LA MANO DEL DIAVOLO. Fabrizio Zollo

Quando un artista visivo – in questo caso Fabrizio Zollo, pistoiese, pittore, scultore, editore – scrive un libro, nasce spontanea una domanda: perché scegliere una nuova forma espressiva? Nel caso di Fabrizio la risposta è immediata: l’ardente giovinezza della curiosità, il volersi mettere sempre e ancora alla prova. Zollo non è estraneo alla scrittura: ha inventato le magnifiche edizioni di “Viadelvento”, librini brevi che hanno ridato vita a molte voci, spesso dimenticate, del Novecento europeo.

Ora che è lui a scrivere in prima persona i venticinque racconti de La mano del diavolo, Fortezza edizioni, 2022 (fra i quali vorrei citare un piccolo capolavoro, Franz) ne nasce un libro composito, raffinato, impulsivo, tragico, impetuoso, che si confronta spesso con la morte, muovendosi nei dintorni del racconto fantastico, della rapsodia lirica, del frammento poetico espressionista. Le strategie della narrazione sono ariose e libere. I personaggi appaiono originali, eccentrici, disperati. L’attenzione di Zollo è rivolta al lato ferino e invisibile delle passioni, dei dolori, dei destini. La sua prosa, increspata, non realistica, fitta di personaggi colti al limite estremo della vita, è una partitura di “ballate” per voce sola. Osserva con intelligenza Francesco Cappellini nella sua postfazione: «A dirla tutta, una trama con tanto di inizio, svolgimento e finale, si incontra raramente percorrendo questa pinacoteca di pensieri in movimento, in cui l’autore pare inseguire più fragranze che non storie, più l’intrigo di certe atmosfere che non l’intreccio narrativo. Non sono forse anche queste “istantanee”, narrate anziché scattate, piuttosto che racconti veri e propri?». Ma Zollo non è naif nelle strategie della scrittura. Muove i suoi personaggi con precisione in un mondo inattuale o apocalittico, dove a prevalere non è la Storia con la S maiuscola ma la sua ombra parallela e perturbante, le sue vittime trasognate, angosciate, marginali.

In sintesi, La mano del diavolo è un libro complesso, sensuale, tattile, da cui i personaggi ci guardano come paesaggi di passioni e di dolori dove la frenesia selvaggia e avventurosa dell’adolescenza convive con il cupio dissolvi della morte. Qui di seguito trascrivo due frammenti da due racconti che possono restituirci l’idea dello stile, visivo, febbrile, ossessivo, della scrittura di Zollo. Il fanciullo che abita in lui pretende di trovare la verità della sua voce; l’artista che lo possiede vuole mostrarci il microcosmo del suo atelier, reale e psichico, perché noi possiamo decifrare i suoi paradisi e i suoi inferni.

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(Da Franz)

Franz era talvolta soggetto a improvvisi episodi di vertigine percettiva. Gli accadevano per lo più quando era solo. Ne avvertiva il manifestarsi pochi attimi prima, con angoscia ma anche come stregato dalla curiosità alla quale era tentato di abbandonarsi. La sensazione era di scivolare a cerchi concentrici, come risucchiato, in un vortice di assenza nella presenza. Era lì, chino su un giocattolo che aveva fra le mani ma allo stesso tempo non era lì, se ne stava staccando, e questo distacco lo poneva in uno stato di vuoto ma anche di malìa al quale avrebbe potuto anche del tutto cedere se solo avesse avuto la certezza di tornare in sé, nuovamente padrone delle sue azioni e del suo pensiero.

Era una sorta di stato dissociativo, di de-realizzazione, che lo rapiva dall’ambiente circostante e da ciò che stava facendo, precipitandolo in una dimensione di de-personalizzazione che lo estraniava dal proprio corpo e sentire. Era come se quello che stava facendo non fosse reale e non stesse accadendo a lui.

Allora si ribellava e cercava di aggrapparsi a qualcosa di reale o che tale gli pareva della sua vita e dei suoi familiari. Ne usciva, in un lasso breve di un minuto al massimo, ma ne rimaneva provato e con la sensazione di esser giunto a un passo dalla verità del suo esistere, dalla spiegazione del luogo, del tempo, del tutto: una verità talmente semplice e cristallina preclusa all’adulto, che un bambino allungando la propria manina avrebbe potuto afferrarne la chiave.

Crescendo Franz fu soggetto sempre più raramente a questi episodi, che non si sarebbero più ripresentati, almeno in quella forma.

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(da Heinrich, lo scultore)

Per quanto s’interrogasse, Heinrich non trovava un solo motivo valido che potesse condurlo a sollevarsi dalla poltrona per raccogliere la palla di carta che si era impossessata del centro del pavimento sporco e consunto del piano terra del suo atelier. Quella palla, il cui ingombro era limitato alla capienza della piccola e femminea mano destra che l’aveva generata, si poneva nell’universo della stanza umida e in perenne penombra, come un sole attorno al quale ruotassero i pochi disadorni pianeti di quell’atelier: il cavalletto da scultore, mezzo muffito e increspato da calanchi di creta secca, era vicino alle sbarre dell’unica finestra, rivolta a occidente, da dove la luce quadrettata filtrava morbida nella stanza dopo essersi fatta largo tra il verde palmizio a cespuglio dell’incolto giardino e le ragnatele saldamente ancorate tra gli scuretti e i vetri sporchi, i cui inquilini conducevano la vita tranquilla di chi è certo di non andare incontro a sfratto; la poltroncina démodé di ciniglia, di un indefinibile color ruggine, e che l’usura del tempo non era ancora riuscita a nobilitare, era dall’altro lato della finestra; l’intero settore nord della stanza, nella cui parete si apriva l’ingresso, era del tutto disadorno, salvo qualche meteorite accumulato ai confini angolari variamente costituito da mucchi di polvere, palle di carta di giornale e blocchi di creta senza protezione che, malgrado gli sforzi, non riuscivano a seccare del tutto, a causa dell’umido che regnava in quel microcosmo.

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