IN SOGNO. Francesco Denini

L’età della ferita. Intorno ai ‘Diari’ di Kafka di Marco Ercolani.

Invito alla lettura

Il sogno apre quel che la veglia chiude.

La coscienza risponde al nostro mondo onirico soprattutto là dove crea ritorni all’azione, ma risulta anche sempre schiava delle sue intenzioni. Ed è a qui che il sogno interviene. La maturità non è tutto, almeno finché non è che la forma esteriore della responsabilità. Questo almeno è quanto sarei portato ad evincere dalla lettura di L’età della ferita. Intorno ai ‘Diari’ di Kafka di Marco Ercolani.

Per riordino neuronale o per intervento divino un sogno, in questo libro, smentisce l’impressione diurna che nulla possa aggiungersi ormai a quanto scritto sull’opera e sull’anima di Franz Kafka: “[…] quella stessa notte sognai di essere un filosofo praghese, contemporaneo di Kafka, che iniziava […] a leggere e a commentare i Diari di Kafka […]. Non appena sveglio, fu naturale tradurre quel sogno in un piccolo libro, in questo libro”.

E va da sé, che la polpa di questa citazione – lo dico perché questa è a tutti gli effetti solo una recensione – è tutta interna alle tre parentesi quadre che io qui ho inserito per evidenziare il nocciolo di questo libro; polpa che il lettore potrà gustare solo leggendolo. Qui anzi dovrei fermarmi, se davvero fossi fedele al mio mandato di recensore. Ma tale fedeltà, in coscienza, sarebbe a sua volta tradita in sogno: ed il sogno di questo libro è, nel mio piccolo, il mio modo di leggerlo, cioè di tradirlo: tradimento a cui vorrei rimanere fedele, nella speranza che tale ‘fedeltà al tradimento’ tradisca una mia fedeltà al primato della possibilità sulla realtà.

L’arte di immaginare un punto di vista ‘non facile’ può rinnovare completamente una lettura che rischia di diventare suo malgrado ‘facile’? Quando si arriva a Praga, oggi, e si vede l’immagine di Kafka celebrata quasi fosse un Mozart a Salisburgo, si comincia a temere che abbia perduto tutta la sua forza perturbante. Amare Kafka (non troppo diversamente si potrebbe dire di Mozart; come non ricordare la velata ironia di von Hofmannsthal alla prima edizione del Festival di Salisburgo) vuol dire, oltreché cavalcarne la riproducibilità warholiana, restituirgli anche qualcosa della sua calibrata violenza perturbante. Emblematico nel testo di Ercolani è, in questo senso, il rispecchiamento col destino di Kleist, “il peggiore della sua stirpe.”

Storia e inconscio sembrano, anche qui, i diodi che danno luogo al ‘corto circuito’ della scrittura kafkiana, contesa, per intenderci, tra Benjamin e Scholem. Ma l’angelo nuovo che questo libro coglie rimanda a una visione terza tra filosofia e interpretazione rabbinica: un altro filosofo – forse quel Felix Weltsch, che esplicitamente l’introduzione al libro chiama a protagonista del libro – potrà scrivere qualcosa che per struttura ricordi un poco Anima di James Hillman, ma che per prospettiva sembri piuttosto calibrato a quella ‘stretta fessura’ verso il sogno che unisce Weltsch a Kafka e che intenderei qui come il versante più ‘freudiano’ del libro: necessità e libertà si contendono l’ontologia di questa filosofia, immaginata come interferenza tra eternità greca e creazione ebraica. L’età della ferita è forse la nevrosi a cui The Age of Anxiety di Auden sembra essere il sintomo? Ed è perciò che la Weltanschauung di Weltsch cerca una stretta uscita dal mondo che gli dia accesso al fuori-mondo di Kafka?

Il libro di Ercolani trova la smentita al tutto-detto su Kafka in una coscienza del sogno che ha il coraggio di farsi sogno di un’intenzione. E ciò accade in virtù di una sua precisa ‘cultura della ferita’, che ne percorre tutta l’opera e che qui mi è impossibile sintetizzare. Posso solo dire che, quando qualcuno trova il modo di restituire alla ‘felicità’ autori sommi nella loro ferita – su tutti, va da sé, Leopardi, Kafka, Beckett – la nostra navicella spaziale sembra ritrovare il suo assetto a noi congeniale. La potenza della loro reale felicità è misura della nostra comune e rimossa infelicità: un’opera espressa, fosse anche la più tragica, ride di gusto come sa ridere il pubblico al cospetto dei migliori comici. E poco importa se l’autore ribalta nella sua opera la più grande ferita personale.

Come disse l’artista Giulio Paolini, l’opera d’arte autentica è quella che sa dimenticare il suo autore. La vitalità che si riversa nella rivolta dell’opera verso il mondo, ed anche contro se stessa, è qui già tutto. Il silenzio di Dio in queste opere – intrinsecamente, vertiginosamente atee, e con la rapida forza divina con cui l’Arcangelo rese accessibile a Dante e Virgilio, contro tutti i diavoli, l’ingresso alla città di Dite – sembra incarnare la stessa risata di Dio al cospetto della sua stessa essenziale inesistenza. Non meno che in questo modo accoglierei l’impressione di Ercolani di aver scritto, con questo libro, l’opera sua finora più felice. E perciò invito a leggerlo.

Francesco Denini
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