NEL GESTO INCOMPIUTO DELLA SCRITTURA

Dopo Antiterra (I libri dell’Arca, Joker, 2006), in cui aveva riunito gli editoriali scritti per “Anterem” dal n. 51 al n. 71, in L’esperienza poetica del pensiero (Nuova Limina 2022) Flavio Ermini completa l’opera raccogliendo quelli scritti, sempre per “Anterem”, dal n. 72 al n. 100.

Inizieremo questa breve prefazione proprio a partire dall’editoriale dell’ultimo e definitivo numero della rivista, Da un’altra lingua. Anterem 1976-2020, totalmente votato alla traduzione di testi poetici: la coerenza di una vita dedicata all’ostinata riflessione sulla “parola come inizio” traspare dalle brevi righe finali: «Com’è potuto accadere quel gesto aurorale che ci ha esiliati dall’essere e ci ha fatto presumere il nostro essere liberi? Come è possibile tornare a quel gesto iniziale e impedire di diventare prede della temporalità? “Trovare una lingua” impone Rimbaud. Chiamare da un’altra lingua significa dare scacco al linguaggio a noi noto e farne nascere uno nuovo, sconosciuto. Significa tornare a celebrare autenticamente il battesimo delle cose. Insorgendo contro l’apatia del pensiero e contro le grandi macchine dell’estetica. Questo è il processo di trasformazione che va compiuto con la consapevolezza che questo processo è al principio; lì, dove abbiamo bisogno di essere pronti allo sconvolgimento, un moto dello spirito che va letto come dissolvenza del senso, come perdita, come lacerazione del velo che copre le cose. Una tensione, un tono, una risonanza tra l’opera e noi… Forse il momento appena accennato di una danza… È così che il numero 100 di Anterem si pone, avanza e, confermando abitudini consolidate, va incontro al principio. A noi si rivolge per invitarci a raggiungerlo e, lì, a scoprire che c’è un altro mondo dietro le apparenze».

Ermini, concludendo l’avventura di una rivista come Anterem, scopre il “momento appena accennato di una danza”. Quello che definisce “un altro mondo dietro le apparenze” è, ancora una volta, “il velo nero del pastore” che, come nell’omonimo racconto di Hawthorne, ci indica che dietro il velo non c’è nulla se non l’emozione di ricominciare a vedere il mistero, il rinnovarsi della parola oltre ogni assillo temporale. Quella “risonanza tra l’opera e noi” è ancora una volta la germinazione di una lingua che, nel terreno dell’assenza, ribadisce la presenza di chi veramente vive oltre e fuori dal mondo dei codici prestabiliti e dei sensi prevedibili. Niente di sicuro abita l’abisso della poesia se non la certezza dello scacco al linguaggio comune che introduce a un nuovo battesimo delle cose. Il pensiero circolare di Ermini prevede una vita sempre avvolta nella consapevolezza della fine. Ma la fine relativa dell’uomo è contrassegnata dall’assoluta libertà della poesia che lo abita, in un gesto apollineo e dionisiaco che trascende le apparenze sensoriali.

«Quando un pittore come Franz Marc dipinge cavalli azzurri, rappresenta nell’animale una qualità che non c’è in natura e che non può essere percepita. Questa “qualità” è l’essenza del cavallo. Insomma, Marc non dipinge singoli cavalli, i cavalli che noi vediamo circolare nel paesaggio, bensì l’essenza dell’animale, quella che comunemente non si vede, abbagliati come siamo dalle apparenze. Per cogliere delle cose l’essenza nascosta e profonda, dobbiamo fare un passo nel nudo disvelamento del vero, oltre la superficialità dell’intuizione sensibile, oltre le connotazioni sensoriali. Pensiamo, a tale proposito, all’oscuro migrare di Trakl: “Alcuni durante il pellegrinaggio / giungono alla porta per oscuri sentieri”. Solo chi segue la via del pensiero corrisponde all’appello dell’essere, Eppure “per molti la tavola è pronta”. Ma allora, se la porta è aperta, se il pane è pronto, perché non entrare e non sedersi a tavola? Perché non prendere posizione per l’emergenza del dire?» (dall’Editoriale del n. 84).

Ermini è un filosofo? Non potrebbe mai esserlo totalmente. Nessuna teoria conferma le sue idee in modo sistematico, nessuna consolazione razionale lo conforta. Le sue sono incursioni teoriche nel pensiero poetico visto come demone centrale dell’esistenza: pensiero trasversale e nomade che sogna sempre il capovolgimento del mondo in metafora.

«La parola deve aiutare i mortali che abitano “poeticamente” il mondo a giungere, prima di chiunque altro, in fondo al caos originario e così preparare – proprio a partire dal caos originario – il capovolgimento del mondo. Rammemorare la lingua aurorale, ante rem, significa anticipare quella dell’umanità a venire, in vista del proprio poter essere. Il tempo di cui torna a parlarci il poeta è dunque diverso dal tempo “naturale” così come lo avvertono i sensi, ma anche da quello “umano”: a differenza di entrambi, è destinato a non scorrere. La sua estensione geometrica tende allo zero. La sua irriducibilità al sé – esattamente come per l’essere e il dire – è totale» (dall’Editoriale del n. 85).

Ermini vive nel tempo che non scorre, come il convitato di un “essere poetico” che è e resta il suo unico cibo. La continuità del suo pensiero è impressionante, e la sua parola appare ferma nell’orizzonte di una voce che, come in una litania sacra, germina frasi poetiche. In Antiterra così descriveva la figura del poeta: «Condannato a non poter cantare altro che il furore dell’inconosciuto, il poeta oscilla tra i frammenti incessantemente dispiegati dal caos generativo, costruendo un transito possibile tra loro; ma senza cancellarne le differenze e cogliendone l’emergenza negli spessori profondi. Dovrebbe essere ormai perspicuo: al poeta interessano quelle voci del limite che nella complementarità o nell’esclusione documentano le caratteristiche di terreni accidentati, irriducibili a ogni abitudine cognitiva ed esistenziale. Proprio in questi punti d’intersezione e mescolanza, in queste zone di confine, prima del bordo opaco delle cose, si concepiscono le forme. Va promossa la scoperta di questo regno intermedio, con il quale il poeta intreccia il proprio sguardo e la propria voce; in un gesto che prevede un moto di sradicamento prima di quello di un avvento. È la sporgenza dell’essere sul pensiero che intende contenerlo. La parola poetica è la mano che si appoggia su un oggetto e che non appartiene più totalmente al corpo da cui proviene. Si mostra nell’atto dell’allontanamento per manifestare un nuovo senso».

Sono passati quindici anni da quel libro ma il pensiero di Ermini è immutato. Non si può comprendere fino in fondo la sua paradossale contemporaneità se non la si coglie nell’alone inattuale che fa risuonare la sua “voce di confine”: echeggia come dall’interno di una cripta e il suono del suo pensiero è antitesi al rumore esterno del mondo. Sotto la traslucida compattezza della prosa di Flavio si celano, come scrive Stefano Guglielmin, “i frammenti di una ‘mitografia del pensiero’, ove, però, non il pensiero scrive il mito, ma il mito il pensiero”. E quel mito è il ritorno alla quiete edenica di una comunità poetica di eletti, lontana dall’umano mondo comune, che pensa il linguaggio come centro dell’essere, oltre ogni vincolo temporale.

«Noi non abbiamo venti, cinquanta, settant’anni. Questo calcolare ci indica solo quello che siamo in apparenza. Noi siamo arcaici, apparteniamo al principio e a questo principio siamo ancora in grado di guardare se solo prendiamo atto che un’opera letteraria non è il prodotto di un individuo “particolarmente dotato”, bensì l’incursione di un’esistenza nello spazio aperto dell’essere» (dall’Editoriale del n. 86).

Ermini continua a scrivere il suo libro ininterrotto, dove  linguaggio poetico e filosofico, inestricabili l’uno dall’altro, si generano uno dall’altro, in un moto di costante avvicinamento, dove domina il disegno di un pensiero remoto dalle apparenze, lontano dalle vie della ragione. Anche se persiste, implacabile, una ragione che possiede mente e cuore: l’esigenza di una poesia che si confronticon i propri fantasmi. Nel movimento infinito di cui è intessuto l’universo, così come lo concepisce Giordano Bruno, il compito del poeta è cercare combinazioni sempre nuove, attraverso un linguaggio duttile ma ostinato.

«Vivendo noi ci mettiamo sulle tracce dell’enigma della nostra esistenza. Siamo gettati nel divenire e tutto sembra dirci che siamo per la morte, ovvero che ogni nostro passo è rivolto verso la morte. Ce lo dice soprattutto quel fare e disfare incessantemente la tela perché non si sa se l’eroe tornerà. Ce lo dicono quei corpi che non smettono di diventare vecchi» (dall’Editoriale del n. 91).

In uno dei suoi libri più rivelatori, Rilke e la natura dell’oscurità. Discorso sullo spazio intermedio che ospita i vivi e i morti (AlboVersorio, 2015), Ermini scandaglia proprio questo tema in opere come le Elegie duinesi e Worpswede, con una particolare concentrazione sulla consapevolezza, centrale nel poeta, di essere-per-la-morte: attento a fissare il punto in cui “la scrittura accetta di celarsi nell’ombra”, nel “gesto incompiuto della scrittura”. «La poesia…non è data dal superamento del linguaggio convenzionale; non è evoluzione della parola; ma realtà-altra: un dire che “annuncia” Heidegger “in modo più iniziale”; un dire che si fa nuovo inizio proprio dove persiste oscurità». Analizzando questa opera ci avviciniamo con maggiore intensità alla poetica espressa dai suoi editoriali. Ermini perlustra il tema dell’oscurità rilkiana, che non esige illuminazione ma sottomissione. L’illuminazione sarebbe come un tradimento della notte del linguaggio: sottomettersi a questa notte è un gesto più sovversivo. Non opporsi al destino naturale dell’uomo; trovare la vita necessaria non nella prima nascita, dalla quale siamo lontani, “modello plasmato da mani estranee”, voluta da altri per noi, ma nella seconda nascita, nel nostro vero “inizio”, quando ci inoltriamo nell’indicibile della scrittura e lì lavoriamo con pazienza la nostra morte, entrando in colloquio e non in opposizione con la fine. Ermini sottolinea la necessità di un “terzo spazio”, fra vita e morte, dove tutto si compie e il visibile viene varcato, dove alla fine è il linguaggio a trovare il suo vuoto e non l’io a soddisfare i suoi desideri. Lo scrittore si trova a essere sentinella e custode di questo passaggio. Si scrive per continuare a vivere, per lasciare tracce che sconfiggano l’orrore della nuda mortalità, oppure si scrive perché la scrittura è, rilkianamente, la morte al lavoro dentro la lingua e chi scrive, non essendo abbastanza vivo, conosce, più di questo mondo, l’“altra parte” del mondo? Ermini sceglie una via intermedia: scrivere per lasciare sì delle tracce, ma tracce lievi, che non dureranno mai troppo a lungo, perché la strada resta tracciata e non tracciata. L’arte della parola è sempre un orizzonte aperto, un linguaggio vivente, metamorfico, ulteriore, nonostante la certezza della finis terrena.

Una pagina dello Zibaldone leopardiano (4525) ci orienta verso le ragioni più segrete del suo pensiero: “Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte”. Trasformare questa certezza, che spesso è simbolo di afasia creativa, in un silenzio fertile di digressioni, domande, aforismi, interrogazioni, parabole, frammenti poetici, è il progetto utopico e mitografico di Ermini. Nel pensare lo spazio intermedio fra i vivi e i morti, Flavio, con illuministica chiarezza, si assume il compito di traghettatore dal mondo dei vivi.

«Erra chi traspone la lingua muta delle cose nella lingua dell’uomo. Erra chi nomina. Gettare un ponte tra le due sponde rende ancora più evidente il crepaccio che le separa, tanta è la differenza tra la lingua umana e la lingua muta delle cose. Impone Celan: “Tacere con la parola, serbarla nello spazio dell’intervallo”. Questo è il compito della poesia. Questo è il dovere di una lingua che sta diventando libera. Ecco perché la parola poetica nega la parola “nominante”, Perché la parola nominante offusca, vela, copre. Prevale sulle cose, le strappa dall’essere, le affida all’apparenza […] Il problema della parola è preservare il mistero dell’essere senza pretesa alcuna dii determinarne struttura e destino. Ecco dove sbagliava il mito. Eco dove sbaglia la tecnica che del mito prosegue il lavoro, quando detta l’ordine del mondo, l’ordine della casa che abitiamo, quando toglie l’arbitrarietà dell’accadere e stende un velo sull’antiterra del pensiero Il problema della parola è restituire l’essere a ciò che autenticamente gli appartiene: la poesia (dall’Editoriale del n. 92)

La parola dell’essere è ciò che conta per Ermini, non l’opera singola dell’autore. I diversi poeti sono chiamati a rispondere dell’”essere” con le loro voci, non neutre, non impersonali, non interpreti di un canto liturgico comune, ma al contrario monologhi originari ed incompiuti di un dis-essere nel mondo. Lo scrittore autentico, come ricorda Deleuze, si trova a disagio nella lingua che scrive perché abita da sempre, smarrito, una lingua straniera. L’armonia arriva dopo. Se scrivere diventa una comprensione dell’”essere”, lontana dal cammino degli uomini, si apre però, in un punto segreto di noi, una zona vuota, una misteriosa radura dove tutto è possibile e dove convergono anime affini ma libere dalla lingua nominante e dominante, accomunate “nel gesto incompiuto della scrittura”.

«La comprensione dell’essere assume la forma del colloquio poetico tra essere e mortali, e indica che pensare davvero vuol dire interrogarsi su quella difficile mescolanza di essere e divenire che contrassegna la doxa e che costituisce l’ambito in cui soggiornano i mortali. Pensare davvero significa andare alla produttività originaria dell’essere che si dispiega. Pensare davvero costituisce un patire senza soggetto e senza oggetto; è un volgersi al celarsi stesso dell’essere; un volgersi all’ombra (dall’Editoriale del n. 90).

Volgersi all’ombra: a questo tema protende il pensiero poetico di Ermini. Solo l’ombra ci suggerisce attraverso quali sotterranei dobbiamo camminare per arrivare alla luce che sempre sfugge, alla felicità a cui aneliamo, ma di cui Leopardi ci invita a diffidare, come quando scrive nel suo Zibaldone: “Stridore notturno delle banderuole traendo al vento”. La lingua del poeta, incrinata e presente, che coglie come un sismografo l’asprezza del suono, è la stessa di Ermini, all’interno di un coro molteplice le cui voci si chiamano e si rispondono come illusioni sonore.

«Abitare poeticamente la terra… significa corrispondere all’essere e riconoscere che le possibilità umane – soprattutto quella di vedere nella vita il luogo di costruzione di un senso – non sono che illusioni: luna e stelle da teatro» (dall’Editoriale del n. 90).

È una religione della poesia, quella che professa Ermini? La risposta è complessa, irriducibile alla domanda. Se “il mondo vero alla fine è diventato una favola”, come afferma Nietzsche, Flavio rifiuta sì, quella favola, cerca un “essere” assoluto, una vita dell’origine, ma dove dall’origine scaturisca una interrogazione incessante sul perenne fluire delle cose. Leggere gli editoriali di Ermini, sia in Antiterra sia in L’esperienza poetica del pensiero, è vivere lo stato di ipnosi che l’autore richiede al poeta. «Scrivere è un gesto estraneo alla chiusura nell’intimità; non è un ripiegarsi su di sé, è fare i conti con l’insieme di tute le cose che vengono al mondo con un destino di morte e aiutarle a compiersi nell’essere» (dall’Editoriale del n. 90). Chi si immerge in questo libro ha la sensazione che non ci sia più né un passato né un futuro, ma un perenne inizio, sospeso nel sonno della ragione, nel gesto incompiuto della scrittura. «La conoscenza vera è conoscenza dell’essere. Ce lo conferma Parmenide: “È infatti la stessa cosa il pensiero e l’essere”… Il senso della poesia, come quello dell’esistenza, sta nel suo prendere posizione per l’essere, prima di volgersi a qualsiasi altra destinazione. Solo così potrà coincidere con il pensiero e interrogarsi sull’enigmatico sentiero della conoscenza. Nella poesia viene messo in scena un modo di guardare che consente di cogliere il punto in cui esattezza e verità coincidono: “vedi, io salgo, vedi, io cado / sono un altro, non un altro” registra Celan (dall’Editoriale del n. 84).

Concludo questo scritto tornando alla mia precedente prefazione ad Antiterra: «Torna a farsi avanti con forza l’imperativo di Hannah Arendt: “Denken ohne Geländer”, pensare senza balaustre. Per aprirsi all’antipensiero: non a ciò che si oppone al pensiero ma al suo volto in ombra. Pensare senza balaustre significa infatti approssimarsi a quell’originario ante rem che rifiuta di articolarsi nella sintassi della ragione». Di quel rifiuto, di quel pensiero senza riparo, Ermini resta l’insonne interprete, mescolato alle anime dei superflui e dei sognatori. E vive “il momento accennato di una danza”, se è vero che, come afferma Nietzsche, «bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante».

In una strofa del suo Edeniche. Configurazioni del principio (Moretti & Vitali, 2019), Flavio scrive: «Nell’attestare con l’inchiostro quanto altrove svanisce / testimonia il mortale l’interminabilità del cadere / incessantemente manifestandosi come verbale presenza / nell’imperfetta sua aderenza al pietroso crinale / per un altissimo grado di estraneità alle tenebre». Dall’interminabile cadere si sviluppa, poeticamente, l’estraneità alle tenebre della caduta. Alla fine, ciò che resta nell’anima del lettore, dopo L’esperienza poetica del pensiero, non è un senso di smarrimento ma un soggiornare luminoso in una particolare “antiterra”, che dall’uomo pretende una fedeltà inesauribile all’essere poeta immerso nel pensare poesia.

(M.E.)

Flavio Ermini
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