CAMPI DI BATTAGLIA. Erik Derkenne

febbraio-maggio 2015

Mostra a cura di Gustavo Giacosa

Losanna, Collection d’Art Brut

Da Campi di battaglia

Testi di Gustavo Giacosa (traduzione di Marco Ercolani)

Durante i quindici anni del suo percorso artistico Derkenne ha dovuto confrontarsi con le trasformazioni subite dal suo corpo e con le difficoltà legate all’immagine che il suo corpo gli ha sempre rimandato. Il percorso vitale di una persona affetta da trisomia 21 è profondamente marchiato dalle conseguenze dell’handicap. Nel casi Eric, l’immagine che progressivamente costruirà di se steso integra in modo armonioso i limiti che la sua condizione gli impone con le potenzialità di cui dispone. Come per Artaud, i suoi autoritratti saranno testimoni vertiginosi di una ricostruzione-decostruzione di sé. Sondare il proprio abisso corporeo è il cammino percorso da Artaud per il quale l’accesso al viso è il ritorno alla superficie di un oscuro sprofondamento abissale. La verticalità di questo percorso, segnato da scavi ed esplorazioni, è legato alla profondità dell’abisso: “l’abisso insondabile della faccia, inaccessibile piano di superficie attraverso il quale si svela il corpo dell’abisso, l’abisso come corpo, questo abisso, il corpo, l’abissocorpo”.

Derkenne preferisce le acque basse e le immersioni in estensione. Un rizoma che non vede opporsi testa e corpo, e non privilegia l’una rispetto all’altro. Ci si trova davanti all’orchestrazione organica di un corpo-testa o di una testa-corpo. Una organicità multicentrica, dalle molteplici entrate. Ramificazioni dove ogni centro possiede un valore in sé, intercambiabile con gli altri. Bulbi oculari, buchi di nasi o testicoli, sono alcune delle porte vorticanti aperte a questa identità rizomatica, la quale, senza inizio e senza fine, ci comunica la vitalità di un guerriero che ha vinto la sua battaglia.

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Erik Derkenne è nato il 20 novembre del 1960 a Stavelot ed è morto il 27 luglio 2014 a Saint-Vith in Belgio. Era affetto da trisomia 21. Affettuoso e infaticabile nel suo lavoro, si esprimeva con piccole grida, mormorii, bisbigli […] Nel 1995 comincia a frequentare la “S” Grand Atelier […] Lo frequenta fino al 2011, ma il peggioramento del suo stato di salute e la fragilità affettiva aggravata dalla morte dei familiari gli impediscono di continuare […] Durante quindici anni Erik Derkenne ha ostinatamente costruito una opera fondamentale, che ha saputo restare fedele alla sua cifra originale. Senza inizio né fine, la materia torna al suo stato di latenza, l’identità finalmente raggiunge il sogno primordiale.

Intemporale, di fronte all’opera, resta lo stupore. Sullo sfondo della notte, Eric. Infinito.

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Per Erik

Derkenne ci mostra, con la sua arte ossessiva, ostinata, notturna, un universo intimo e cosmico, intessuto di vortici fitti, dove disegni e pitture sondano la ricerca di un proprio limite nell’abisso illimitato, di una voce-identità nel grido indifferenziato. Ne nasce un’opera ininterrotta, immersa nello stupore-terrore primordiale, ma nitida e perfettamente riconoscibile (M.E.).

Gustavo Giacosa

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