L’OPERA SCULTOREA 1982–2022. Piergiorgio Colombara

Il volume che raccoglie l’opera scultorea di Piergiorgio Colombara (L’opera scultorea 1982-2022, a cura di Sandro Parmeggiani, Skira, 2022), munito di vasto apparato bibliografico e critico, è fondamentale per la conoscenza dello scultore genovese. La sua opera, appartata e spettrale, volatile e rigorosa, fantasmatica e potente, è la declinazione di un sogno arcaico sulle forme umane, terrestri e celesti. I critici possono anche trovare vocaboli appropriati per definire la sua poetica d’artista, ma solo i poeti possono stare in felice compagnia della sua opera che, angelica e risoluta, ha traversato il tempo uniforme della biografia per trovare materiali nuovi e disformi con i quali aggiungere immagini al proprio anomalo sogno di bellezza. «La bellezza non è altro / che il principio del terribile, che ancora sopportiamo / e ammiriamo, perché imperturbabile non si degna / di annientarci. Ogni angelo è terribile». (Rainer Maria Rilke) Quale angelo domina il sogno di Colombara? La struggente trasfigurazione delle cose usate dall’uomo, non rassegnate a una morte silenziosa. Corni, archi, clessidre, sedie, gabbie, scale, prigioni, maschere, armature, culle, urne, candele, mongolfiere, foglie, rami, fontane, croci, anelli, maniglie, diventano per l’artista genovese emblemi con i quali mostrare, anno dopo anno, ieraticamente, l’evoluzione materica del suo sogno. Eretico contro i codici del reale, tessitore, opera dopo opera, di dissoluzioni e rinascite, scenografo di utopie senza luoghi, Colombara è il fabbro leggero, tra involi ed exbronzi, di un unheimlich insito nelle cose, che toglie alle cose il peso della conformità per caricarle di una lieve, dolente, spiazzante ulteriorità. Scrive lo scultore: «Bisogna con prontezza cogliere il bisbiglio, non lasciarsi sfuggire il fremitoper non perdere l’esile filo della trama, il significato antelucano che ancora traspare prima di inabissarsi per sempre». Sandro Parmeggiani commenta: «…l’artista ricorre […] all’uso combinato di vari materiali -, quali ottone, rame, piombo, alluminio, vetro soffiato, cera, ferro, bronzo, ceramica, riporti fotografici. S’aggiunga che spesso sono pure in agguato inserimenti di lacerti di antichi manufatti, frammenti di oggetti che, appartenenti alla storia dell’esperienza umana, hanno poi fatto naufragio o sono fino a noi giunti senza esserne del tutto stravolti o sfigurati […] Colombara fa dunque convivere nel corpo di una scultura materiali che vengono comunemente classificati come opposti e alternativi, e questo accentua ulteriormente la nostra percezione di qualcosa che è venuto a sovvertire la regola del farsi delle cose, e lo stesso nostro modo di intenderle quando le guardiamo, provocando l’irrompere di una sensazione di vertigine e di straniamento».

A conclusione di queste breve riflessioni, occorre sottolineare la coerenza complessiva di un’opera che, traversando disegno, collage, scultura, è da sempre progetto di metamorfosi del significato corrente delle cose, e ci dispone verso l’oltre carichi di strumenti nuovi, rigorosamente muti, perché la parola non appartiene all’utopia di Piergiorgio. Ogni sua scultura, allestita in suggestive coreografie, è grazia di un’immagine effimera, scenografia di un evento sacro di cui abbiamo perso il senso, senso che ritroviamo nell’aura di mistero rinnovata e ripetuta dalle sue forme.

Marco Ercolani

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