L’ETA’ DELLA FERITA. Intorno ai Diari di Kafka

*I testi sono tratti da: Marco Ercolani, L’età della ferita. Intorno ai Diari di Kafka, Edizioni Medusa, 2022.

Premessa

Talvolta succede che un sogno sia il principale strumento capace di avvicinarci alla verità di un autore. Ieri, 7 febbraio 2022, rileggevo i Diari di Kafka e sentivo che ogni commento critico, per quelle pagine nitide e tragiche, sarebbe stato superfluo. Quella stessa notte sognai di essere un filosofo praghese, contemporaneo di Kafka, che iniziava, nel settembre del 1938, a pochi mesi dalla rivolta della Cecoslovacchia antinazista, a leggere e a commentare la versione autografa dattiloscritta dei Diari, con tanto di correzioni e disegni dell’autore. Non appena sveglio, fu naturale tradurre quel sogno in un piccolo libro, in questo libro. Quando lo ultimai, tre mesi dopo, non ricordavo esattamente chi ero stato durante la stesura delle singole pagine (mi tornava alla memoria un nome, Felix Weltsch, il filosofo amico di Brod e di Kafka, che criticava la politica antisemita di Hitler e che con lo stesso Brod lasciò Praga nel 1939). Fantasticavo che il mio commento sarebbe stato conservato nell’archivio di Národní Knihovna, la Biblioteca Nazionale di Praga nel quartiere di Staré Mestò, proprio accanto ai Diari di Kafka, e rileggevo le mie parole con un certo stupore perché non erano soltanto le mie parole.

Disegni di Franz Kafka

**

Gennaio 1912

Dovrei, nudo, far da maestro al pittore Ascher per un San Sebastiano.

*

La storia è semplice, forse è stato lo stesso Franz a narrarmela. Un uomo gracile e di bassa statura posa nudo per un pittore, che guarda la tela bianca stesa sul cavalletto. Il pittore fissa a lungo l’uomo: lo fissa e non dipinge nulla. L’uomo, perplesso, gli chiede perché non inizi finalmente il suo San Sebastiano. «Non posso farlo – risponde il pittore – lei ha già troppe lance conficcate nella carne».

**

Giugno 1913 Il mondo immenso che ho nella testa. Ma come liberarmi e liberarlo senza strappare. E mille volte meglio strappare che trattenerlo e seppellirlo in me. Per questo sono qui, questo mi è del tutto chiaro.

*

Meglio strappare che seppellire. Meglio l’aperta ferita che la sepoltura silenziosa. Nulla di ciò che è muto mi convince, se non sono io a volere il mio mutismo, io a decidere il mio silenzio. Dove questo non accade, altri hanno preso il sopravvento. Altri? Non so se possiamo chiamarli così. Sento, lontane, le grida rauche di detenuti internati per attività sovversive. Io sarò interrogato domani, per l’ennesima volta, su delle questioni private che riguardano solo me. Mi chiederanno di strapparmi dalla testa la verità che vogliono vera: mi costringeranno a impercettibili delazioni. Ma la verità è questa cosa inspiegabile: nessuna metafora da chiarire, nessun senso da decifrare, nessun crimine da confessare. Essere sempre e soltanto colpevole, il respiro del nemico che soffia minaccioso alle spalle, come nebbia. Niente da dire: Franz ha soltanto ragione quando prevede il peggio. Forse, addirittura, è troppo cauto nelle sue previsioni

**

14 giugno 1914

Il mio passo è tranquillo, nonostante i guizzi che ho intorno alla testa e un ramo che debolmente la sfiora, causandomi il più grave fastidio. Ho in me la calma e la sicurezza di altri uomini, ma in certo qual modo a rovescio.

*

Talvolta pensavo che Kafka si “atteggiasse” a eroe del dolore. La sua angoscia era così sfuggente che mi sembrava un vezzo borghese. Ma poi, col passare degli anni, cominciai a percepire quasi fisicamente la sua dolorosa inermità: era come se la polvere dell’aria potesse fargli del male e lui fosse certo che era giusto così. Fra le sue idee fisse la prevalente era quella che Don Chisciotte non fosse mai esistito ma fosse stato creato dalla mente di Sancho. Se, contro la fantasia di Cervantes, Franz si ostinava a pensare Don Chisciotte non come un personaggio letterario ma come l’invenzione di un ottuso grassone, doveva essere infelice oltre ogni limite. Come una volta scrisse, lui non credeva al canto delle Sirene. Le Sirene erano mute, affermava, e la sua sorprendente affermazione, che sgretolava un mito millenario, avrebbe un giorno richiamato, nel Caffè dell’Arco, un attonito Ulisse. «Ulisse verrà qui,» diceva Kafka «lui non smette mai di tornare e Praga potrebbe diventare, temporaneamente.

**

Paul Klee

14 dicembre 1914

L’inizio di ogni novella è innanzitutto ridicolo. C’è da disperare che questo nuovo organismo ancora incompiuto e dappertutto sensibile possa mantenersi in vita nella compiuta organizzazione del mondo che, come ogni organizzazione compiuta, aspira a conchiudersi.

*

Ogni volta Kafka sperava che la costruzione di un nuovo racconto gli restituisse il mondo che sentiva di avere perduto, o di non avere mai trovato. Ogni volta che tornava a guardare dentro di sé, nel corso della giornata, si chiedeva perché il mondo esistesse proprio in quel modo, slacciato, crudele, confuso, e lo sopportava solo per avere l’occasione di creare un racconto rigoroso, opposto a quell’insensato e casuale fluire, un racconto che all’inizio sarebbe stato “ridicolo” o “penoso” ma che forse, dopo, si sarebbe trasformato in una parabola perfetta, anche di poche righe, con la quale definire, concludere, illuminare. «Il sole, domani, non potrà sorgere» era la sua frase preferita. La riteneva la minima apocalisse in grado di spaventare l’essere umano. Mi ripeteva che l’arte non la inventano i critici: è il resoconto delle nostre personali manie, eterogenea e disparata come nessuna storia saprebbe inventare o classificare, è una guerra perenne con se stessi. Non mi stupisce che le nazioni siano sempre in lotta una contro l’altra se una bestiolina come me, una volta che gli si apre quella ferita in mezzo alle ali, non ha nessuna intenzione di richiuderla.

**

15 marzo 1922

Non essere ancora nati e già costretti a girare per le strade e a parlare con gli uomini.

*

Condannati ancor prima di nascere: sembra impossibile eppure non lo è. Appena iniziamo a respirare ci ritroviamo addosso delle sensazioni che non abbiamo ancora vissuto ma che sono già, dentro di noi, dominanti. Non ci si può salvare da quanto è già accaduto. Vivi e morti si rincorrono nello stesso gioco. Nascere e morire. Hip hop. Hip hop. Ci è concesso di vivere come se fossimo i primi a farlo, ma presto prendiamo coscienza dell’illusione. Ci muore la madre e già sappiamo quante innumerevoli madri siano state sepolte nel corso di secoli. Ma ora dovremmo potere. Con prudenza, passo dopo passo, rammentando il fango che blocca i muscoli, ricordando la stretta delle corde e il gelo delle sbarre. Un movimento dopo l’altro. Il piede destro sopra un punto, il piede sinistro sopra l’altro punto, curvi, la bocca aperta, gli occhi serrati. Il cavallo bianco mi impressiona sempre, ma anche le altre cose bianche, le lenzuola, le pareti, i fogli, i fiori, soprattutto l’idea del bianco, agghiacciante in mezzo alle tenebre, come nebbia, come fumo, quando io, sveglio, la fronte sudata, guardo, fra il letto e la porta, dei fucili che mirano alla mia fronte, e sento ordini rauchi, richiami gutturali che deformano la lingua di Goethe…

**

19 marzo 1922 Rifugiarsi in un paese conquistato e trovarlo subito insopportabile, poiché non ci si può rifugiare in nessun luogo.

*

Il tema del rifugio non è nuovo. Una volta sentii parlare Kafka, a bassa voce, al Caffè Arco, proprio di questo. Amava essere il funzionario di un istituto assicurativo perché così gli amici non lo vedevano come scrittore. Essere scrittore è un rifugio troppo intimo perché lo scoprano in tanti. Gli esseri comuni, i banali conoscenti, devono considerarlo sempre e solo un impiegato spiritoso, intelligente. Ripeteva quanto fosse comodo passare da una vita all’altra come chi, indossando due giacche diverse, è obbligato a non essere una persona sola, senza via d’uscita. Nel bianco del cielo, disintegrati, restano le tegole del tetto, la polvere del palo. Nei suoi fogli si accanisce a tracciare segni piccoli e indecifrabili che poi, quando sarà interrogato, tradurrà, ma solo in parte, per il suo interlocutore. La scrittura, come il segno, è di tutti e non appartiene a nessuno: da questa certezza si può sempre iniziare. Ma poesie no, rideva, non so scriverne. La poesia è troppo estatica, non fa per me.

**

22 marzo 1922

Nel pomeriggio, il sogno della piaga sulla guancia. Il limite sempre oscillante fra la vita comune, e lo spavento apparentemente più reale.

*

Quando la vita reale non è affatto reale, né ti procura alcun piacere, ti resta lo spavento di essere al mondo. Lo spavento esiste sempre, basta che inciampi accanto a un ponte e rischi di cadere, travolto dalle ruote di un’auto. E qui, a Praga, lo spavento sembra collettivo, soprattutto nei giorni in cui le parate militari sono imponenti e colossali, per tutte le vie attorno al Ponte Carlo, e impongono muta obbedienza anche ai civili rinchiusi nelle loro case. La scienza del reale è uno stormo di uccelli nel quale balena una direzione – proprio quella che vedi: non una mente razionale, non dei progetti realizzabili, ma il sonno in cui sembrano sprofondare in volo: a questa pausa felice si ispirano le scienze dell’uomo. Cancellare il reale con un mondo visto nel sonno non diminuisce il desiderio di sognare. Occorre sognare sempre. Le nuvole hanno assunto forma di alberi e gli uccelli vi trovano facilmente riparo. Per me le cose non sono più solide e ferme come sempre ma tutte – una per una, dal tavolo al bicchiere, alla lampada alla penna – sono destinate a modificarsi, toccate dalle mie mani, guardate dai miei occhi, e a trasformarsi in oggetti abnormi, che non serviranno a nulla, che mi tormenteranno come incubi vani.

**

12 giugno 1923

Sempre più pavido nello scrivere. Ed è comprensibile. Ogni parola rigirata nella mano degli spiriti – questo slancio della mano è il loro movimento caratteristico – diventa una lancia rivolta contro chi parla. In modo particolare un’osservazione come questa. E così all’infinito. L’unica consolazione sarebbe: accade, tu voglia o non voglia. E ciò che vuoi è di aiuto appena percettibile. Più che consolazione è: che anche tu possiedi armi.

*

Poiché pallottole e lame non ci hanno ancora raggiunti, suggerisce Franz, dovremmo continuare a fuggire e, fuggendo, cercare un rifugio dove scrivere di questa fuga. Ogni foglio è un biglietto rotto, un corpo strappato. Ma ci sono persone che non hanno avuto il tempo di ricomporre il corpo ritrovato smembrato. Quale guerra remota temiamo? Nessuna guerra è remota. La aspettiamo, la generiamo, la nutriamo. Annotare il proprio dolore serve perché la lancia che impugni non ti trafigga subito il cuore ma sia arma levata contro chi ti vorrebbe ferire: difendi così la tua interezza, senza nessuna paura. La paura è il primo sentimento, ma non sarà mai l’ultimo. Chi scrive, restituisce orgoglio e bellezza a qualsiasi terrore abbia provato e proverà. La sua opera ne è il segno, per quanto sia lunga o breve la vita. Il ricordo che il mondo avrà di Kafka sarà luminoso, come quello di un chirurgo che, più di altri medici, abbia affondato la lama nella ferita e ne abbia studiato il percorso, nella psiche e nella carne, tentando impossibili terapie e non evitando mai di vedere l’età della ferita, della propria e unica ferita, un tempo dove, contro ogni previsione disperata, sperare è un progetto che fa scorrere aria nel corpo malato e lo guarisce in quell’attimo.

Franz Kafka
Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...