FRAMMENTI PER UN LETTORE. Vasilij Rozànov

Inedite Foglie cadute di Vasilij Rozanov (1916).

Questi volti assonnati, queste strade disgustose… Come faccio a guardare i viventi?

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Io, sono semplicemente io. Scrivo di nascosto, come una talpa. Mi garba così e faccio così. Pubblico senza che nessuno mi legga. I casuali acquirenti delle mie sacre scritture possono anche pulir­si il culo con la carta delle pagine! Per quello che me ne frega… Au-revoir nell’altro mondo! Al diavolo tutti!

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In compagnia di un lettore attuale mi annoio tanto da soffiarmi il naso a ogni secondo. Io scrivo per non so quali amici ignoti, forse per nessuno, forse per il diavoletto saltato sulla spalla di Vladimir Solov’ev, passeggero dell’Ekaterinskij, al largo del Baltico.

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Sognato ieri, scritto oggi, pubblicato, ripubblicato, tradotto, riletto, consumato, dimenticato, bruciato, messo al macero, impastato nell’acqua, e adesso carta bianca, scartafaccio vergi­ne, catino in cui vomitare!

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Di quale tempo sono padrone? Quello in cui, da biscia del sotto­suolo, parlo e parlo e non finisco di parlare, perché il segreto della mia scrittura è qui, nei polpastrelli che gemono parole?

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Cosa mortale e solitaria. Foglie cadute.

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Non mi sei contemporaneo. Lo sono gli idioti che scambiano per saggi nobili e significativi i miei ignobili frammenti, la mia cacca di mosca. Complice futuro, mi precedi dal futuro. Il tempo in cui mi leggerai mi costringe a inventare questo blaterìo che i critici chiamano scrittura. Quest’opera fatua, precaria, impos­sibile – frullo di ali, lipotimia, spasmo oculare.

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Si legge a lampi. Si scrive a lampi. Fra sospiri, mezzi pensieri, esclamazioni fortuite. Ignoro le tue domande ma devo risponderti. Non sei forse tu il mio specchio futuro? La vertigine che mi rifletti, passeggero di un altro secolo, è la mia.

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Libro non letto, buio come una pietra sepolta nel vicolo nero. Eccola, la mia opera. Non c’è altro.

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Un’anima? neppure se la supplicate in ginocchio.

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Dove andrò? Non andrò in nessun luogo, sto morendo, tornerò nella terra. Ma dove andrete voi, e chi vivrà in queste sette stanze dopo di me?

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Lavora con l’acqua che ammucchia i detriti, non con il fuoco che brucia le scorie.

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Leggere sveglia tensioni che l’intimità della scrittura aveva smorzato nel silenzio del foglio. Chi mi porta fuori dalla carta sei tu, che mi leggi. E’ come se, dall’interno di una terra nominabile, fossi guidato verso isole vulcaniche che io evoco ma che, prima del tuo occhio, non mi erano visibili. Tu mi strappi alla scrittura in cui parlo di Dostoevskij e Gogol’ e rendi la mia scrittura Dostoevskij e Gogol’: voce scorticata e grottesca. La parola non è vibrazione musicale. E’ qualcosa di alfabetico, che si regge su un suono. Solo tu, leggendomi, la rianimi: non come il fuoco anima la materia, disperdendola, ma come l’acqua, dissolvendo la terra, la precipita in punti diversi e crea forme nuove. Matra, in sanscrito, non significa modellare, misurare?

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Traverse divelte. Frantumi. Sabbia. Pietra. Fosse di scolo.

-Una ferrovia in rovina?

-No, le opere di Rozànov.

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Cancellarmi dentro la scrittura, tessendo e ritessendo parole sull’enfasi del silenzio. Sentenza finale: afasia piena di suoni.

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Io sono svelato da te, lettore. Senza di te, sono un morto che tace dentro la bara del libro, un cadavere buono per una tesi sulla chiac­chiera russa, un essere cartaceo che manda segnali sotterranei e inudibili dalla sua tana. Essere letto è essere posseduto: un momento d’amore. Io mi conse­gno al tuo amore in modo definitivo e totale, senza pelle. Puoi penetrarmi, frantumarmi, dimenticarmi: io sono lì, esposto, dal momento in cui, aperto il libro, mi leggi. E quel libro non appartiene al catalogo delle mie opere: è gesto, eco, traghetto, meta-forein.

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Non puoi che partire da me. Non posso che arrivare a te. Strappato a secoli di significati e di interpretazioni, sono nell’aria in cui mi senti. Chi immagina il creatore come un dio onnipotente, orgoglioso della materia che plasma, non ha mai creato. Lo scrittore è terra nelle mani, negli occhi, nella mente dell’ultimo, del primo lettore: é camera posseduta da ombre, spazio traversato da incubi, vortice di venti. E’ il luogo da cui ti parlo, nomade di carte, abitante di vite, imperatore di scar­tafacci. I libri sono ballerine da circo, stupide puttane, pavoni che mostrano la coda. Ma io ho introdotto nella letteratura le cose più insignificanti e superflue, fra cui il mio amore per la non-scrittura. E tu sei qui, secoli dopo di me, a leggere il mio respiro, la mia tosse, il mio naso che cola – questa parola biascicante, che insulta Gutenberg e offende Tolstoi.

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Contro il mio non voglio si rompe ogni assalto. Io sono un essere privo di passioni.

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Polo artico. Appena uno strato di neve. Nient’altro. La morte.

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Vado nella notte per una via tenebrosa…

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Confessiamolo, alfine, che tutta la nostra magnifica letteratura è in fondo terribilmente insignificante e noiosa, come le memorie di un funzionario di partito.

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Ogni volta che scrivo salgo verso l’apice della scala, nella penombra che non è né notte né giorno e sa solo del bianco dell’alba, il bianco in cui si giustizia, si uccide, si irrompe, si assale. Finalmente ti conosco. Tu non mi leggi: tu sei in agguato. Io, per te, non sono questo libro, che scrivo, i libri che ho scritto o che scriverò – poveri frammenti, foglie cadute, trucioli sfug­giti alla cesta – ma un’orma nella neve, un’arma perduta, qualco­sa da commettere o da ricordare – forse il delitto a cui siamo chiamati.

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Ci si può invaghire del terrore e, in fondo all’anima, odiarlo.

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Scordare la terra con uno straordinario sentimento di oblìo, questo sì che è bene!

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L’esistente mi sembra incredibile, il fantasma vero.

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Lettore sincronico: poeta. Lettore diacronico: idiota.

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Se qualcuno pronuncerà il mio elogio a tomba aperta, uscirò dalla bara e schiaffeggerò l’oratore.

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Leggere, come sai, non è vedere perfettamente ma mettere l’occhio come lente ustoria sulla parola dell’altro, fino a risentirne la vertigine…

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Parafrasando Hölderlin, quanto resta del mondo non lo creano i vivi.

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Dopo la pubblicazione dei Solitaria, si è stabilizzata la tesi che io sia definitivamente Peredonov o Smerdjakov. M e r c i.

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In ultima analisi, la povera cosa che siamo.

(a notte fonda)

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Intimo fino all’oltraggio.

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Anche sottoterra, un po’ di fuoco d’inferno per accendermi la sigaretta.

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Ormai ti conosco. Scorticato dalle parole, non hai il tempo di leggere. Una frase ti ossessiona, una parola ti blocca, e sei costretto, trasognato e impaziente, la testa sollevata dal fo­glio, a immaginare scritture…

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Poeti buoni, poeti cattivi, poeti tout court: i più terribili. La loro poesia vergognosamente assente e i loro versi impudicamente presenti confermano un’elegante e volgare inesistenza.

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L’arte è un carillon dal remoto sapore di veleno.

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Non essere contemporanei e non essere muti: paradosso difficile da scontare.

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Parafrasando Donne, i miei accessi di devozione (alla scrittura) vanno e vengono come una fantastica terzana; quaggiù, i miei giorni migliori sono quelli in cui tremo di paura.

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È inutile che tu legga un genio. Non lo conoscevi già, prima di leggerlo?

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Essere vivi insieme, ma non nello stesso tempo.

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Più in alto dei morti. Ma solo di quelli sepolti.

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I miei amici possono resuscitare. Per i vivi è più diffi­cile.

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Non si cuce più la bocca: si invita alla dimenticanza dell’orga­no.

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Leggi e prega. A cambiare è solo la materia del libro. Quando leggi, hai il conforto della scrittura; quando preghi, hai la disperazione della voce.

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Al mio potenziale lettore, chiuso nella cella dei condannati a morte, è proibita la lettura di ogni messaggio che arrivi dall’esterno.

Vasilij Rozànov
Vasilij Rozanov
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