ARCHIVIO DEL PADRE. Giancarlo Sissa

Edizioni MC, Gli insetti, a cura di Pasquale di Palmo, 2020

La musica suadente di Laureola è lontana dalle sequenze atonali di Archivio del padre. Ma qui Giancarlo Sissa si cimenta con un’altra musica, quella di una prosa emotiva, rigorosa, diaristica, dedicata alla memoria del padre (Mantova, 1940-2018). «Mercoledì 22 maggio 2019. Oggi papà è semplicemente il giorno del tuo compleanno pieno di matite colorate album da disegno libri di avventura raccolte di figurine che bisbigliano piano come all’inizio del campionato grazie la fantasia essendo l’ipotesi preferita. Ago e filo della ferita». La fantasia, come “ipotesi preferita”, cuce una prosa surreale e semplice, dalla fitta punteggiatura che misura un respiro breve, sospeso, intessuto di lancinanti evocazioni. «Nell’aria qui attorno nuotavano balene. E ora ci si annoia l’argine arginando. Non so. Nemmeno quanto. Tempo. Ho per guarire. E tutta questa gente. Che ride. Che ride».

Il tempo di Archivio del padre è un tempo della memoria, ma è una memoria puntillista. Che, in questo lungo requiem al padre, in questa elegia scandita giorno per giorno e soffusa nell’aria di una campagna remota, fa emergere più la grazia sommessa del dire che l’evidenza scoperta del dolore. Sissa insegue paesaggi-sequenze, musiche dove il punto, iterato all’interno delle frasi, segna una pausa musicale, un arresto del dire, una inermità del linguaggio. Il breve ricordo cesella la pagina di frasi incantate dentro uno shock emotivo, che è quello di un lutto parlato da un se stesso altro, bambino e adulto, come nella scrittura di Robert Walser. Il linguaggio, attento, chiaro, lirico, struggente, come ovattato nel suono delle parole stesse, nasconde un’afasia, un balbettio, un indugio. Tutto è naturale e presente, quasi scorresse su un nastro ipnotico, e costruisce una visione che sembra frantumata in lembi di frasi ma è labile e ininterrotto monologo. «I vivi. I vivi. Quelli che restano. Così certi. Convinti. Immortali. Non hanno soggezione. Di questa. Pallina gialla di gomma. Rotolata dall’aldilà. Lanciata dal gioco. Delle mani. Dei più antichi bambini?».

Corre, nelle prose di Archivio del padre, un’estasi infantile, una stupefazione sapienziale. Scrive Pasquale di Palmo nella prefazione al libro: «La musicalità della stagione inebriante di Laureola sembra essere stata soppiantata da una ricerca formale meno appariscente ma più concreta, che si muove in direzione di una verità (“Con poche parole. Tutte buone”) e di un bene comune che per taluni equivale ancora allo scandalo». Sissa ci guida verso un dire della memoria che è sempre un dialogo fittissimo con le ombre. «15 giugno 2019. Il tavolo della cucina è il luogo dove ho giocato disegnato scritto studiato e sognato da cinquant’anni. È la riva del marre la riva. Dove l’anima si raggiunge. E tuffa le mani nell’acqua pulita di un’isola inarrivabile. Nell’acqua pulita del solo. Racconto antico nell’acqua. Dell’apocalisse gentile. Scoglio di luce dove morire. In silenzio di gioia. Per distrazione. Correndo così forte da sembrare immobile perfino a Dio». Una poesia, questa, dove all’eco tranquilla del ricordo succede un attimo estatico conturbante, e tutto è pensiero-ricordo trafitto da punti che rendono ogni frase un tessuto onirico appeso nell’aria del testo, dove sogni e memoria rimandano al balbettio di un dire ulteriore. «Perché disegno su un foglio la voce dei padri. Regalo ieri i tuoi quadri». Un dono segreto, come una lettera scritta nell’ombra degli scalini. «Qui non ci sono luoghi ma compiti severi».

(M.E.)

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Antologia

10 settembre 2018

Arrendersi e ascoltare. Lasciarsi attraversare dai fantasmi. Che non incontrino ostacoli. Resistenza. In sogno spostare oggetti col pensiero. Alzare le mani. Con lentezza. Pulire il ponte della nave. Che ci riposi. Di nascosto la prossima tempesta. Si spostino da me quelli che hanno. Ragione.

*

Lunedì 28 gennaio 2019

Questa nebbia in riva al lago pena di coltelli. Questa terra bruna dove il silenzio annega dove. L’acqua getta fiori d’altri continenti. Dove. Si finge d’essere. Contenti.

*

(nota di poetica non richiesta)

Prima di parlare di poesia bisognerebbe aver incontrato i secoli. E le proprie mani piene di lavoro e di silenzio. E non vantarsene ma ricominciare ogni giorno. E non vantarsene ma bruciare sottovoce nel fuoco del buio. E non fingere di sapere. E non vantarsene. In riva al destarsi. In riva. Al destarsi. Non vantarsene.

Volevo dire prima di parlare di follia.

La follia non ha specchi ma garze marcite attorno al cuore. Vele strappate al buio. Voci bisbigliate da diero le colonne crollate. La follia a volte può essere il vento ai prati o la pioggia ai giorni stanchi di numeri.

E volevo dire poesia. E volevo dire poeti.

E non vantarsene.

Giancarlo Sissa
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