LA NUOVA CASA

Lettera di Bruno Schulz a Debora Vogel (1944 circa).

Parlando con voi, Debora, anche se non so dove siate ora, mi di­stolgo dall’incubo della mia vita perduta contro il quale ho smesso di lottare proprio perché quell’incubo, condannandomi all’assen­za di alternative mi lasciava sereno, come certi operai massa­crati di botte restano incapaci di muovere un dito, quieto e un po’ assonnato, i pensieri fuori dalla testa, docile all’ordine successivo. A Varsavia molti tenenti e caporalmaggiori sono pronti a scavarti ordini nella pelle del cranio, pensando di marchiarti le meningi, di plasmarti il pensiero, di cambiarti il cuore.

Con voi, Debora, la vita che credevo perduta ritorna, abba­gliante e irriducibile, nell’estasi del nostro dialogo come un’occasione straordinaria, che non cogliere sarebbe ridicolo più che imperdonabile. Novalis lo ripeteva spesso: prendere forma. Ecco il nostro compito: da marionette proteiformi, da saltimbanchi camaleontici, da scimmie liriche annichilite da una sensibilità folgorante e tormentate da un imbarazzo penoso, diventare umani. A ciò provvede questo prodigioso accompagnamento: le vostre lettere, Debora, la vostra voce che mi arriva qui come basso continuo e favoloso, la vostra scrittura di cui dubito come dubito della speranza di essere amato. Talvolta mi afferra il malinconico presagio del nostro futuro carteggio disperso in due mondi, due nazioni, due case lontane, i corpi caduti in un sonno simile alla morte, le stanze irreparabilmente vuote come dopo un furto o una fuga, i pavimenti polverosi, con le nostre parole calpestate da ottusi poliziotti o dimenticate da volgari parenti. Voi avete compreso, Debora, la mia natura proteiforme e penosa di automa e potete, se volete, liberarmi dall’incantesimo; guidarmi, con il filo a piombo della vostra dolce ragione, alla mia vera forma-Bruno Schulz – cosa che Bruno Schulz ignora anche oggi, mentre colora di mostri incantevoli la stanza di questo bambino, figlio di Felix Landau, il mio felice protettore (Austria felix?). Non so se rifinirò questi orchi e queste principesse, Debora: temo che, dopo l’ultimo disegno, Felix mi sopprima come uno scomodo operaio a lavoro ultimato. Dipingo lentamente, molto lentamente. Non so se voi siate così sconsiderata da camminare come una sonnambula sopra l’abisso che ogni giorno io esploro con terrore reale, sentendomi franare le macerie sotto i piedi. Non so se siate, a tutti gli effetti, più forte di me.

Di certo, mi state liberando, parola dopo parola, dal furioso sortilegio che mi faceva essere simultaneamente libro e uccello, figlio e giardino, temporale e insetto – prodigiosa e inestinguibile metafora che, con il cadere della notte si richiude nel corpo addormentato e goffo di un medio­cre insegnante di disegno, che oggi colora la stanza di un antipatico bambinetto per sopravvivere al suo personale sterminio. Voi siete, per me Ulisse, le dolci dita di cera che tappano le sue orecchie perché, dall’albero della nave a cui è legato, non senta più le sirene che, se udite, lo condannerebbero a tornare turbine di forme – cometa e topo, ginestra e bottega, lampada e roccia. Proprio adesso mi ritrovo in tasca un pezzo della recensione che volevo scrivere in forma di lettera, tanti anni fa, a Boleslaw Lesmiàn, per il suo bellissimo libro di poesie: Il filtro ombroso. Leggo me stesso: «…La nuova casa non è completamente buia, Boleslaw. L’interno palpita di luce. È come quando dormiamo, isolati dal corpo, smarriti dal mondo, ma vediamo attraverso le palpebre chiuse. Allora siamo come libri. I libri iniziano in un secolo e poi continuano in un altro, terminando chissà dove. Le frasi si rin­corrono come lepri. Ma la nuova casa c’è. È il tuo ultimo libro, Boleslaw, il filtro d’ombra, il dono che ci hai lasciato in questo stato di incante­simo. È una casa piena di rami carichi di uccelli variopinti. Dobbiamo ancora traboccare, Boleslaw. Per ora danziamo, cantiamo, prendiamo, seminiamo. Solo per caso il tuo libro è fatto di parole e ha forma di libro. In realtà è aria che si appoggia all’aria delle cose, così tutto diventa canto…».

La vostra parola, Debora, invece, mi fa sentire final­mente le ossa. Oggi sono più simile al manico di un pugnale o alla maniglia di un portale di pietra piuttosto che al pulvi­scolo lucente in cui mi sono sempre identificato con morboso piacere. Se oggi io fossi una scia di luce nell’oceano voi sareste il vento che modella quella scia a barca di legno chiaro, forte e luminosa, diretta con sicurezza verso la rotta fissata, e io, libero dai legacci dell’albero, cosa furibonda e viva, vi abbraccerei su quella nave, come la cavità di una grotta accoglie la voce che lo colma di suoni inesprimibili.

Voi mi date forma, Debora, e scrivervi, in questo momento, mi sembra quasi un’offesa, come se ogni parola delle mie lettere fosse lo scoglio che vi impedisce di avvolgermi tutto, di impregnarmi di voi come la terra macera che, nutrita dalla pioggia, scaturisce dal suo grembo erbe altissime e piante sontuose. Io, è questo che desidero da sempre. Da sempre sono una colonna in macerie che vuole, con la forza mutilata della sua struttura, essere fecondata. E allora devo restare attento, immobile, muto, in attesa della vostra risposta – la mia nuova casa. La casa che è mia, è vostra, è di Boleslaw. Non tacete. Non lasciatemi solo per troppi giorni. Già temo che ventisei, ventisette ore potrebbero farmi male come una granata esplosa nel petto di un soldato. Rabbrividisco al pensiero di tornare il Bruno di una volta, di non avere più nessun rapporto con gli esseri vivi, e così, con velocità prodigiosa, senza nessuna ragione, ridiventare – assente te, Debora – quel Proteo impaz­zito, preda innocente di una scrittura avida e golosa, giocosa e infantile, distruttiva e morbosa, che dimentica persino di essere Proteo. Per adesso continuo a dipingere i muri della sua stanza, sperando che il piccolo Landau, questo piccolo stronzo biondastro, non sputi sopra i personaggi delle mie storie e non strilli al padre che non ha più voglia di vedermi, perché io sono solo un brutto ebreo imbrattamuri con i piedi goffi e grandi che calpestano i lembi delle sue delicate lenzuola.

Vostro, ancora parlante, Bruno

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Discorso contro la morte, I libri dell’Arca, Joker, 2008

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