entrambi hanno saputo sottarsi allo sconforto grazie alla passione per l’arte e per quei momenti di euforia che la vita comunque concede.

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Da: Archivi per la memoria. Simon e Novelli

«Simon comincia subito col cogliere un aspetto importante quando scrive che, “se un dipinto di Novelli, con la sua spessa materia cremosa, le sottili modulazioni di tono e le coloriture splendenti, viene in un’infima frazione di secondo interamente afferrato, colto (o meglio: ci afferra, ci coglie), esso può per contro essere ‘conosciuto’ soltanto dopo una lunga investigazione, un lungo inventario nel corso del quale l’occhio deve percorrere l’intera superficie, alla scoperta degli elementi che vi sono raccolti e che compongono il quadro”. In effetti le opere dell’artista, già suggestive al primo sguardo, a un esame ravvicinato si rivelano come un insieme di segni, colori, parole, che dovrebbe essere esaminato e decifrato in modo attento e paziente, poiché dall’ìnterazione tra gli elementi che lo compongono “deriva una risultante attraverso la quale l’uomo si definisce: il linguaggio, l’irriducibile compromesso fra l’innominabile e il nominato, l’informe e il formulato”».

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