QUASI SEGRETO

Incontro di Michail Efraim Kovanjc con Velimir Vladimirovic Chlebnikov (1923).

Da ore infuria la tormenta. L’aria è invasa da un pulviscolo bianco, che acceca. Un rumore sordo fascia le tempie. Il cavallo prende una corsa folle, inspiegabile. La slitta urta un masso ghiacciato e si rovescia in avanti. Quando riprendo i sensi, una luce bianca illumina la radura. Il cielo, basso e nero nei giorni della tormenta, ora è candido, arioso, immenso. Sopra l’orizzonte sfavilla la luna. Fiocchi di neve turbinano distanti, senza emettere suoni. Il silenzio è assoluto. Mi alzo dalla slitta – il mio cavallo è stramazzato morto – e avanzo in silenzio, tastando l’aria nel buio. L’aria è mite, quasi calda. D’un tratto sento un suono. Sembra una voce, ma non è una voce. Assomiglia al verso di un uccello, a un richiamo animale, all’eco di qualche strumen­to primitivo che il vento ha fatto vibrare per caso dal punto della terra in cui era stato sepolto. Mi avvicino al centro della radura, al punto da cui viene il suono, che è sempre più forte, più limpido. Il cielo è azzurro, la neve non cade, la radura è magicamente circolare. Appog­giato a una quercia ghiacciata, un uomo dalla testa calva e dal profilo da falco spalanca la bocca a intervalli regolari. Porta un’ampia pelliccia sul corpo, lunga fino alle caviglie. Il suono che emette dalla bocca è un richiamo fatto di suoni stridenti e impensabili, pronunciati in una lingua sconosciuta. Attorno a lui la tormenta è come sospesa. I fiocchi sibilano solo oltre il cerchio della radura. Volta la testa e mi guarda in silenzio, con ostilità. Poi, con gesto fulmineo, si sbottona la pelliccia e mi svela il corpo nudo, incavato dai digiuni, segnato da tre inspiegabili cicatrici sotto lo sterno. Un foglio scivola dalle pieghe della sua pelliccia. Lo raccolgo e leggo, vergato in calligrafia minuta, un biglietto spiegazzato, che sembra essere stato chiuso a lungo nel cavo di una mano o nella federa di un cuscino. Nel biglietto una sola frase: Quasi segreto.

Mentre la leggo, la tormenta riprende a sibilare, vicinissima. Poi, lentamente, le raffiche diminuiscono di intensità. Ritorna, magicamente, il silenzio. Mi avvicino ancora di più. A bassa voce tento di sussurrare una domanda. Ma formulo appena la prima lette­ra che la voce mi sparisce dalla gola. Sotto il cielo limpido gli occhi dello sconosciuto non fissano più l’orizzonte, dove la bufera infuria fra i tronchi delle querce con fiocchi fittissimi, ma il precipizio che si è appena aperto ai nostri piedi, nella neve della radura. Stiamo per inventare, insieme, la lingua dei giusti. Ma quale ne sarà l’involucro, per il mondo? Mi sveglio come da un sogno e mi scopro solo, nella radura. Sconcertato, cammino a piedi nella steppa ghiacciata. Raggiungo, finalmente, le porte di Pietroburgo. A due passi dalla Fontan’ka, vedo un gruppo di uomini. Stanno ascoltando qualcuno che, dalla scalinata della chiesa, la pelliccia aperta sul corpo nudo, sussurra come un ossesso parole. Riconosco l’uomo, gli faccio cenno con la mano, ma lui, strambo e mentecatto juròdivyi, gli occhi fissi nella piccola folla, vaticinando, continua a parlare:

«Uglossia esiste! Uglossia esiste! Noi non siamo fanciulli idioti. Da terroristi della purezza, vogliamo esplosioni nel tessuto della parola. E allora, scoperchiamo le case sicure del linguaggio. Creiamo una lingua nuova, fatta di vetro, dove le parole sono schegge in fiamme che turbinano contro gli specchi. Creiamo la parola vivente: germina sottoterra, dalle radici della lingua; è concime, nel cavo della mano.

Eccole qui, le lettere dell’alfabeto – uno sciame di api chiuse nella gabbia della terra, pronte a pungervi la lingua e la voce. La lingua vera è quella muta, nascosta sotto le trame del senso, quasi segreta; avverto tutta la tempesta delle sue radici, quel sottosuolo pulsante. Una lingua nuova e giusta potrebbe far saltare la montagna che separa due parole opposte, sgretolare la roccia che blocca due frasi nemiche, aprire la via alla vera creazione verbale.

A noi manca la scienza di questa creazione, a noi manca una sintassi comune a tutto il popolo russo, ai popoli di questo terzo satellite del Sole, agli abitanti di tutte le stelle delle galassie. Come vorrei dire io, ia, o, iok, nisam, ed essere acclamato profeta di una nuova lingua universale! Come vorrei cantare zi zizi ziro ziro zullullullulliii, e non essere scambiato per un povero matto da irridere ma per l’usignuolo estasiato in cima alle betulle! Zen, nella nostra lingua, significa occhio e terra. Infatti, la terra guardata dall’occhio è già un’immagine riflessa nella poesia e l’occhio che guarda la terra è già sedotto dal fondo delle radici. La nostra lingua trova il fondo dello specchio – e quel fondo sono le parole. Bisogna popolare la vita della lingua di parole nuove, mai esi­stite o già esistenti, ma dimenticate. Fiume che si ingrossa e trabocca di sedimenti, acqua, sabbia, relitti, fossili, scorie: ecco la lingua, in perenne tumulto – voce vibrata fra due case, urlo lanciato fra due pozzi lontani. Come dicono i saggi, il sole è un granello di polvere nella galassia, simile a tutte le altre stelle. Ma, quando il nostro pianeta brucia sotto il suo fuoco e noi moriamo di caldo e di sete, la parola può violare la luce del mezzogiorno e inventare, per il sole dei cieli, un crepuscolo stellare, fatto di astri in via di esplosione. Basta che noi diciamo notte. E al contrario, se il sole che brilla nel cielo e scalda la terra sparisse, la terra diventerebbe davvero un pugno di polve­re gelata persa negli spazi del cosmo? No: ci salverebbe la parola sole, miracolosamente viva come seme che inventa altri semi.

Leggete la nostra lingua. Sentitela con le dita, con gli occhi. E’ la lingua universale dei vivi. La lingua dei giusti. La lingua del mio stesso nome.

C: coppa aperta, casa spalancata, bara imperfetta.

H: enigma, doppia scala, passaggio.

L: un’asse grande e una piccola, saldate insieme, bianche.

E: l’illusione che la vita continui, contro la morte.

B: bacca rossa, scuro, succosa, matura.

N: dove i fulmini sono suoni.

I: i corpi umani, in bilico, in pericolo.

K: l’enigma che mi fa essere qui.

O: il sole di cui siamo schiavi e padroni.

V: risucchia rocce nella terra, svelle astri dal cielo.

Mi manca la T, la forca a cui vorreste impiccarmi. Perché non la vedo? Perché non appartiene al mio nome. La scala si svuota. Ancora una volta mi lasciate solo, come i boiardi lasciarono Ivan. Fermatevi! Perché fuggite? Lasciate che rompa la federa del cuscino! Permettete, miei cari, che dalle piume liberi poesie e le affidi al vento, perché nel vento fecondino parole, uccelli, alberi, terre, e non sia più solo alfabeto tutto questo, solo lettera morta da sigillare nei libri stampati e nel lutto dei riti, ma fluida, notturna voce dell’origine… ».

*Il testo è tratto da. Marco Ercolani, Discorso contro la morte, I libri dell’Arca, Joker, 2008.

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